La crisi che si sta attraversando, geografie in forte mutazione e il dinamismo progettuale di alcune realtà pongono alle montagne un tema inedito: come ritornare a essere un territorio dell’abitare.
Forse il paradigma delle “Alpi patrimonio” sembra conoscere, dopo più di tre decenni di vita, la sua fase discendente. Nato in contrapposizione al processo di turistificazione industriale delle montagne, parallelo al fenomeno di spopolamento, che ha costituito il leitmotiv alpino del “secolo breve” e della fase del fordismo urbano, il paradigma delle “Alpi patrimonio” è venuto a fondarsi sulla centralità dell’attore pubblico e su rilevanti finanziamenti in particolare di matrice europea, avendo al centro un’idea precisa: puntare sulla valorizzazione e la patrimonializzazione delle eredità materiali e culturali (storia, tradizioni, prodotti locali, architettura rurale, turismo soft, ecc.) come “piattaforma” per far fuoriuscire le aree non soggette ai processi di sviluppo turistico dalla loro marginalità.
Questa stagione, che indubbiamente è stata importante, e che ha comportato anche una nuova autoconsapevolezza autoctona, ha col tempo dimostrato una serie di limiti. Innanzitutto la centralità nuovamente attribuita al tema del turismo. E soprattutto un’idea di progetto contemporaneo delle montagne fondata essenzialmente su elementi del passato, a partire da “materialità” e valori simbolici tutti inscritti nel retaggio della civiltà alpina storica. Come se fosse impossibile costruire nuove valenze della montagna.
La crisi strutturale odierna, il venir meno dell’azione pubblica, il dinamismo certamente di nicchia ma comunque pionieristico e innovativo di alcune progettualità locali proprio nei luoghi fino a poco tempo fa ritenuti maggiormente marginali, mostrano geografie (di attori, di luoghi, di valori) in forte mutazione. Non più semplice playground turistico, le Alpi di oggi pongono un tema per molti versi inedito: come ritornare a essere un territorio tout court dell’abitare. […]
Sotto questo profilo le Alpi ripropongono nuovamente – secondo un’immagine messa a fuoco per la prima volta da Horace-Bénédict de Saussure – la loro natura di “laboratorio strategico”. È sulle Alpi che possono essere sperimentati nuovi modelli di sviluppo, capaci di conciliare crescita e qualità, innovazione e valorizzazione delle eredità. È sulle Alpi che può essere costruito un nuovo patto tra montagne e città, unica strada percorribile per sfuggire – come ha ricordato Enrico Camanni in La nuova vita delle Alpi – alla falsa alternativa tra trasformazione e conservazione.
Mi rivolgo agli amministratori pubblici di certe località montane italiane e ai relativi livelli istituzionali superiori: veramente può essere solo il turismo di massa – quello sciistico in particolare – l’unica forma di sviluppo economico e sociale possibile per le montagne italiane, come voi vorreste farci credere?
P.S. – Pre Scriptum: vi propongo qui il testo integrale del mio intervento, pubblicato in varie forme nei giorni scorsi su numerosi organi di informazione, riguardante i progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco). Intervento contenente considerazioni e domande chiare che rivolgo direttamente ai promotori pubblici e privati del progetto ma che, credo, possano avere valore emblematico per tante altre località montane che presentano situazioni simili e similari volontà politiche e imprenditoriali di “turistificazione” dei loro territori. Buona lettura e, mi auguro, buone riflessioni.
[Uno scorcio invernale, più o meno, dei Piani di Artavaggio. Immagine tratta da “ValsassinaNews“.]C’è un antico proverbio turco che più o meno dice così: «E gli alberi diedero ancora ragione all’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro in quanto aveva il manico di legno». Ecco, a leggere le considerazioni pubbliche dei sindaci e dei rifugisti (ovvero di uno, formalmente) coinvolti nella questione del progetto di sviluppo dell’offerta turistica dei Piani di Bobbio e di Artavaggio, promossa e finanziata da Regione Lombardia, mi è tornato in mente quel vecchio adagio turco. Ciò in quanto le osservazioni proposte in quelle missive pubblicate sugli organi di informazione locali, pur in tutta la loro legittimità, appaiono tanto scontate e prevedibili quanto incoerenti e – lo scrivo con tutto il rispetto del caso e considerando l’accezione letterale del termine – irrazionali, anche alla luce delle iniziative antitetiche nel frattempo messe in atto come la raccolta firme “No alle olimpiadi del cemento in Valsassina“, attiva sulla piattaforma change.org, la quale dimostra palesemente che tutto quel consenso sul quale i sostenitori pubblici e privati del progetto in questione vorrebbero promuoverlo non esiste affatto – ma basta pure dare un’occhiata al tono dei commenti in calce ai relativi post sui social della stragrande maggioranza degli utenti per farsi un’idea chiara di dove stia il sentore popolare.
