Consigli di lettura

Una cosa che faccio troppo raramente, qui sul blog, e che invece dovrei fare con maggior frequenza è quella di consigliare libri che so per certo – ovvero per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – interessanti e importanti da conoscere per capire meglio il mondo in cui viviamo.

Comincio qui con Arte e politica in Italia. Tra fascismo e Repubblica, uscito nel 2018 per Donzelli Editore e firmato da una delle voci più limpide e autorevoli della critica artistico-culturale in circolazione, Michele Dantini, il quale nei suoi ultimi lavori si sta impegnando nell’analisi delle relazioni fondamentali tra la produzione artistica e la pratica politica nel nostro tempo – e non sono io a dover rimarcare quanto l’arte sia uno dei migliori strumenti da sempre di rappresentazione e rivelazione del tempo in cui viene prodotta e della sua realtà oggettiva, ben al di là dei suoi meri confini espressivi e mediatici. In Arte e politica in Italia, come evidenzia il sottotitolo si sofferma in modo ampio e dettagliato su alcune figure di artisti, critici, intellettuali che sembrano trovarsi ideologicamente agli antipodi nel corso degli anni venti e trenta: Edoardo Persico, Giuseppe Bottai, Marinetti, Carli, Gobetti, Suckert-Malaparte, Soffici, Croce, un poeta come Montale, studiosi come Lionello Venturi o il giovane Argan e pure artisti considerati «minori» come Tullio Garbari. Ma Dantini pone anche le premesse per una comprensione più diramata e molteplice di Lucio Fontana, cruciale trait-d’union tra le due metà del secolo se considerato dal punto di vista dell’«arte sacra» e del suo rinnovamento nonché, anche questo è inutile rimarcarlo, figura culturale il cui retaggio risulta fondamentale ancora oggi.

Insomma: un ottimo strumento culturale, questo libro, anche in relazione all’analisi del rapporto che c’è, o ci può essere, tra cultura e politica ovvero delle criticità piuttosto palesi in esso presenti nel panorama italiano che nel periodo preso in esame dal libro trovano molta parte della loro genesi.

Cliccate sull’immagine della copertina del libro per saperne di più.

Interazioni tra pratiche culturali e ambiti sociali contemporanei, nel quinto volume (gratuito) di Critical Grounds

Critical_05-1024x684Il quinto volume di Critical Grounds, “Le parole, le pratiche, la cittadinanza“, contiene gli atti del convegno a cura di Michele Dantini e Debora Spini tenutosi il 24 ottobre 2014 presso Villa Le Balze a Fiesole, sede della Georgetown University: è un’occasione importante per riflettere sulla relazione che le “Humanities” (ovvero le discipline umanistiche) intrattengono oggi con la sfera pubblica. Il volume contiene contributi di: Christian Caliandro, Manuel Anselmi, Rino Genovese, Marco Solinas, Debora Spini, Michele Dantini e Emanuele Pellegrini, e rappresenta una lettura assolutamente interessante per chiunque voglia capirci qualcosa di più circa l’interazione tra pratiche culturali e ambiti sociali contemporanei – un’interazione fondamentale, inutile rimarcarlo.
Last but non least, il volume è liberamente scaricabile dal web – cliccate sull’immagine lì sopra e lo potrete scaricare subito. Critical Grounds, infatti, nasce dal desiderio di mettere in rete libri di pregio e di grande interesse culturale in formato elettronico open source. È uno scaffale che, assieme alla ripubblicazione di saggi irreperibili o dimenticati, diffonde le voci della scena critica internazionale per offrire, ad ampio raggio, uno sguardo sul panorama culturologico contemporaneo. Accanto a questo programma, Critical Grounds propone inoltre libri d’artista, nuovi autori e nuove voci della narrativa per condividere con i suoi autori e i suoi lettori un’ampia scelta di ipotesi, di orientamenti, di disegni sull’area creativa del prossimo futuro.

