Se non fosse per la situazione sanitaria tremenda vissuta ormai a livello planetario, in questi giorni avremmo la prova pressoché ineluttabile a sostegno della risposta a una domanda che ci si pone da tempo senza però che si agisca di conseguenza, in primis a livello politico: come si potrebbe risolvere, o almeno attenuare, il gravissimo inquinamento dell’aria nel Nord Italia e nelle altre zone che ne subiscono gli effetti?
[Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per aprirne la fonte.]Ecco.
Cito, da questo articolo de “Il Post“:
Emanuele Massetti, un ricercatore della Georgia Tech University che si occupa degli effetti sull’economia del cambiamento climatico, ha detto al Washington Post: «Penso che dipenda soprattutto dall’assenza di automobili con motori diesel per la strada. Mi aspetto che l’inquinamento diminuisca ancora con la dispersione e l’assorbimento del particolato nell’atmosfera. Tra qualche giorno nel Nord Italia sperimenteranno l’aria più pulita di sempre».
Ci si ricorderà di questa immagine, e dei dati scientifici relativi, quando l’emergenza coronavirus sarà passata? C’è da sperarlo. Esserne certi è troppo, temo, resto inesorabilmente scettico al riguardo. Ma, appunto, chissà.
Impianti dismessi ed ecomostri dell’Alpe Bianca, Tornetti di Viù (Torino). Immagine tratta da qui.
Le località sciistiche al tempo del coronavirus, che ne ha imposto la chiusura e, in pratica, la fine anticipata della stagione turistica: se già molte di esse sono da anni in gravissimo deficit economico e sopravviventi solo grazie a contributi pubblici e bilanci “creativi”, tale chiusura obbligata rappresenterà per non poche di loro una tremenda mazzata, forse letale, che ne allungherà di molto l’elenco già esteso. Tuttavia, anche senza di questa, è evidente come sempre di più la presenza dell’industria dello sci sulle montagne sia diventata vieppiù antitetica con lo stato di fatto in quota, in primis per i cambiamenti climatici in atto, che riducono gli apporti nevosi e ne aumentano sempre più la quota, ma pure perché il comparto dello sci su pista si basa ancora grandemente su modelli e strategie turistiche ormai superate e non più valide, perpetrate soltanto per difendere piccoli interessi di parte e tornaconti ormai ingiustificati. Spiace dirlo – a loro – ma molte stazioni sciistiche sulle nostre montagne non hanno più senso, e vederle in attività con tutta la pressione antropica, ambientale, economica cagionata a territori montani in evidente difficoltà ecologica è veramente qualcosa di biasimevole.
Or dunque, voglio chiedere: se anche per tale ambito l’emergenza coronavirus rappresentasse l’occasione per un autentico cambio di paradigma, invocato già da anni da più parti attraverso appelli pressoché inascoltati, al fine di smetterla con quei modelli divenuti fallimentari e divoratori di soldi pubblici che potrebbero essere spesi molto meglio sui monti, a beneficio delle genti che li abitano e li mantengono ancora vivi – non solo economicamente ma anche socialmente e culturalmente – nonché a vantaggio indispensabile dell’ambiente e del paesaggio montani, che i cambiamenti climatici rendono ancor più delicati e fragili di quanto già non siano per propria natura?
D’altro canto, ribadisco, il turismo dello sci su pista ha già superato da qualche tempo il bivio tra sopravvivenza e fine certa, una bipartizione determinata soprattutto dal riscaldamento globale per la quale tutte le stazioni sciistiche aventi comprensori posti sotto i 2000 metri di quota hanno imboccato la strada della chiusura inevitabile senza alcuna possibilità di retromarcia – come quella che molti credono rappresentata dalla neve artificiale, in realtà il modo migliore per tirare grandi zappate sui piedi di stazioni sciistiche già zoppe e barcollanti.
