La nostra acqua

Il torrentello che scorre nella valle sopra casa, dove spesso io e Loki andiamo a passeggiare la sera, è sempre stato tra quelli che pure negli anni meno piovosi aveva acqua che ne rallegrava il corso. Nell’ultimo anno e mezzo, invece, la siccità lo ha svigorito del tutto, lasciando lungo il suo corso solo alcune pozze d’acqua torbida che parevano lividi liquidi su un corpo tremendamente deperito. Una visione dolorosa e inquietante, la percezione drammaticamente vivida dello svanimento d’una vitalità fondamentale che rendeva sofferente ogni cosa nell’intorno. Una situazione che preoccupava molti, almeno a parole. Poi, per fortuna, un maggio particolarmente piovoso ha ridato vita e acqua abbondante al torrente, colore e vigore alla Natura d’intorno, sollievo e gioia all’animo di quelli come me e Loki che lo visitiamo spesso. L’acqua è tornata quasi come nei momenti di maggior abbondanza, il suono fremente del suo scorrere ha colmato di nuovo la valle riverberando tra i massi e gli alberi nel modo più armoniosamente entropico: io e Loki eravamo la puntina che correva lungo i solchi di un vinile alpestre inciso in presa diretta dalla melodia più fluente e piacevole da ascoltare, diffusa da un grammofono a forma di montagna.

Tanti hanno comprensibilmente esultato nel vedere concluso il prolungato, inquietante periodo di siccità; qualcuno ha pensato, nel rivedere tutta quell’acqua, che si fosse risolto completamente. Purtroppo, dopo solo un paio di settimane o poco più dalle ultime piogge importanti il torrente è tornato a smagrirsi parecchio: segno che l’abbondanza d’acqua dei giorni scorsi non era dovuta alla ricarica delle principali falde locali, come si poteva sperare, ma sostanzialmente al mero dilavamento superficiale. Tutta la pioggia di maggio è rimasta in superficie, non è penetrata nel terreno se non in maniera esigua; il deficit idrico accumulatosi nei passati mesi di siccità permane ancora e se non dovesse piovere per un po’ potrebbe tornare ad aumentare. Leggevo di recente che in forza dei cambiamenti climatici in corso gli episodi di siccità saranno sempre più frequenti negli anni a venire, anche in zone da sempre ricche di acqua come le Alpi – le quali peraltro stanno perdendo i loro ghiacciai, la nostra riserva idrica fondamentale. Mi chiedo se sapremo elaborare una preoccupazione autentica e una conseguente sensibilità riguardo i nostri corsi d’acqua o se nuovamente la sostanziale apatia che riserviamo alle questioni climatiche e alla salvaguardia dell’ambiente naturale resterà dominante, finché apriremo i rubinetti di casa e da lì di acqua ne scenderà sollevandoci dalla responsabilità di un maggiore impegno mentale e poi civico al riguardo. Ci abitueremo anche alle montagne senza ghiacciai, ai torrenti e ai fiumi senz’acqua, ai laghi con le barche in secca lungo le rive inaridite? Chissà. Per fortuna, salendo verso monte, Loki trova una pozza d’acqua ancora degna di tal nome e vi si immerge rincuorato; altre pozze un tempo amene, con i prolungati periodi di secca alternati alle piene improvvise, si sono quasi totalmente colmate di pietrisco. Le dovrà depennare dalla sua lista di lidi balneabili, temo.

Torniamo a casa, si sta facendo tardi. È un peccato uscire dalla frescura della valletta e dall’ombra accogliente degli alberi – castagni e faggi, soprattutto – che la imboscano, in questo modo allontanandoci dal suono così armonico e vitale dell’acqua che la anima. Domani danno pioggia, verso sera. L’affidabilità ordinaria dei bollettini meteo mi rende scettico al riguardo, d’altronde la speranza è per fortuna qualcosa che vive di previsioni e aspettative più concrete di quelle di certi meteorologi. Magari pioverà per bene dopodomani, chissà.

