“Guerra”?

[Foto di Jcbutler, trasferita da en.wikipedia su Commons, pubblico dominio.]
Alcuni commentatori particolarmente sensibili alle dinamiche culturali di questo periodo pandemico che tuti stiamo vivendo stanno facendo notare, sui media o sul web, come l’utilizzo del termine “guerra” per descrivere l’azione atta al contenimento del coronavirus e dei suoi danni sia quanto meno impropria, se non del tutto sbagliata e fuorviante – cito tra quelli che ho letto l’articolo del professor Gianluca Briguglia, sempre interessante e illuminante, nel blog che cura per “Il Post”.

In verità quello di usare la parola guerra (e altri termini similmente iperbolici) a sproposito è un vizio che la nostra società, e in particolare le classi politiche e i media ad esse riverenti, hanno ormai da tempo. Nel mio piccolo aveva già disquisito della cosa diverse volte sul blog, ad esempio qui oppure qui: è stata definita “guerra” quella alla mafia, al terrorismo islamista, pure la querelle tra Spagna e Catalogna l’hanno chiamata così, quando invece nessuna di esse lo è, ed anzi definirla in quel modo strumentalizza e banalizza (paradossalmente) il loro senso concreto nonché ci deresponsabilizza al loro riguardo. Senza contare che ci fa dimenticare cosa sia veramente, una “guerra”.

D’altro canto, trovo sempre “sorprendente” il modo in cui la nostra civiltà (occidentale, intendo), che come mai prima gode d’un prolungato periodo di “pace”, in senso bellico, invochi invece continuamente lo spettro della guerra, metaforicamente ma emblematicamente. Cioè: siamo in pace, e “chiamiamo” la guerra, così come quando eravamo in guerra invocavamo la pace. Insomma, non siamo proprio capaci – noi civiltà così avanzata e progredita – di invocare la pace in tempo di pace, dunque salvaguardarla al fine di non dover vivere la guerra?

Non a caso, in un altro mio post qui sul blog, avevo citato Freud e la sua convinzione circa l’impossibilità della fine delle guerre in quanto l’aggressività, fondamento di ogni guerra, è “geneticamente” radicata nell’uomo. E non è nemmeno una questione di si vis pacem, para bellum, come affermavano i Romani, siamo andati oltre, o abbiamo ormai travisato il senso di tale massima: senza nemmeno comprendere che è proprio grazie alla pace se possiamo così superficialmente e stupidamente utilizzare la parola “guerra”. Un po’ come possiamo sentirci al sicuro da un terribile temporale quando siamo al riparo in casa: ma se quella casa che ci ripara non l’avessimo più, ovvero la mandassimo alla rovina? Che facciamo, che diciamo poi?

Un “pregio” dell’emergenza

[Foto di Günther Simmermacher da Pixabay ]
Eppure, se non fosse per le conseguenze alquanto dolorose se non catastrofiche cagionate, le “emergenze” – quelle vere, non quelle strumentali e campare per aria che certa propaganda di vario genere oggi crea – servirebbero, ogni tanto, in un mondo così pieno di storture come il nostro. Fosse più equilibrato no, non servirebbero e probabilmente nemmeno si manifesterebbero ma qui, invece, l’emergenza ha il “pregio” di mettere a nudo e spogliare dai veli di ipocrisia normalmente indossati la nostra società civile, evidenziandone ed esaltandone gli estremi: le sue parti virtuose e nobili lo diventano ancora di più, quelle ignobili e meschine dimostrano ancor meglio di essere tali.

L’attuale emergenza coronavirus mi pare che confermi pienamente il principio sopra esposto. Non c’è bisogno di indicare riferimenti diretti, evitando così di finire nel pantano della mera polemica, e d’altro canto non ci vuole nulla per raccogliere numerosi e palesi riscontri, nella realtà di questi giorni, sia nell’ambito “nobile” che in quello “ignobile”, nella scala nazionale e nelle minime cose locali, nel pubblico così come nel privato. Per entrambi, la cronaca quotidiana sta registrando e registrerà di continuo episodi d’ogni genere: è il caso di fare buona memoria per tutti questi, che verrà assai preziosa quando tutto sarà passato e tornerà la “normalità”, quella in cui fin troppo spesso, nel nostro mondo pieno di storture, tiranneggia la parte più ignobile e meschina per poi nascondersi dietro la smemoratezza diffusa.

La diabolica alleanza tra pm10 e coronavirus

Giusto qualche giorno fa ho dedicato un articolo, qui sul blog, a come il blocco quasi totale del traffico e di buona parte delle emissioni in atmosfera in forza dell’emergenza coronavirus abbia fornito una buonissima “risposta” alla domanda “come risolvere il grave problema dell’inquinamento di molte aree italiane, in particolare della Pianura Padana?” – potete leggere l’articolo qui, corredato da una mappa assolutamente esplicativa al riguardo. Poi ne ponevo un’altra, di domanda, ancor più essenziale dacché speranzosamente niente affatto retorica: ci si ricorderà di questa “risposta”, quando l’emergenza per il covid-19 sarà passata?

