Terza ondata

Visto che, nel periodo pandemico che stiamo vivendo, pare che ormai siamo pienamente entrando nella terza ondata, e giusto per sdrammatizzare (per quanto possibile) il momento, devo dire che a me, a sentire quella formula, “terza ondata”, viene soprattutto in mente il volume qui a fianco: un ottimo saggio che analizza il movimento letterario sviluppatosi nei primi anni ’90 del secolo scorso e denominato appunto “Terza Ondata” in quanto terza importante e significativa corrente italiana di letteratura sperimentale e avanguardistica dopo le prime avanguardie storiche di inizio Novecento e dopo la neoavanguardia del dopoguerra, quella che ebbe il proprio simbolo nel celebre Gruppo 63 (cliccate sull’immagine della copertina per saperne di più).

Peraltro, vi cito tale denominazione omonimica perché secondo molti, e io a costoro mi associo, quell’ondata letteraria degli anni Novanta è stata la terza e ultima, per come successivamente la produzione letteraria italiana, pur con alcune eccellenze ma anche con sempre maggiori degradazioni, non ha più organicamente raggiunto quei vertici qualitativi innovativi. Ecco, parimenti seppur con altra (se non opposta, nel principio) accezione, bisogna augurarsi che anche la nuova ondata pandemica ora in corso risulti la terza e ultima: perché se nel primo caso che sia stata l’ultima ondata è il segno di una realtà piuttosto desolante (quella del panorama letterario e editoriale italiano, già), riguardo quest’altra “terza ondata”, se effettivamente sarà l’ultima, ne scaturirà una realtà assolutamente entusiasmante. Almeno noi saremo guariti, insomma; la letteratura italiana invece no, temo – e chissà quando guarirà dal virus editoriale che l’attanaglia da lustri, ormai!

INTERVALLO – Parma, Museo Bodoniano


dedicato all’inventore del carattere tipografico con il quale vedete scritte le prime parole di questo articolo e tra i più famosi di sempre, l’omonimo Bodoni appunto, che avrete sicuramente notato nella tendina di scelta dei font dei programmi di scrittura del vostro pc.

Il Museo Bodoniano è il più antico museo della stampa in Italia, inaugurato nel 1963 in occasione del 150° anniversario della morte di Giambattista Bodoni, il tipografo piemontese che rese Parma capitale mondiale della stampa a partire dalla seconda metà del ‘700. Conserva ed espone al pubblico un ricchissimo patrimonio di punzoni, matrici ed attrezzi della stamperia Bodoni (forme per la fusione dei caratteri, lime, pialle, cucchiaini, eccetera) per un totale di circa 80.000 pezzi con annessi documenti, miscellanee di prove e di saggi tipografici, specimen delle più note fonderie straniere e italiane, fogli volanti in carta e pergamena oltre a un migliaio di edizioni bodoniane, sovente rarissime e preziose, e il carteggio personale con oltre 12.000 lettere. Con tutto questo patrimonio, il Museo offre una completa panoramica storica sulla stampa e sulla sua evoluzione nel tempo fino ai giorni nostri, sullo sviluppo dei caratteri tipografici, sulla fabbricazione dei libri e, naturalmente, sulla vita e le opere di Gianbattista Bodoni.

Insomma: se visiterete Parma, città peraltro assai gradevole e attrattiva per diverse sue peculiarità, e amate i libri, credo proprio che il Museo Bodoniano possa meritare una visita. Cliccate qui o sull’immagine in testa al post per saperne di più sul Museo e avere ogni informazione utile per poterlo visitare.

La letteratura come atto di esistenza collettiva

In questa sezione del sito, dal titolo così significativo, troverete citazioni, estratti, testi, spunti, riflessioni, osservazioni, analisi, opinioni utili, a mio modo di vedere, a fare di questo mondo un posto almeno un poco migliore di quanto sia ovvero, almeno, ad agevolare il pensiero sulle sue realtà, culturali e non (ma in fondo tutto è cultura, no?). Cliccate sull’immagine per leggere tutti i contributi presenti nella sezione, e buona lettura ovvero buone meditazioni!