Riguardo a questo quinto volume di Critical Grounds Christian Caliandro, che ne è il direttore, scrive: «L’approccio di questo discorso è fortemente interdisciplinare: i relatori infatti si occupano di sociologia, storia dell’arte, estetica, teoria politica e sociale, filosofia politica. Sono linguaggi e attrezzature diverse e lontane, per le quali è necessario oggi costruire punti di incontro, piattaforme comuni, sistemi di traduzione e comunicazione reciproca: secondo la convinzione dei due curatori, è necessario adottare un approccio ricco e composito per elaborare un modello interpretativo efficace del presente, e per fuoriuscire da ciò che Michele Dantini chiama «la separatezza degli studi antiquari». L’obiettivo è sempre e comunque quello di una ritrovata responsabilità civile delle scienze umane. Sempre nel suo intervento – a proposito dell’obbligatoria apertura che deve caratterizzarle rispetto al «fuori», alla realtà in cui esse sono immerse – Dantini chiarisce: «Una più viva amicizia tra filologia e (contro-)informazione dischiude opportunità che le discipline umanistiche dovrebbero affrettarsi a cogliere. All’indagine specialistica confinata in un remoto passato possiamo affiancare il saggio-inchiesta su argomenti di attualità, ancora sprovvisti di bibliografia; o l’invenzione di nuovi ‘oggetti’ disciplinari posti all’intersezione di più ambiti di ricerca. Intesa come conversazione portata in pubblico, la storia dell’arte non ha necessità di cercare rifugio esclusivo tra le pagine a stampa della rivista specialistica. Dialoga invece con la critica sociale e l’antropologia culturale sul piano dell’‘osservazione partecipante’».
E Debora Spini aggiunge: «[Il] legame fra teoria critica e critica estetica sembra se non interrotto quanto meno indebolito; per rivitalizzarlo è necessario però un lavoro di riconcettualizzazione e di rinnovamento della categorie, a partire dalla ricomprensione dell’arte come forma di linguaggio sociale, da cui consegue che le pratiche dell’arte (la sua produzione, la sua fruizione) possano legittimamente comprendersi come ‘pratiche di cittadinanza’. Questo compito di riconcettualizzazione è tutt’altro che immediato. […] La mia tesi è che il legame fra fruizione/produzione (pratica) riflessiva dell’arte e critica sociale non solo continui ad esistere, ma diventi ancora più rilevante in questo particolare contesto di tramonto della modernità; ritengo cioè che la lettura della fenomenologia del tempo presente ci siano elementi più che sufficienti a corroborare la validità dell’esperimento tentato insieme e testimoniato in questa raccolta di saggi.»

Ribadisco: cliccate sull’immagine lì sopra e potrete effettuare il download del volume immediatamente e aggratis. Approfittatene subito, insomma.

Per una critica (costruttiva) della critica. Le quattro tesi di Michele Dantini

1419863140647Le-LibraireMichele Dantini è storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali.
Sul numero 23 di Artribune ha pubblicato un interessante e illuminante articolo su una questione (d’istinto stavo scrivendo “una ferita”!) aperta ormai da tempo immemorabile in ambito artistico e culturale: la critica. Disciplina che genera sempre parecchie discussioni anche per come la sua definizione pare essere cosa piuttosto vaga e lontana, il che genera interpretazioni innumerevoli, sovente di segno contrario le une con le altre e le quali a volte, tanto avviluppate su sé stesse che sono, smarriscono quello che dovrebbe essere il senso primario del fare (e praticare) critica. Che non significa semplicemente sancire se una cosa è bella o brutta, sia fatto ciò in due righe o in 1500 pagine – è una ovvietà, questa che ho appena scritto, anzi: dovrebbe esserlo, ma a quanto pare non lo è affatto.
L’articolo di Dantini, pubblicato su un magazine come Artribune che si occupa di arte contemporanea (non solo, ma soprattutto), è di conseguenza riferito al campo delle arti visive. Michele_Dantini_photoTuttavia, da appassionato di letteratura, so bene – e lo rimarco spesso, qui nel blog – che il problema della critica esiste in maniera simile se non maggiore anche in tema di libri e scritture letterarie, ove veramente si assiste a tutto e al contrario di tutto. Leggete l’articolo di Dantini sostituendo “artisti” e “opere d’arte” con scrittori e libri (mantenendo valido il termine “arte” e considerando tale la letteratura – anche se, lo ammetto, tale considerazione è a volte (!) un po’ (!!!) forzata) e la disquisizione proposta regge perfettamente, anzi, è sotto certi aspetti ancora più valida e importante per la letteratura che per l’arte visiva.
Insomma, sono certo che le quattro tesi di Michele Dantini rappresentino un efficace strumento di riflessione e di determinazione dell’essenza della questione, e che la loro considerazione sia necessaria per chiunque voglia impegnarsi nella pratica critica – che tratti d’un romanzo Harmony, di un saggio filosofico ovvero di un’opera di Cattelan.
Che poi queste così importanti tesi vengano recepite, meditate e, in caso di accordo, messe in pratica, beh, è un altro discorso. Purtroppo.