D’altro canto sono i suddetti sostenitori ad avere l’ascia del proverbio citato dalla parte del manico – proprio un manico di legno, come quello dei boschi che, insieme a ogni altro elemento geografico e ambientale, compongono il paesaggio di questo meraviglioso lembo di Valsassina – forti anche della spinta di un ente pubblico come Regione Lombardia tanto politicamente potente quanto palesemente fossilizzato su strategie turistiche per la montagna ben chiare, che si potrebbero sintetizzare nello slogan “sci, sempre sci, fortissimamente sci”. Il che andrebbe anche bene se fossimo nel 1970, peccato invece che siamo nel 2022 e nel bel mezzo di un anno climaticamente drammatico il quale al momento rappresenta un’eccezione ma che ogni scenario climatologico-scientifico presenta come la normalità (o quasi) futura. E, a scanso di repliche di chi dica che per certa politica non sia vero che esista solo lo sci, in questo caso magari citando le ciclopedonali in progetto: sono ottime iniziative, senza dubbio, ma quale percentuale occupano, in termini di soldi e impegno investiti, rispetto allo spazio dedicato al turismo sciistico massificato e alle relative infrastrutture? E quanta ne occupano nel panorama complessivo degli investimenti regionali riservati allo sci e delle relative progettualità territoriali future?
Visto che si è palesata la possibilità di «un tavolo di confronto che vedrà coinvolte tutte le parti in causa per cercare la massima condivisione» – una possibilità sicuramente positiva nonché, c’è da augurarselo, realmente costruttiva e non mera formalità tanto per dire di averla fatta quando poi tutto sia già deciso ovvero funzionale a rendere ancora più indiscutibili le opere previste (ahinoi cosa frequente, in Italia), e posto che sono stato tra quelli, nel mio piccolo, a sollevare da subito numerose riserve al progetto, tutte quante solidamente basate sulla personale conoscenza del territorio in questione, una volta lette le osservazioni dei sostenitori delle iniziative annunciate mi sorgono alcune inesorabili domande che formulo di seguito, sperando poi che in qualche modo possano essere sottoposte anche nei suddetti confronti pubblici e comunque servano da spunti di riflessione sull’intera questione a chi sta leggendo.
Innanzi tutto: si vogliono investire milioni e milioni di Euro per sviluppare o rilanciare lo sci su pista in zone poste totalmente sotto i 2000 metri di quota: dunque voi sostenitori siete in possesso di dati scientifici per i quali a queste quote nevicherà ancora come anni fa e farà freddo a sufficienza per mantenere la neve al suolo, quando la totalità dei report climatici rivelano l’esatto opposto? Ad esempio quelli del prestigioso Istituto Svizzero per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) di Davos: siete in grado di confutarli? Dovendo investire quella grande somma di denaro pubblico, dunque di tutti noi, avete veramente considerato tutte le variabili – quelle climatico-ambientali e non solo – che potrebbero decretare il vostro investimento un fallimento, non solo finanziario?