Quindi, se cambiamento dev’essere – e non può che esserlo, vista la situazione – che sia realmente paradigmatico e basato su principi rigorosi ovvero rigorosamente innovativi o, se preferite, rivoluzionari. Per restare in attività garantendo buona salute a se stesse e ai territori in cui operano (in senso generale: economico, sociale, culturale, ambientale, eccetera) le stazioni sciistiche – mi permetto di proporre – dovrebbero:
Essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo, con apposita certificazione la quale attesti che i comprensori non arrechino alcun danno ai territori interessati e alle loro risorse, anzi, che possibilmente ne apportino vantaggi in tal senso. La riconversione energetica, ove necessaria, sarà da sostenere con appositi supporti finanziari – qui sì giustificabili – e non dovrà in alcun modo ricadere sulle popolazioni locali così come, se non minimamente, sugli sciatori.
Non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi, semmai efficientando il più possibile – posto il punto 1 – l’esistente a livello di infrastrutture e di gestione ambientale.
Eliminare totalmente l’innevamento artificiale, ottusamente ritenuto un’ancora di salvezza per molte stazioni che invece, coi suoi costi esorbitanti, rappresenta una zavorra per affondare definitivamente i loro bilanci già deficitari, oltre che una forma di depredamento di risorse naturali – l’acqua, innanzi tutto – che invece nel futuro dovranno essere sempre più salvaguardate, vista la drastica riduzione delle superfici glaciali le quali, è bene ricordarlo, sono i principali serbatoi di acqua potabile a disposizione sulle Alpi. E poi: scommettiamo che guadagna di più una stazione sciistica che lavora 2 o 3 mesi solamente con neve naturale rispetto a una che lavora 4 o 5 mesi con largo uso di neve artificiale?
Essere obbligate, in qualche modo adeguatamente certificabile, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori e in maniera ben più ampia e strutturata di quanto non si faccia ora: percorsi per camminatori, ciaspolatori, sci alpinisti, attività sportive non sciistico-alpine come sci nordico, slittino, pattinaggio, eccetera (ovviamente ad esclusione di quelle a forte impatto ambientale, come motoslitte, eliski e cose affini, sostanzialmente da vietare). Il tutto, appunto, senza che queste siano considerate “di serie B”, come oggi quasi sempre accade in tante stazioni sciistiche ove tutti i servizi o quasi (con i relativi investimenti) vengono dedicati agli sciatori su pista e pochissimo agli altri fruitori, nonché con il coinvolgimento istituzionale dei soggetti professionistici che operano in tali attività “alternative” – guide alpine, accompagnatori di escursionismo, operatori ambientali e culturali, rifugisti, eccetera.
Essere obbligate a mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche: degli impianti di risalita ecosostenibili ma con alle loro partenze megaparcheggi traboccanti di auto rappresenterebbero una contraddizione inaccettabile. Tutto il territorio sul quale insiste un comprensorio turistico dovrebbe essere a bilancio energetico e ambientale zero o positivo, e in ciò concorrere alla certificazione in tal senso della stazione: per tale motivo la parte pubblica (le amministrazioni locali) e quella privata (le società di gestione degli impianti) devono lavorare in sinergia e in joint venture strategica, e non operare come due entità distinte e spesso conflittuali se non per spartirsi tornaconti indebiti, come sovente accade.
Ecco: tutti i comprensori sciistici non in grado di attuare tali riconversioni dovrebbero essere chiusi, e le località dedicate espressamente al turismo non meccanizzato, che peraltro è un comparto in grande espansione che senza dubbio rappresentare il futuro della fruibilità sostenibile sui monti, certamente in grado di soppiantare economicamente lo sci su pista. D’altro canto, i comprensori non in grado di evolvere come detto sono quelli comunque destinati a chiudere a breve: per mancanza di neve, per inadeguatezza ecologica e ambientale degli impianti, per insostenibilità finanziaria, per gestione economica errata e dissociata dalla realtà.
Non è più un questione di “se” e di “ma”: come rimarcato, il tempo delle scelte si è già esaurito da un pezzo. Ora contano soltanto la doverosa cognizione dello stato di fatto, l’onestà intellettuale e professionale, la coerenza e la fine d’ogni arroccamento egoistico, l’azione concreta e virtuosa, la capacità di visione futura. Il buon senso, insomma, di chi ha veramente a cuore la montagna, in ogni suo aspetto.