Se il Lago Azzurro resta ancora un “fantasma”

Ogni volta che torno in zona Madesimo, nell’alta Valle Spluga (e lo faccio di frequente per come sia alquanto legato a questo territorio, nel quale ci ho passato le mie estati dagli zero anni fino a oltre la maggiore età), vado a visitare il Lago Azzurro di Motta, un luogo profondamente identitario per la valle e, posto quanto ho appena affermato, per lo scrivente. La facevo prima, per ammirarne la delicata bellezza, lo faccio ancor più ora, nella speranza che la sua bellezza sia rinata ovvero che sia tornata l’acqua nel suo bacino. Dunque l’ho fatto la scorsa domenica, 7 maggio:

Purtroppo, come vedete, la speranza è nuovamente risultata vana. Il lago è vuoto.

Fino a qualche tempo fa il periodo primaverile era quello nel quale, dopo il naturale svuotamento invernale, il lago tornava a riempirsi d’acqua in forza dello scioglimento della neve, degli apporti idrici sotterranei e delle precipitazioni stagionali. Quest’anno, come lo scorso, di neve ne è venuta talmente poca che il suo scioglimento riesce a malapena a inzuppare il fondo del bacino (che di questo passo a breve diventerà un bel prato verde) e nemmeno la pioggia, da mesi altrettanto scarsa, può sopperire alla mancanza d’acqua.

Non resta che mantenere “artificialmente” in vita la speranza di veder rinascere il Lago Azzurro, ovvero augurandosi con un ottimismo da Guinness dei Primati che la normalità idrologica storica della zona possa ripristinarsi presto. Purtroppo, non si sa bene in che modo potrà avvenire se non con copiose nevicate invernali e abbondanti piogge primaverili. È questo che inquieta maggiormente, questa incertezza in ciò che per lungo tempo è stato normale e oggi viene da temere che non lo sia più. Ma, spero, appunto, che la storia del meraviglioso Lago Azzurro non debba finire così.

P.S.: qui trovate il resoconto di altre mie precedenti visite al Lago Azzurro. Qui sotto invece vedete com’era fino a qualche anno fa; l’immagine è tratta da paesidivaltellina.it:

Il senso, in Natura

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay]

Sediamoci insieme, meditiamo, ascoltiamo il silenzio degli alberi, il mormorio dei ruscelli, il canto degli uccelli, il variegato pulsare degli astri in una notte limpida, prepariamoci a fare quel che fanno le stelle cadenti, come scriveva magistralmente Rainer Maria Rilke (1875-1926), già in noi «ha avuto inizio / ciò che dura oltre i soli». Poiché l’uomo che s’inoltra in natura capisce da solo, un’esperienza dopo l’altra, che la vita non ha una direzione obbligata, che tutto – a partire dal tempo che ci è dato, dalle energie che giostriamo, dai desideri e dai limiti con i quali ci forgiamo e misuriamo – è un dono senza un senso preciso: siamo la vita che decidiamo di indossare.

[Tiziano FratusSutra degli alberiPiano B Edizioni, 2022, pag.53. Trovate la mia “recensione” del libro qui.]

A rileggere questi passi del mirabile libro di Fratus, mi viene da pensare che per un dono senza un senso preciso come è la vita il “senso” migliore possibile è proprio quello che possiamo seguire inoltrandoci nella Natura. Così, come scrive Fratus, forse capiremo tutto ciò che serve da soli.

Un’altra beffa, forse, per il Lago Azzurro

Sopra Madesimo, a meno di un km dal celeberrimo Lago Azzurro di Motta della cui angosciante assenza di acqua vi ho (ri)parlato giusto di recente, stanno costruendo un nuovo bacino di accumulo idrico a servizio dell’innevamento artificiale delle piste da sci della località valchiavennasca.