Voi sostenitori obietterete: stiamo potenziando anche gli impianti di innevamento artificiale. Bene: avete calcolato il consumo idrico necessario per alimentare quei vostri impianti e per innevare tutte le piste dei comprensori in questione? Se dovessero capitare ulteriori stagioni siccitose, la cui frequenza è prevista in aumento da un altro prestigioso ente scientifico, Meteosvizzera, con quale acqua alimenterete i cannoni per la neve artificiale? Inoltre: considerando il costo medio dell’innevamento artificiale – fino a 45.000 Euro per km di pista a stagione, ma è un dato precedente ai recenti folli aumenti dei costi energetici e che dunque oggi è da considerare ben più alto – siete sicuri di poter sostenere le spese per innevare le piste? Per fare ciò, di quanto dovrete aumentare il costo dei biglietti per gli sciatori (in Valle d’Aosta, prima regione a sollevare la questione, si parla di un 10% in più, a fronte poi dei costanti e cospicui aumenti già registrati negli scorsi anni) così restringendo ancor più la platea dei potenziali fruitori delle vostre infrastrutture sciistiche ovvero, per dirla in breve, tirandovi un’ennesima zappata finanziaria sui piedi? E se poi facesse così caldo che la neve che sparerete sulle piste ai costi suddetti si dovesse sciogliere? Installerete delle serpentine sotto le superfici delle piste per mantenerle fredde a sufficienza? A proposito: voi amministratori pubblici siete a conoscenza dell’enorme indebitamento delle stazioni sciistiche, generato proprio dai costi di gestione attuali dello sci da un lato e dalla situazione climatica che stiamo vivendo dall’altro?
Invece l’affermazione «le prime sentinelle per la tutela del territorio e dell’ambiente sono proprio gli amministratori locali», perdonatemi l’ironia, quantunque nella forma sia condivisibile, valutando la realtà di molte località montane consacrate al turismo di massa nella sostanza mi pare degna del “miglior” comandante Schettino rispetto a quella sua tristemente celebre nave: commentarla è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, dunque vado oltre.
«La chiusura degli impianti sciistici di Artavaggio negli anni Novanta ha messo nero su bianco quanto la nostra economia sia strettamente legata allo sci»: dunque per i sostenitori di tale tesi il successo indiscutibile di Artavaggio come località post sciistica non conta nulla? Questo successo non ha insegnato niente a essi in merito al pensare formule turistiche innovative per lo sviluppo delle proprie montagne coerenti con la loro realtà ambientale? Inoltre, domanda inevitabile oltre che reiterata: siamo forse ancora negli anni Settanta del Novecento per pensare che l’economia dei territori montani, e in particolar modo di un territorio come quello in oggetto, sia “strettamente legata allo sci”? Sotto i 2000 m di quota (ribadisco di nuovo)? Non conoscete quell’altro noto motteggio il quale suppergiù dice che «chi non è un grado di pensare il futuro non fa altro che rivangare il passato»?
«Realizzare una piccola seggiovia ad Artavaggio a servizio del campo scuola, in sostituzione dei vetusti tapis roulant attualmente presenti al fine di ammodernare l’offerta» a cosa serve, concretamente? Cosa darà realmente in più alla località di quanto non ci sia già ora? Riportare lo sci a Artavaggio significa solo questo, o l’affermazione comparsa sugli organi di informazione è ambigua? Questa “piccola seggiovia” come potrà rendere attrattiva la località rispetto a tutte le altre? Eppoi non ci si rende conto che non è solo un problema di dimensione dell’impianto ma di visione strategica, turistica, ambientale, culturale? Non si vuol capire che Artavaggio ha in questi anni sviluppato una potente identità di località turistica non meccanizzata, a suo modo innovativa, riconosciuta a livello interregionale, strettamente legata alla bellezza del suo ambiente naturale e alle notevoli peculiarità di questo, che ha attratto migliaia di persone che altrimenti non sarebbero salite ai Piani? Non ci si rende conto che ripristinare impianti sciistici ad Artavaggio significa banalizzare il luogo, abbruttirne il paesaggio, degradare la sua identità contemporanea, soffocare le grandi potenzialità future che peraltro doterebbero la Valsassina di due opzioni turistiche differenti a pochi km di distanza, una prettamente sciistica a Bobbio (oggi discutibilissima, ma ormai il “danno” è fatto) e una naturalistica a Artavaggio, il che rappresenterebbe un unicum o quasi nel panorama montano lombardo?
«Come può Artavaggio rifiorire senza lo sci? E senza la neve programmata?» Ah, quindi si ha già in mente pure un impianto di innevamento artificiale, per Artavaggio? Dunque altri soldi pubblici, altri prelievi di risorse idriche, altre spese da sostenere di chissà quale entità per il funzionamento di tali impianti? E chi li sosterrà, se realizzati, posti i costi ai quali ho già fatto cenno? Non è che qualcuno, dietro questi “piccoli” interventi, vorrà a breve tirar fuori per l’ennesima volta il mastodontico tanto quanto scellerato progetto del collegamento sciistico tra Artavaggio e Bobbio, a sua volta sostenuto a livello di amministrazione regionale, una follia realmente degna di internamento immediato?