N.B.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere il dossier NeveDiversa 2020, redatto da Legambiente che tratta con grande obiettività de «Il mondo dello sci alpino nell’epoca della transizione ecologica: dismissioni, abbandoni, chiusure, accanimenti terapeutici, mix di tradizione e innovazione, tentativi di riconversione e buone pratiche di turismo soft». Da leggere assolutamente.
P.S. (Pre Scriptum): questo articolo l’ho scritto prima che “scoppiasse” l’emergenza coronavirus. Lo dico nel caso qualcuno ci volesse trovare riferimenti alla situazione attuale: se ci sono, sono certamente casuali.
C’è un principio, nella psicologia applicata alla gestione delle strutture gerarchiche, che sembra scritto apposta per l’Italia e per molti ambiti della vita istituzionale e pubblica (ma non solo) italiani: è il cosiddetto Principio di Peter, dal cognome dello psicologo canadese Laurence J. Peter, che lo formulò nel 1969 pubblicandone poi i dettagli in un libro intitolato proprio The Peter Principle, di grande fortuna editoriale in America.
Il principio, apparentemente paradossale – ma, appunto, apparentemente, in verità del tutto razionale in forza della sua oggettività nel rappresentare un diffuso vulnus nelle comunità sociali strutturate – dice:
«In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza.»
Tuttavia il paradosso del principio diventa effettivo, in tutta la sua prorompente gravità, negli ambiti in cui le salite lungo scale gerarchiche venga determinate non più da competenze effettive ma da altri fattori che riescono a metterle in posizione secondaria. In poche parole: la politica odierna, nella quale i “leader” non sono più le figure più capaci e più preparate ma quelle che si sanno vendere meglio, spesso proprio sfruttando la loro incompetenza attraverso – ad esempio – sparate propagandistiche che si possono diffondere grazie alla rispettiva incompetenza culturale presente nell’opinione pubblica, che impedisce di svelare quelle sparate per ciò che quasi sempre effettivamente sono, delle gran scempiaggini.
In pratica, il Principio di Peter rappresenta un concetto antitetico, nelle strutture delle comunità democratiche, a quello di “meritocrazia”, che per certi ambiti non sarebbe a sua volta esente da critiche ma che per situazioni sociopolitiche parecchio degradate come quella italiana rappresenterebbe una buona soluzione al fine di rimettere in equilibrio le cose e promuovere un successivo sviluppo maggiormente virtuoso.
Il senso civico può essere definito come un atteggiamento di fiducia negli altri orientato alla disponibilità a cooperare per il miglioramento della società in cui si vive. La fiducia ha effetti benefici a tutta la società. In particolare il livello di benessere è più alto (Fukuyama, 1995. Putnam, 1993:176-190), le istituzioni (comuni, province, regioni) funzionano meglio (Putnam, 1993:73-96), la sanità (e in generale i servizi pubblici) funzionano meglio (Cartocci, 2007:103-107), i cittadini sono mediamente più soddisfatti della propria esistenza (Putnam,1993:132). La sfiducia al contrario provoca indifferenza e in alcuni casi addirittura atteggiamenti predatori verso gli altri e le risorse pubbliche.
È una buona (e scientifica, come si può notare dai riferimenti) definizione di senso civico, questa, che si può leggere e approfondire meglio qui.
Certo il “popolo” italiano (si notino le virgolette) non è che brilli nel dimostrarne, di senso civico, con un apparente crescente “impegno” nel palesarne sempre meno, al punto che autorevoli voci estere – si veda l’articolo lì sopra del “New York Times”, cliccate sull’immagine per leggerlo – si possono permettere di dubitare (in modo del tutto fondato, purtroppo) che gli italiani sappiano e sapranno rispettare le misure per il contenimento dell’epidemia di coronavirus messe in atto di recente.