Ora permettetemi di aggiungere un altro elemento assolutamente significativo per il senso di queste domande e, soprattutto, delle loro necessarie risposte, e un’altra mappa:

A sinistra, le aree dell’Italia nelle quali sono state superati i limiti di concentrazione del pm10, appena prima dell’inizio dell’emergenza coronavirus (fonte qui); a destra, le aree dell’Italia con la maggior concentrazione di casi di contagio da covid-19 (fonte qui).

Bene: la Società italiana di medicina ambientale, l’Università Aldo Moro di Bari e l’Alma Mater di Bologna hanno appena pubblicato un position paper – un rapporto informativo speciale, insomma – su questa situazione in essere: lo trovate nella sua interezza qui, e ne parla questo articolo di Agi che offre anche un’interessante intervista alla professoressa Antonietta Gatti, tra i maggiori esperti di tossicità delle nanoparticelle a livello internazionale.
Nel paper si legge:

Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5) (1, 2). Nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico. […] Il grafico evidenzia una relazione lineare (R2=0,98), raggruppando le Province in 5 classi sulla base del numero di casi infetti (in scala logaritmica: log contagiati), in relazione ai superamenti del limite delle concentrazioni di PM10 per ognuna delle 5 classi di Province (media per classe: media n° superamenti lim PM10/n° centraline Prov.)  Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento da PM10 dei territori, coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali.

Insomma: pare proprio che le regioni italiane più colpite dal coronavirus sono anche quelle più inquinate.

Dunque, ribadisco con ancora maggior forza la domanda: ci ricorderemo – tutti quanti, dai “massimi” politici al “minimo” cittadino comune – di questa evidenza, quando l’emergenza per il covid-19 sarà passata?
CE NE RICORDEREMO?
Me lo auguro proprio, per il bene di tutti. E per dare a tutti un buon futuro.

La poesia, oggi

[Aleksei Mikhailovich Korin, Il pittore malato, 1892, Galleria Tret’jakov, Mosca. Fotografia autoprodotta, shakko, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15829926 ]
Oggi sarebbe la “Giornata Mondiale della Poesia”. Uso quel condizionale perché a me le “giornate-mondiali-di-qualcosa” stanno un po’ qui, ma l’ho già affermato più volte e non voglio risultare ripetitivo. Però oggi, nel pieno della terribile emergenza coronavirus che sta ammalando troppe persone e causando loro troppo dolore, mi sono ritrovato a constatare che, nella nostra lingua, “poesia” fa rima “malattia”. Questo, ovvio, non significa che siano due cose simili, anzi, la condizione del malato, qualsiasi essa sia, è tutto fuorché “poetica”. Tuttavia, a suo modo – mi permetto di osare la seguente interpretazione – questa bizzarra rima sembra segnalarci che nella nostra vita anche le cose più belle e felici restano sempre a contatto di quelle più brutte e tristi, e che vivere sempre e solo le prime come se le seconde non esistano – così come ci impone di fare il modus vivendi contemporaneo, che vuole allontanarci sempre più da responsabilità, doveri, consapevolezze civiche, sociali e culturali – è la condizione migliore perché qualsiasi problema sorga cagioni i danni peggiori. Si potrebbe facilmente coniugare questo punto di vista alla situazione emergenziale attuale e non solo ad essa, perché in effetti un’assonanza di senso tra i due termini, “malattia” e “poesia”, la si può anche trovare: ove si voglia, si pretenda di vivere come in una personale “poesia” – cioè in un’eterna astrazione, chimera, costantemente evasi dalla realtà concreta – ignorando e rifiutando qualsiasi possibile “malattia”, ovvero qualsivoglia problema che possa capitare, in tal modo non sapendo come affrontarlo quando si manifesti. Se non con iniziative che, per tutto ciò, risultano illogiche, sguaiate, ipocrite, non civili.

Ma, lo ripeto, sono riflessioni, queste mie, che mi sono sorte così, all’improvviso, nell’occasione della giornata. In fondo preferisco “celebrarla” così, posta la mia considerazione per essa e per tutte le altri similari prima segnalata, piuttosto che in altri modi tanto social quando banali e banalizzanti – e di questi tempi pure fin troppo retorici. La poesia resta e resterà comunque l’arte letteraria suprema, giornate mondiali o no: una benefica e salutare “malattia” di cui tutti noi dovremmo “soffrire”, debellandone – magari anche grazie ad essa – ogni altra virulentemente malefica.