«Con l’arrivo dei finanziamenti previsti dal Patto territoriale si può finalmente guardare avanti con più fiducia, puntando sulla valorizzazione del territorio della Valsassina e sul miglioramento della qualità dei servizi offerti per il turismo»: guardare “avanti” proponendo idee vecchie di sessant’anni? “Valorizzazione del territorio” con strade per incrementare il traffico e impianti di risalita inutili? Come lo valorizzerebbero il territorio queste opere? “Servizi offerti per il turismo” dove? Quali? Possibile che veramente non si riesca a sviluppare un’autentica progettualità a medio-lungo termine per un territorio come quello di Bobbio e Artavaggio che di base sia consono alla realtà contemporanea e nella sua evoluzione sia in grado di elaborare una proposta innovativa, speciale e specifica, ampiamente attrattiva, realmente sostenibile e autenticamente capace di esaltare la grande bellezza e l’assoluto valore culturale che questi territori posseggono e che attendono solo di essere presentati, conosciuti, apprezzati, compresi, così pure da fidelizzare i flussi turistici attratti – tutti i flussi turistici, non solo quelli sciistici, peraltro destinati a svanire nei prossimi anni?
E poi: tutti quei milioni di Euro per neve artificiale, stradoni, seggiovie? Sicuri che le comunità che abitano e lavorano nel territorio in questione non abbisognino prima di altri servizi, altre infrastrutture, altre opere che possano rendere i paesi belli e accoglienti in primis per chi realmente li vive e fa vivere e non soltanto per i clienti-turisti-sciatori, poveri polli da spennare il più possibile e, una volta fatto ciò, cacciare via nel modo più rapido, come le nuove strade progettate annunciano? È questa la montagna che volete lasciare ai vostri figli e nipoti? È questa l’idea di “valorizzazione” delle vostre (in realtà di tutti) montagne che pensate come la migliore e più sostenibile per gli anni futuri? Siete totalmente consapevoli della portata degli interventi che vorreste realizzare, di ogni conseguenza incluse quelle negative, della responsabilità che inevitabilmente vi caricate sulle spalle nei confronti del territorio di Bobbio e Artavaggio, del suo paesaggio, dei vostri concittadini e di qualsiasi turistica che li visiterà e li dovrà apprezzare in tutta la loro autentica bellezza?
Insomma: avete buone e valide risposte per tutte queste necessarie, inevitabili domande?
Bene, la finisco qui benché potrei andare avanti ancora a lungo. Anzi, mi scuso per la prolissità, ma tutte queste domande, una minima parte delle molte altre che si potrebbero formulare, dimostrano bene – spero – la delicatezza della questione e l’importanza in senso assoluto rispetto al territorio in oggetto e non solo per quello, essendo la Valsassina a suo modo paradigmatica per molte altre zone delle montagne italiane. Quello che è in gioco non è il poter sciare o meno a Artavaggio o Bobbio ma è il futuro complessivo di queste nostre montagne in una realtà che sta profondamente cambiando per la cui necessaria resilienza occorrono idee differenti, nuove, consone e coerenti, non iniziative che ancor prima di nascere appaiono sostanzialmente superate e deleterie. E occorre la massima attenzione e sensibilità innanzi tutto per i luoghi e chi li vive: non si può continuare a considerare la montagna un mero bene da vendere e consumare, valutandola unicamente per quanto possa fruttare! Nella realtà contemporanea la montagna è un patrimonio prezioso di tutti che deve tornare a vivere per far vivere tutti, fruendo delle sue innumerevoli potenzialità turistiche in modo sostenibile, consapevole e rivolto al futuro. È finito il tempo dell’ascia col manico di legno come quello degli alberi che per questo detta legge: oggi devono essere gli alberi a tornare consapevoli del fatto che è solo grazie al loro legno se l’ascia può avere un manico.
La Rocca di Cavour è una collina alta 462 m che si trova nei pressi di Cavour, in Piemonte. Si tratta di un “Monadnock“, ovvero della vetta di una montagna alpina completamente circondata dai sedimenti alluvionali della pianura cicrostante – lo si evince bene nella foto qui sopra – dal cui livello si innalza con una prominenza di 162 metri; ospita incisioni rupestri e i ruderi di un castello di probabile origine medievale. Per le sue peculiari caratteristiche naturali e ambientali, la Rocca di Cavour è protetta nell’ambito della “Riserva naturale speciale Rocca di Cavour” oltre che dal Sito di interesse comunitario (SIC) “Rocca di Cavour” (IT1110001).