“Per quasi un secolo, abbiamo chiesto incessantemente alla letteratura e alle arti visive e plastiche di costruire e rendere visibile la struttura del nostro io: sono stati i romanzi e le opere d’arte a farci capire la strana forma che la nostra vita psichica e sentimentale sembrava aver assunto. In tutto il Novecento l’io è stato il luogo e il mezzo attraverso cui ciascuno di noi poteva fare esperienza, in modo epifanico – cioè istantaneo, incontrollabile e non programmabile –, della propria appartenenza a un flusso psichico più antico dei propri ricordi coscienti e più ampio della propria personalità. L’Ulysses di Joyce e Mrs Dalloway di Woolf, la Recherche di Proust e l’action painting di Pollock non erano che esercizi per rendere possibile all’io di strutturarsi in questo modo. Da molto meno di due decenni, il compito che era stato per secoli affidato alle arti, quello di dar forma al nostro io, è stato assunto da altre forme simboliche, assieme più ibride, sporche ma anche più universali e radicali di quelle che il sistema delle arti era stato capace di classificare. I social media sono questo: una forma di romanzo collettivo a cielo aperto, in cui tutti sono al tempo stesso autori, personaggi e lettori di come la propria vita si intreccia a quella degli altri. È una forma aumentata ed estesa di letteratura. Una forma aumentata perché la frattura propria alla letteratura che divideva i personaggi da una parte, e autori e spettatori dall’altra, è saltata. Per questo realtà e finzione non si oppongono più come facevano nel sistema delle arti tradizionali.
Qualche anno fa Josephine Ludmer aveva descritto lo stato attuale della letteratura notando come la finzione non era più “un genere o un fenomeno specifico, ma copriva piuttosto la realtà fino a confondersi con essa”. Non si tratta solo del problema per cui la “finzione si confonde con la realtà”: in realtà “il nuovo regime cambia lo statuto della finzione e la nozione stessa di letteratura”, perché “la letteratura assorbe la mimesis del passato per fabbricare il presente e la realtà”. La realtà stessa è fabbricata letterariamente, artisticamente. È questo statuto che Ludmer chiama letteratura post-autonoma: piuttosto che produrre arte – ovvero una sfera di realtà sottratta all’uso e alla vita –, diventa “fabbrica di realtà”. I nuovi media hanno permesso alla letteratura – non più limitata alla parola – di trasformarsi in questo spazio. La trasformazione della letteratura e dell’arte, che è cessata di essere una pratica limitata, elitaria, in atto di esistenza collettiva.”

[Emanuele Coccia, Social media come letteratura espansa, su “Artribune” #55 – maggio/agosto 2020. Potete leggere il saggio nella sua interezza qui.]

Una cosa della quale preoccuparsi?

[Foto di sarajulhaq786 da Pixabay.]
Siamo al 25 di gennaio del nuovo anno e in questi venticinque giorni forse solo una volta m’è successo di scrivere “2020” al posto di “2021”: una cosa, questa di sbagliare l’anno corrente con quello precedente, che in passato mi capitava ben più spesso.

Be’, non so se di ciò debba essere orgoglioso oppure me ne debba preoccupare, ecco.

Dürrenmatt imperituro

Pochi giorni fa si sono ricordati i 30 anni esatti dalla morte di Friedrich Dürrenmatt, uno dei maggiori scrittori del Novecento europeo in senso assoluto e tutt’oggi figura ricchissima di suggestioni letterarie, culturali, intellettuali offerte a profusione in ogni suo scritto, dai più celebri romanzi fino agli articoli apparentemente secondari. A me, da grande appassionato e studioso di “letteratura alpina” (ovvero scritta nelle Alpi e che di Alpi tratta in modi più o meno diretti), e dunque da cultore della produzione svizzera, piace indagare, ricercare e scoprire in Dürrenmatt le affinità con quella produzione più tipicamente alpina; il grande scrittore bernese non è certamente annoverabile nella cerchia degli autori di quell’ambito letterario eppure sia nello stile, prevedibilmente, che in certe atmosfere costruite e narrate nei suoi romanzi, meno prevedibilmente e niente affatto solo come mere scenografie, vi ritrovo le montagne e il loro paesaggio, la loro cultura e lo spirito. Parrebbe una cosa scontata, visto che qualsiasi svizzero le Alpi le ha costantemente davanti agli occhi e “dentro” quasi ogni aspetto pratico della quotidianità nazionale: questo è certamente vero, ma la grandezza della scrittura e dell’invenzione letteraria di Dürrenmatt rende tale aspetto molto più stratificato e, come detto, ricco di suggestioni di varia natura. Una peculiarità che, insieme a molte altre, fanno di Friedrich Dürrenmatt un autore imprescindibile (al di là delle considerazioni “alpine” qui da me proposte) e ancora oggi capace di sorprendere come pochi altri oltre che, senza dubbio, di affascinare ogni lettore sensibile.

In modo parimenti “scontato” (ma magari no) il pregevole sito di informazione “SwissInfo” dedica un bell’articolo all’anniversario dürrenmattiano nel quale è possibile vedere un altrettanto bel documento video d’annata: un ritratto a 360 grandi dell’artista elvetico tratto da una trasmissione della RSI – la Radiotelevisione della Svizzera Italiana – del 5 gennaio del 1981, in occasione dei 60 anni di Friedrich Dürrenmatt. Godetevelo: è un modo tanto suggestivo quanto approfondito per conoscere meglio (se non si è già edotti al riguardo) uno dei più importanti autori letterari (e non solo) degli ultimi decenni e, magari, per coltivare la curiosità di leggere le sue sublimi opere.