Non lo denoto per avviare qualsivoglia polemica al riguardo: è un dato di fatto – tanto o poco opinabile – che lo sci su pista oggi può sopravvivere, salvo annate particolarmente fortunate ma sempre più rare, solo grazie alla neve artificiale, e in tale ottica non mi sorprende di vedere la costruzione di quel nuovo bacino. D’altro canto, anche solo ad un mero sguardo “turistico” della realtà in loco, sorge inevitabile il contrasto tra la visione di un bacino lacustre naturale che sempre più spesso si svuota in forza dell’assenza di apporti idrici dati dallo scioglimento della neve e da risorse ipogee, dunque quale conseguenza indotta anche dai cambiamenti climatici, e quello che sarà un invaso artificiale che facilmente si potrà ammirare ben colmo di acqua, pena la sua sostanziale inutilità.

Certo l’industria dello sci contemporanea si fa sempre meno scrupoli, rispetto agli ambienti naturali entro i quali genera la propria attività – d’altro canto assai spalleggiata da buona parte della politica locale – nell’operare al fine di protrarre il più possibile in avanti la propria agonia, già inesorabilmente segnata dai cambiamenti climatici in atto. La potrei anche ammettere (senza comprenderla) questa sua posizione, dal punto di vista meramente imprenditoriale, ma di contro – vista la situazione nella quale ci troviamo, appunto – non è più ammissibile che si realizzino infrastrutturazioni in ambiente a scopo turistico che non presentino caratteristiche di ecosostenibilità assolute, sia a livello ecologico (soprattutto per quanto riguarda il consumo delle risorse naturali dei territori in questione) che energetico, economico, paesaggistico, eccetera.

Non so se i lavori in corso a Madesimo – località alla quale sono molto legato, avendoci passato le mie estati dagli zero ai vent’anni e non solo quelle – rispettino tale necessità: me lo auguro, non nutro pregiudizi e comunque mi interesserò al riguardo. Fatto sta che la possibile visione futura di un Lago Azzurro vuoto d’acqua (come si è presentato per quasi tutto l’anno in corso) e a pochi minuti a piedi di un bacino per la neve artificiale viceversa pieno sarebbe tanto sconsolante quanto emblematica circa il futuro delle nostre montagne nonché, per molti versi, di noi tutti.

N.B.: le foto a corredo del post le ho scattate a fine agosto scorso.

“La Montagna assetata”

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla a un formato più leggibile.]
Qualche giorno fa, grazie alla preziosa opera di informazione e sensibilizzazione di Michele Comi, vi raccontavo in questo articolo di come in Valmalenco, laterale della Valtellina, si voglia avviare l’ennesimo sproporzionato e scriteriato progetto di predazione delle risorse idriche montane, e ciò nonostante il cambiamento della situazione climatica sulle Alpi oltre che contro il reiterato parere negativo degli organi tecnici competenti.

A quelle mie osservazioni, relative a un caso tra tanti simili riscontrabili in molte località alpine, fanno eco le parole ben più prestigiose di Enrico Camanni pubblicate sabato 11 settembre in un suo editoriale su “La Stampa, a commento della notizia che il Rifugio Quintino Sella al Monviso chiudeva per la siccità dal momento che il Monviso, montagna un tempo ricca di ghiacci e acque, è a secco. Affiancata all’editoriale di Camanni si può leggere una riflessione di Carlo Petrini su siccità e agricoltura di montagna.

Ebbene sì: mentre le nostre montagne si deglacializzano e conoscono situazioni di siccità mai viste prima, a fronte di temperature sempre più elevate anche in alta quota, politici e imprenditori senza scrupoli e legati a strategie di sfruttamento industriale delle risorse naturali risalenti al secolo scorso, dunque non solo obsolete ma palesemente nocive, pensano unicamente a continuare la predazione di quelle risorse, nascondendosi dietro la scusa delle “energie rinnovabili” attraverso un greenwashing tanto ipocrita e bieco quanto pericoloso. Senza più neve e pure senza più acqua, il che significa inevitabilmente senza più cultura, identità, sviluppo, vitalità: di questo passo che montagne saranno quelle del futuro prossimo? Come è possibile che progetti dissennati come quello della Valmalenco e come tanti altri, turistici, industriali, commerciali in giro per le Alpi vengano ancora pensati e realizzati?