Be’, stavolta non la faccio tanto lunga: chiunque creda che una panchinona – gialla e rossa, per giunta – piazzata in un luogo come la Rocca sia “bella”, dagli amministratori pubblici che l’hanno promossa e se ne vantano in giù, temo manifesti serissime carenze culturali, civiche e morali, quasi a livello patologico. Punto.
Ma lasciatemi aggiungere un’evidenza ormai del tutto lampante: il “fenomeno” delle panchine giganti, dall’iniziale suggestiva curiosità che poteva rappresentare è rapidamente diventata una manifestazione di cattivo gusto culturale fino ad assumere sempre più i contorni di un autentico danno ambientale, per di più spesso perpetrato in barba a regolamenti e normative di tutela del paesaggio.
Nel numero di oggi, 31 agosto 2022, il quotidiano “La Provincia di Lecco”, con un articolo firmato da Fabio Landrini (che ringrazio di cuore, insieme alla redazione del giornale), riprende e mette in evidenza alcune delle considerazioni e delle domande che ho voluto sottoporre all’attenzione dei lettori nonché, e soprattutto, ai sostenitori dei progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e Artavaggio (sui mondi della Valsassina, provincia di Lecco), sui quali avevo già scritto più volte.
Nei prossimi giorni qui sul blog pubblicherò il testo completo con le mie opinioni sulla questione, che peraltro potete trovare anche su altri organi di informazione lecchesi, come “ValsassinaNews” (clic) e “Leccoonline” (clic) – chiedo perdono se ne sto tralasciando altri.
A quelli col sopracciglio alzato e che pensano chissà ché, dico da subito: non sono un “ambientalista” (nel senso usuale e spesso “sviante” con il quale si intende il termine), semmai sono un razionalista; mi occupo di cultura alpina, studio la relazione tra uomini e montagne e dei territori in questione conosco ogni singolo sasso o quasi; non coltivo nessuna posizione ideologico-politica e nessuna acredine verso gli amministratori pubblici coinvolti nella questione e tanto meno verso lo sci su pista, visto che ho imparato quasi prima a sciare che a camminare, ma da comunissimo (e minimissimo) cittadino che prova a dotarsi di un buon senso civico sono, o meglio devo essere contro, alle cose prive di senso e campate per aria, soprattutto se comportano lo spendere ingenti somme di soldi pubblici. E sono profondamente convinto che le montagne sulle quali viviamo non sono “nostre”, come spesso si sostiene, ma siamo noi a essere di quelle montagne, e così dovremmo comportarci di conseguenza. Forse, in questo caso, molte di quelle cose senza senso che vengono realizzate sui monti non esisterebbero e nemmeno verrebbero pensate. Ecco.
Grazie di cuore a chiunque mi onorerà della lettura dell’articolo e vorrà trarne utili spunti di riflessione.
[Foto di Marc Sendra Martorell su Unsplash.]Qualche giorno fa un amico mi ha sollecitato una riflessione sul tema della libertà in montagna, il quale, ve ne sarete resi conto, è tornato sulle prime pagine degli organi di informazione e nei servizi dei media radio-tv dopo la tragedia della Marmolada – e chissà perché (!) torna sempre in auge dopo siffatti episodi tragici, mai in altri contesti nei quali la discussione sul merito risulterebbe senza dubbio meno condizionata e istintiva e più meditata.
Comunque, la sollecitazione dell’amico – posto che nel suo caso era mirata innanzi tutto alle aree sottoposte a tutele particolari – è di quelle che possono generare riflessioni e considerazioni della durata di giorni. Per farla breve, in senso generale ovvero al di là di casi specifici, è inutile rimarcare che il tema della libertà in montagna è (sarebbe) di base legato alla percezione soggettiva e anche per questo risulta sicuramente delicato, ma io credo più in forza dell’immaginario collettivo diffuso e per la stortura che esso subisce in forza della generale mancanza di cultura e di sensibilità “consapevole” al riguardo. A tale proposito, dal mio punto di vista il problema nemmeno si pone o si porrebbe, perché la libertà è una dote che ha senso e valore solo con la paritetica presenza di consapevolezza e responsabilità – siamo veramente liberi quando ci rendiamo conto di esserlo e di cosa significhi sia in quanto a diritti che a doveri: la libertà inconsapevole è solo una convinzione presunta, non una condizione presente.