Ma, soprassedendo su certi episodi parecchio indegni – come le fughe dal Nord Italia di sabato e domenica scorsi – che non fanno altro che addensare fango sul buon nome della società civile italiana, è proprio questa una “buona” (ancorché per nulla gradita) occasione, vista l’attenzione mediatica del mondo sul paese, per dimostrare che in Italia di senso civico ce n’è ancora, che sia diffuso e non confinato in piccole e anguste “riserve” socioculturali, e che finalmente la nazione possa in tal senso provare di stare al passo con le società civili più evolute. Il che significa pure di poter dimostrare di avere un futuro, quanto meno sociale e civico; che lo possa avere anche politicamente non credo proprio, ma penso pure che questo non sarebbe un gran problema, in presenza di una società civile adeguatamente e consapevolmente dotata di civismo, appunto. E il paese, da un periodo così difficile, ne verrebbe fuori realmente rinforzato e culturalmente più forte.
D’altro canto, il senso civico non costa nulla e prevede solo benefici, tanto più ampi quanto più siano condivisi. Dunque conviene farne un valore indiscutibile e irrinunciabile, senza alcun dubbio.
[Foto di Gordon Johnson da Pixabay.]Da sempre sono convinto che qualsiasi azione pubblica che possa comportare qualsivoglia effetto, in primis la trasmissione di un messaggio, sia un atto politico. Lo è certamente il gesto artistico, quale esempio assoluto, ma lo può e lo deve (dovrebbe) essere anche ogni altra pur minima azione compiuta da chiunque. Questo perché l’interazione più o meno attiva e intensa con la sfera pubblica è un atto che influisce sulla relazione, la gestione, lo sviluppo di essa, anche quando lo faccia minimamente o in modi incompresi e inintelligibili dai più. D’altro canto questo comporta che ogni atto individuale pubblico debba essere compiuto coi crismi della logica e della razionalità, dell’intelligenza, della coscienziosità e della consapevolezza civica e culturale, dell’umanità, eccetera. Quindi, è un atto politico un’installazione artistica esposta al pubblico, il portare fuori di casa la spazzatura, il camminare in un bosco, il mettersi in coda alle poste, il chiacchierare con gli amici di come va il mondo, il leggere un libro sul treno, e così via. Tutto o quasi, insomma, ma perché siamo creature civiche e dunque inevitabilmente politiche; solo l’eremita che si isoli dal resto del mondo e dell’umanità su un’isola dispersa nell’oceano potrebbe non esserlo, ma anche in tal caso il condizionale è d’obbligo.
Certo, come ribadisco, bisogna essere consapevoli di tale condizione “politica” singolare e condivisa.
Ecco: posto ciò, io credo che sempre più col tempo si sia imposta una classe politica a dir poco indecente, e sostanzialmente antitetica alla politica nel senso originario e nobile del termine, proprio perché sempre più persone hanno trascurato, dimenticato, ignorato o rifiutato la matrice politica di ogni propria azione pubblica, richiudendosi in un crescente egoismo autoreferenziale, antisociale, dissociante e alienante in conseguenza del quale il valore politico che agisce materialmente e immaterialmente sulla realtà è stato (abbastanza sovrappensiero, o per mera ottusità) demandato ad un ambito virtualmente superiore – quello “politico” nel senso di attività esercitata dai movimenti politici – il quale, trovandosi il campo libero da qualsiasi limitazione morale, sociologica e filosofica, ha potuto degradarsi e degradare il senso stesso della “politica” fino alla situazione attuale.
Per dirla in parole povere: ove buona parte delle persone se ne freghino del valore culturale e politico del proprio essere parte della società, pensando solo ai propri interessi e dimenticando di agire in uno spazio pubblico condiviso, il politico-di-partito si ritrova con le mani libere (e pulite di default) per fare ciò che vuole. Da qui, il passo all’indecenza di governo e di potere è brevissimo, avendo a che fare con una classe dirigente istituzionale di partenza ben misera di valori, cultura, etica, visionarietà e quant’altro un politico dovrebbe possedere ovvero coltivare con il massimo impegno.
Anche per questo, in fondo, la democrazia si dimostra una forma di governo così traballante e disarmata e il principio per il quale «ogni popolo ha i governanti che si merita» si dimostra di valore ineluttabilmente assoluto. O la politica torna ad essere un’attività democratica, dunque condivisa e praticata da tutti, oppure è ben difficile sfuggire da una sorte nefasta.
E, per essere chiari, «ben difficile» è un espressione eufemistica, ecco.