Vi ripropongo di seguito l’editoriale di Enrico Camanni, che offre molti spunti di riflessione sul tema. Riflessioni quanto mai necessarie e che devono diventare al più presto azione concreta e definitiva contro chi vuole depredare, degradare, soffocare le nostre montagne e le genti che le abitano, privandole di qualsiasi buon futuro.

Alla fine della piccola età glaciale, verso la metà dell’Ottocento, lo storico parigino Jules Michelet scriveva che «le Alpi sono il serbatoio dell’Europa e il teatro delle alte relazioni che intercorrono fra correnti atmosferiche, venti, vapori e nuvole… Arbitrando elementi diversi e opposti, ne favoriscono la pace. Li accomunano sotto forma di ghiacciai e li distribuiscono equamente fra le nazioni». L’immagine non va intesa in senso politico ma ecologico, perché le nevi hanno realmente il potere di immagazzinare l’acqua d’inverno e restituirla gradualmente tra la primavera e l’estate, alimentando sorgenti, ruscelli, torrenti e fiumi, ma anche fontane, acquedotti e campagne. Dissetandoci generosamente, senza eccessi né sprechi. Dai tempi di Michelet i ghiacciai sono smagriti terribilmente e i serbatoi idrici d’alta quota si sono ridotti almeno del cinquanta per cento, ma poiché l’acqua delle montagne ha continuato a dissetare le città, a illuminare le nostre case, perfino a innevare artificialmente le piste di sci, nessuno s’è posto il problema che un giorno potesse scarseggiare o finire. Abbiamo sviluppato un’idea talmente consumistica della montagna, magnifico terreno di giochi e avventure, che per decenni, forse secoli, ci siamo scordati che ogni prelievo ha un limite e le risorse naturali possono esaurirsi, comprese le nevi “perenni” che studiavamo a scuola nell’ora di geografia, memorizzando quell’aggettivo raffermo come una verità inviolabile.
Invece non è così, non c’è nulla di perenne in natura. Tutto cambia, tutto si trasforma. La crisi climatica lo certifica con la violenza dei fenomeni estremi, alternando alluvioni e bombe d’acqua di potenza inaudita alla siccità di questa e altre estati, o di inverni senza neve, innalzando a vista d’occhio il livello delle nevi “immacolate ed eterne”, come ci insegnavano nell’ora di religione, cancellando i nevai e prosciugando le riserve. La sete di questi giorni è la sete di un pianeta ormai diviso in due parti dall’effetto serra, con la desertificazione che avanza da sud fino alla barriera delle Alpi, mentre a nord la fusione dei grandi ghiacciai e delle calotte polari è destinata a sollevare il livello dei mari e annegare le coste. Ci mancherà l’acqua dolce e malediremo quella salata.
Pochi giorni fa sono stato nel cuore del Monte Bianco e dalla Tour Ronde all’Aiguille du Midi, dalla Vallée Blanche all’Aiguille du Plan, ho visto distese di neve rosa.
«È la sabbia del deserto» mi hanno spiegato, «ha soffiato per giorni e ha insanguinato i ghiacciai».
Più che la scena di un crimine, mi sembrava la metafora del riscaldamento globale, come se il deserto fosse già arrivato a contaminare la nostra illusione di purezza e irraggiungibilità dell’alta montagna. L’incontaminato non esiste più, la crisi ecologica è ovunque, anche a quattromila metri. Siamo tutti responsabili e vittime di quello che ci sta succedendo. Guardando la neve color salmone e le cordate che ci camminavano sopra, ho pensato che per noi è solo un fenomeno fisico, perché abbiamo la spiegazione, mentre la sapienza orientale saprebbe scorgervi qualche rivelazione, forse un’ammonizione, comunque non si rifugerebbe nella spiegazione scientifica. I ghiacciai himalayani, a differenza dei nostri, sono considerati dalle popolazioni dei luoghi speciali, governati da prodighe divinità. Le candide cime innevate recano il dono della fertilità, perché dalla neve sgorga l’acqua e dall’acqua nasce la vita. Ogni esistenza scende dalle montagne.