In tema di montagna, continuiamo a presentarla come un luogo da fruire esclusivamente in modo ludico, una mera periferia ricreativa, dunque divertente, della città nella quale potersi analogamente comportare da “cittadini”, salvo poi definirla “assassina” con vario corredo di toni e paroloni apocalittici appena qualcuno ci lascia le penne. Come fosse una sorta di confortevole e dilettevole parco giochi cittadino le cui giostre improvvisamente e inauditamente diventano mostri antropofagi che uccidono malcapitati innocenti. Che senso ha? E, posto ciò, che senso può avere l’imporre dei divieti istituzionali quale “soluzione” per la mancanza della suddetta cultura e della conoscenza di ciò che è realmente (e da sempre) la montagna? Con quello che accade di tragico lungo tutto l’anno (oltre 450 morti nel 2020, anno più recente del quale trovo le statistiche del CNSAS) allora la montagna andrebbe vietata sempre! Ci sarebbero più morti, senza i divieti? Forse sì ma per mancanza di cultura e responsabilità, non per assenza di ordinanze amministrative! Le quali, è bene non dimenticarlo, risultano sempre costituzionalmente discutibili per come limitino la libertà delle persone nel contesto naturale in base a situazioni forzatamente considerate “d’emergenza” quando invece sono parte della realtà ordinaria delle montagne – da qualche decina di milioni di anni, eh non da ieri!
Limitarne l’accesso ai monti non è un salvaguardare le persone, è uno scaricarsi di dosso le responsabilità, è un voltare le spalle al dovere (anche politico) di sviluppare una fruizione consapevole dei territori montani, è una dimostrazione di non conoscenza dell’ambiente di montagna e al contempo è una sorta di ottusa negazione della sua naturale pericolosità. Come se quando il pericolo diventa palese e innegabile lo si voglia nascondere per proteggere l’idea della montagna-parco giochi accogliente, divertente e rilassante – cioè facilmente vendibile. Ce la immaginiamo una brochure promozionale con su scritto «Salite tutti in vetta, è bellissimo, è super-wow, ma attenti che se crolla un seracco o cede il sentiero ci lasciate le penne!»? Veramente si vuole arrivare a quella scellerata nonché stupida idea delle bandiere verdi o rosse come al mare, proferita dal Presidente della Provincia Autonoma di Trento poco dopo la tragedia della Marmolada? Peraltro una forma mentis, questa, perfettamente funzionale alla sempre maggiore infrastrutturazione della montagna, al fine di addomesticarla come non mai agli agi turistici e vincerne tutte le sue pericolosità, appunto, traendone il maggior profitto possibile a totale discapito del suo valore e della sua identità culturali.
Una volta – intendo qualche anno fa, mica secoli – chiunque salisse sui monti, che avesse frequentato corsi specifici o per raziocinio popolare diffuso, sapeva bene che lo faceva a suo rischio e pericolo e a prescindere dalla possibilità di essere soccorsi. Oggi la propaganda turistica vende (appunto) l’idea che in montagna ci si possa salire liberamente come se non esistessero rischi e pericoli, poi, quando questi si manifestano, ecco che interviene la propaganda politica – la stessa che patrocina la prima – e vieta tutto come se si avesse a che fare con l’inferno in Terra. Passiamo dal «no limits!» al «all limits!» senza un briciolo di riflessione e di considerazione culturale al riguardo, nonostante nel mezzo di quei due “limits” ci sta tutta la montagna con ogni cosa che le dà forma e sostanza.
Ribadisco: che senso ha?
Detto ciò, come ho già rimarcato, il tema potrebbe essere disquisito per giorni interi, con infiniti rimandi a questioni correlate. Il presente è solo un piccolo e fin troppo conciso contributo personale, senza alcuna pretesa di indiscutibilità – anzi! -, che mi auguro possa agevolare anche in altri la riflessione sul tema, tanto grande da sembrare indefinibile eppure oltre modo importante, che sia correlato alla montagna o qualsiasi altri ambito vitale.