P.S.: Ringrazio di cuore Dantini per avermi concesso la possibilità di pubblicare il suo articolo anche qui nel blog.

Quattro tesi sulla critica. Quelle di Michele Dantini
È possibile coniugare connoisseurship e critica sociale, filologia e politica? È la domanda che attraversa oggi l’intero ambito della teoria culturale. Come si fa critica d’arte? Come si costruiscono un assenso e un dissenso perspicaci, e si produce un’effettiva conoscenza?

Con “connoisseurship” intendo una competenza visiva esperta e specifica. In assenza di connoisseurship prevale la chiacchiera sociologica, la glossa dottrinaria, il commento alla poetica (o meglio la sua parafrasi). Questa è la prima tesi. Una rosa è una rosa è una rosa: cioè un’immagine che ci “parla” al modo delle immagini, attraverso dettagli visuali. Dovremmo saperlo, ma per lo più non lo sappiamo. Nell’avvicinarci a un’opera d’arte occorre quindi prepararsi a reagire con prontezza a tutto ciò che, nell’immagine, è inatteso, smisurato, iperindividuale. Tutto ciò che eccede o perfino smentisce le dichiarazioni d’intenti o i punti di vista ragionati. In breve: tenersi alla larga dalle “generalità” manualistiche e affidarsi alla “memoria involontaria”.
Con “critica sociale” intendo la capacità di sintesi e riduzione. Se facciamo critica sociale significa che abbiamo scelto di abbandonare il piano della pedissequità e della cronaca culturale. Questa è la seconda tesi. Non vogliamo occuparci (nell’occasione almeno) di singoli artisti o di singole opere ma adottare prospettive “sistemiche”. E discutere criticamente, con attitudini distaccate, il mondo della produzione artistica contemporanea, le politiche di marketing, il mecenatismo, i viscosi vincoli di fedeltà interni alle tribù.
Terza tesi. Il critico-interprete (o meglio il critico-scrittore: cioè il critico tout court) alterna o intreccia connoisseurship e critica sociale. Non è al servizio dell’artista, del gallerista, dell’amministrazione locale o del museo. Non ha cioè l’obbligo di essere “complice” – la citazione è da Celant – né si presta al calloso rituale della promozione. Zelo, devozione e professionismo corporate uccidono l’acutezza e impongono reticenza. Possiamo certo batterci per questa o quell’opera, questo o quell’artista, ma solo sul presupposto della nostra intima convinzione e attraverso la chiaroveggente perspicuità della nostra scrittura. Questa dev’essere libera. Ripeto: libera.
Quarta tesi, ultima e decisiva. Il destinatario della critica non è l’artista. È invece il pubblico inteso in senso normativo, la comunità di cittadini non specialisti che chiede e attende di essere documentata per poter valutare.
Così intesa la critica è un’arte esatta, una forma di letteratura non-fiction; e insieme il riconoscimento di un diritto che vale per l’umanità in generale.

Michele Dantini
docente universitario, critico e scrittore