Manifestare senso civico

Ma alla fine, manifestare senso civico, significa solo mettere in atto «quell’insieme di comportamenti e atteggiamenti che attengono al rispetto degli altri e delle regole di vita in una comunità» – in base alla definizione tratta dal sito dell’Istat, qui, da dove viene anche l’immagine in testa al post – oppure significa anche, se non forse soprattutto, adoperarsi attivamente al fine di cambiare quelle regole di vita della comunità imposte o istituzionalmente emanate ma all’atto pratico palesemente malfatte, perniciose, illogiche (anche ove perseguenti fini “particolari” contrari all’interesse comune) e sbagliate?

E dall’altra parte, le istituzioni democratiche hanno soltanto il compito di “esigere” le manifestazioni di senso civico dagli individui ad esse sottoposti atte al rispetto delle regole imposte ed emanate, oppure (anche, se non forse soprattutto) quello di favorire e sostenere le azioni che possano continuamente cambiare e migliorare quelle regole, così da renderle sempre più logiche e contestuali alla vita della comunità (e delle stesse istituzioni) nonché al rispetto reciproco dei suoi membri, dunque sempre meno soggette a violazioni e relative azioni repressive?

No, perché in giro qualcuno in questi giorni tira in ballo, tra millemila altre cose, anche il “senso civico”, che è una di quelle che spesso si cita senza che quasi mai chi la cita dica anche cosa intenda, con tale definizione – o sappia cosa significhi, vorrei pure aggiungere. Una di quelle belle definizioni da buttar lì nei propri discorsi su come va il mondo per farsi vedere colto e “figo”, sostanzialmente, e amen.

Ma non è soltanto una definizione, il “senso civico”, è una pratica quotidiana, costante. Incessante, anche perché mai del tutto “finita”, sempre perfettibile. Che ovviamente c’entra col non buttare le cartacce in terra e col non farsi raccomandare per ottenere favori non meritati, ci mancherebbe, ma non è solo questo, assolutamente. Essendo una pratica quotidiana ovvero metodica, potenzialmente, se più viene citata a parole è perché meno viene attuata nei fatti.

Chissà se pure per il senso civico, dunque, «niente sarà come prima», o se il mettere fianco a fianco le due cose serva solo per far che, al solito, si annullino a vicenda. Chissà.

Problemi e soluzioni

[Foto di skeeze da Pixabay ]
Non so chi fu, tra André Gide che disse

Non esistono problemi; ci sono soltanto soluzioni. Lo spirito dell’uomo crea il problema dopo. Vede problemi dappertutto.

e Marcel Duchamp il quale affermò

Non c’è soluzione perché non c’è alcun problema.

il primo a proferire le sue parole.
Di certo invece so bene come entrambi seppero intuire, con largo anticipo e a loro modo, una delle storture principali del nostro mondo moderno e contemporaneo e della sua realtà sociale e politica (ma non solo): il dover essere sempre impegnato a cercare soluzioni ad altrettanti problemi invece di impegnarsi a non creare problemi ai quali poi essere costretti a cercare soluzioni. Come afferma Gide, l’uomo pare proprio che veda problemi ovunque, e dove non li veda li crei per poterli poi vedere ovvero pensi a soluzioni virtualmente inutili di problemi inesistenti, creando così il problema stesso; di contro, Duchamp, da artista e pensatore rivoluzionario quale fu, sovverte la questione facendo capire, appunto, che se non ci sono – non si creano – problemi, non c’è bisogno di soluzioni, dunque l’assenza di soluzioni è assenza di problemi, la condizioni ideale verso cui una civiltà realmente avanzata dovrebbe tendere.

Invece, sembra addirittura che la situazione ci sia ormai sfuggita di mano, così che dobbiamo avere a che fare con problemi, sovente da noi stessi “inventati” per i quali non sappiamo trovare soluzioni. E quando le troviamo siamo già prossimi, se non già pienamente dentro, a un successivo “nuovo” problema.
Se dunque provassimo invece a ribaltare questa realtà, come indicato da Gide e da Duchamp, una volta per tutte? Se fosse questa incapacità cronica manifestata dalla nostra “civiltà” a frenare un autentico sviluppo virtuoso del genere umano, facendolo ricadere di continuo negli errori e nei (suoi) problemi del passato?

Le definizioni contano

Mi viene da pensare che ad esempio quei due tizi là, quello di Roma e quello di Milano (dico loro ma vale anche per altri, nel caso), forse sbagliano a far le cose che fanno perché è sbagliato il modo con il quale si fanno definire. Cioè, voglio dire: se si facessero correttamente chiamare l’uno Presidente del Consiglio dei Ministri e l’altro Presidente della Giunta Regionale, e non invece “premier” e “governatore” come tanti sui media li chiamano sbagliando grossolanamente (nonché ingiustificatamente, per giunta) senza che loro stessi per primi abbiano da obiettare come dovrebbero, magari, chiamandoli nel suddetto modo giusto, direbbero cose altrettanto giuste e farebbero ciò che è giusto fare. Invece, chissà, può essere che dicano cose che poi non fanno e fanno cose che non dovrebbero proprio perché così tanti li denominano come non dovrebbero invece di come sarebbe opportuno facessero. Ecco.

È un po’ – se mi passate l’”allegoria” – come se aveste a che fare con un pittore, dal quale dunque vi aspettate delle tele dipinte, ma vi ostinate a chiamarlo imbianchino. Se quello non obietta nulla su tale pur errata definizione, finirà per assecondarvi e tinteggiarvi muri, forse anche con gran maestria, ma resta il fatto che non è ciò che avrebbe dovuto fare, essendo lui pittore e non imbianchino.

Perché insomma, mi preme rimarcarlo, le parole sono sempre importanti. Anche nelle piccole cose, anche dove sembrerebbero quisquilie, questioni trascurabili e invece no, sono spesso quelle più emblematiche e rivelatrici di come vanno le cose, qui. Già.

L’infinito nella mente e nel cuore

Spero proprio che gli esseri umani non perdano mai la preziosa capacità di restare incantati ad osservare il cielo stellato – in questo periodo particolarmente nitido, peraltro, visto come si è “ripulito” grazie al blocco del traffico e delle attività industriali dovuto all’emergenza coronavirus. Probabilmente alcuni la stanno già smarrendo, quella visione, forse in certi casi non è colpa loro ma di mancanze altrui; questo potrebbe essere il momento giusto per recuperarla. Fatto sta che da sempre la volta celeste dona la più potente visione che l’occhio umano possa cogliere, una visione la cui intensa, soverchiante bellezza sa rimetterci al nostro posto – noi uomini sovente troppo dissennati e arroganti qui, su questo granello di roccia sperso nello spazio – e al contempo sa regalarci un’irresistibile, esaltante, incommensurabile sensazione di immensità, che possiamo percepire e sentire spandersi direttamente nel cuore, nell’animo e nello spirito. Una sensazione che sicuramente non può che farci bene, in questi giorni difficili: null’altro sa darci tutto ciò e, ne sono convinto, niente altro è ugualmente prezioso e, appunto, utile.

Incantatevi, a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa e nel cuore avrete la luce delle stelle.

Maestri e allievi

[Foto di Sasin Tipchai da Pixabay ]
Il professor Mauro Paoloni, docente di Economia Aziendale all’Università degli Studi Roma Tre, ha scritto qualche giorno fa per “Il Sole 24 ORE” un articolo molto bello, intitolato Il piacere umile di ritornare a essere allievi, con il quale mette in evidenza come l’attuale difficile periodo pandemico segnali, se non imponga, una rinnovata importanza dei ruoli e delle relative competenze al fine di risolvere al meglio possibile la problematica situazione nella quale tutti stiamo, eliminando di contro le troppe parole vuote e inutili dacché immotivate e infondate che si spendono al riguardo. Un aspetto quanto mai fondamentale, in un paese come l’Italia nel quale l’incompetenza è ritenuta una dote da curriculum sia a livello di opinione pubblica – il celeberrimo “popolo di commissari tecnici della nazionale di calcio”, che oggi è invece diventato un “popolo di virologi”, a quanto pare! – e sia, per terribile paradosso, a livello di classi politiche e dirigenti. Quando invece un vero, autentico, bellissimo principio che non dovremmo mai dimenticare è quello che, nella vita, non si finisce mai di imparare! E in primis imparare a riconoscere chi abbia veramente qualcosa da insegnarci, ecco.

Vi propongo un brano dell’articolo del professor Paoloni, che potete leggere interamente (fatelo, che merita, e meditateci sopra, poi) cliccando qui.

Il sostantivo “Maestro” è presente nella vita di ciascuno di noi dal momento in cui siamo in grado di intendere e volere. La nostra evoluta società dell’apprendimento lo utilizza, ormai, da molto tempo coniugandolo nelle diverse modalità: da quelle che lo vedono inserito nella scala gerarchica dei titolari degli insegnamenti nelle scuole di ogni ordine e grado che ne coniugano le tipologie; facendole iniziare con il maestro di scuola materna fino a mutarne la denominazione in professore per tipizzare la specifica disciplina che impartisce (professa); fino ad arrivare a coloro che riconoscono nel Maestro colui che, titolare dell’esperienza “di qualcosa” o “per qualcosa” è in grado di potere e sapere traferire questa esperienza a terzi. […] Non bisogna, tuttavia, compiere l’errore, almeno in tal caso vista la serietà della circostanza, di scambiare i ruoli di maestro e allievo. Noi, tutti noi, non medici specialisti, siamo umili, indistinti, inermi, timorosi e ignoranti allievi. Ognuno, quale allievo, faccia la sua parte con totale umiltà e destrezza, utilizzando, laddove possibile, i nostri rispettivi ruoli, quale contributo per fare in modo che i maestri possano essere messi nella condizione di insegnare meglio. Facciamo gli allievi modello. Questo non è un campionato di calcio, dove tutti anche con ilarità e simpatia siamo allenatori e, quindi, maestri. In tal caso non siamo in una competizione per lo scudetto o per una coppa. Per una serie di sfortunate circostanze stiamo vivendo una difficilissima fase della vita della società globalizzata e non possiamo assolutamente permetterci di invertire i ruoli per salvaguardare la vita di molti di noi. […]