Perché i Vichinghi sono giunti in America ben prima di Colombo

[Foto di Óscar CR da Pixabay.]
Di recente è stato scientificamente provato in maniera definitiva quanto raccontato da sempre in leggende, saghe nordiche e testimonianze di vario genere: i Vichinghi sono giunti sul continente americano quasi 5 secoli prima di Cristoforo Colombo e vi hanno installato proprie colonie almeno fin dall’anno 1021, quello determinato dai suddetti e pressoché indubitabili studi.

Tuttavia, se avete avuto l’occasione (o se l’avrete e vi consiglia di averla) di visitare la Vikingskipshuset, il notevole Museo delle Navi Vichinghe di Oslo[1], di quell’ipotesi sulla conquista vichinga dell’America ora divenuta verità scientifica io penso che ne eravate già certi, ovvero quando ci andrete lo sarete. Perché visitando il museo e ammirando le tre navi in esso conservate (alcune coeve agli anni della conquista americana, ma tenete conto che la concezione di tali navi è ancora più antica), resterete sbalorditi dalla bellezza, dall’eleganza e dalla palese efficienza idrodinamica dei drekar, o drakkar nella forma più comune del nome, forse tra i manufatti più belli mai creati dalla razza umana. Sembrano disegnati con un avanzatissimo software CAD ma pure attraverso una concezione artistica assolutamente attuale, con lo scafo così filante e perfettamente adattato alla navigazione veloce in acque anche agitate come quelle oceaniche e la forma armoniosa tanto quanto funzionale che consentiva a tali navi di effettuare manovre impossibili per qualsiasi altra imbarcazione del tempo (e di molti secoli successivi).

A vederli, insomma, viene spontaneo pensare che con scafi così “perfetti” i Vichinghi potessero realmente arrivare ovunque volessero e con un rendimento di viaggio all’epoca insuperabile nonché, appunto, navigando con un’eleganza stupefacente, al punto che le caravelle di Colombo, concepite diverse centinaia di anni dopo, appaiono al confronto come imbarcazioni tozze e goffe. Basti pensare che un dreki (singolare di drekar) coi venti favorevoli poteva viaggiare tranquillamente a 15 nodi di velocità (28 km/h) quando invece una caravella del tempo di Colombo, ovvero una nave concepita secoli dopo, faticava a superare i 10 nodi.

Ma, appunto, anche a prescindere dalla storia delle esplorazioni vichinghe e dalla scoperta dell’America, lo ribadisco: credo che un dreki, o drakkar, sia una cosa che bisogna ammirare almeno una volta nella propria vita. È realmente un oggetto stupefacente ed emozionante come pochi altri fatti da mano umana, ve lo assicuro, e vi farà capire molte cose non solo riguardo ai Vichinghi ma in generale della storia, dell’evoluzione e dello sviluppo tecnologico della nostra civiltà.

[1] Vale anche per il Vikingeskibsmuseet, il Museo delle Navi Vichinghe di Roskilde, in Danimarca, che a sua volta ho visitato; ma sena dubbio le navi conservate a Oslo sono più spettacolari, anche perché meglio conservate.

 

Uno dei luoghi al mondo più fuori dal mondo

[Foto di Gernot Hecker, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Chiunque subisca il fascino dei luoghi remoti, come me, non resterà insensibile a quello di Jan Mayen. Non il posto più remoto e lontano da ogni altro del pianeta ma senza dubbio uno di quelli che più sa vividamente suscitare tale impressione.

[Immagine di Emmanuel Boutet, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Jan Mayen è un’isola sperduta tra il Mar di Norvegia e il Mar di Groenlandia, più o meno a un terzo di rotta navale tra l’Islanda e le Svalbard, ampia 377 km2 e caratterizzata dalla presenza di un grande vulcano ricoperto di ghiacciai, il Beerenberg, alto 2277 m (lo stratovulcano attivo più settentrionale del mondo), da una geologia e da una geografia assolutamente particolari, veramente da “altro mondo”, e da un clima artico che raramente concede giornate di bel tempo mentre più spesso sono nebbie, piogge e bufere di neve a farla da padrone, acuendo la sensazione di posto lontanissimo dalla “civiltà” e dai suoi agi. Non è permanentemente abitata salvo che da qualche decina (35 al massimo) di scienziati, meteorologi e operatori della locale installazione radio/radar. Nonostante sia in mezzo al mare, Jan Mayen non possiede un porto e attracchi per navi, in forza delle sue coste alte e rocciose ovvero basse e ghiaiose: ci si arriva solo in aereo, atterrando sull’unica pista adibita allo scopo – quando il meteo lo consenta, ovvio.

[Foto di Hannes Grobe, Alfred Wegener Institute, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte  commons.wikimedia.org.]
Il toponimo dell’isola, a sua volta assai particolare, deriva da quello del navigatore olandese Jan Jacobszoon May van Schellinkhout, che visitò e “scoprì” l’isola nel 1614, ma le virgolette sono d’obbligo in quanto numerosi altri esploratori ritennero di averla scoperta ovvero di essere i primi a mettervi piede, ignari che altri lo avessero già fatto, così che nel tempo all’isola sono stati dati innumerevoli altri nomi: Hudson’s Touches, Trinity Island, Isabella, Mr. Joris Eylant, Maurits Eylandt, Thomas Smith’s Island, Île de Richelieu, ma forse anche il toponimo vichingo Svalbarð, che oggi identifica l’omonimo arcipelago, inizialmente faceva riferimento a Jan Mayen, indicando che furono in realtà i vichinghi ad aver raggiunto per primi l’isola (considerando l’antecedente e celebre Navigazione di san Brendano un testo fondamentalmente leggendario e dunque non attendibile).

[Foto di Banja-Frans Mulder, CC BY 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
[Foto di Hannes Grobe, Alfred Wegener Institute, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma: uno dei luoghi al mondo più fuori dal mondo, come si usa dire, ma senza dubbio anche tra i più affascinanti e singolari – e che tale è destinato a rimanere, visto che per fortuna non è visitabile se non da personale scientifico/tecnico autorizzato. Ma potete saperne di più visitando, oltre ai link presenti nell’articolo, il sito jan-mayen.com (in inglese), dedicato all’isola e alle sue eccezionali peculiarità.

N.B.: cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Orizzonti dai volti leggibili

In quel periodo avevo scoperto anche la capacità di distinguere perfettamente i lineamenti e il portamento di ogni monte, tanto da poterlo riconoscere sia a grande distanza, sia da versanti dai quali non l’avevo mai visto prima, come se fosse una figura umana; si tratta della stessa funzione mentale con cui in genere riusciamo a riconoscere le persone da dettagli fisici e dalla postura, anche se non ne scorgiamo il volto. Da bambino non avevo simili capacità nei confronti delle montagne. Non so quanti ne siano coscienti, eppure è questo il fondamentale passaggio della crescita che permette le prime partenze verso il grande mondo: la scoperta che gli orizzonti hanno volti leggibili.

(Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi, CAI / Ponte alle Grazie, 2020, pag.205.)

Dice bene Michieli quando parla di «fondamentale passaggio della crescita»: lo è per partire alla conoscenza del mondo ma, in modo altrettanto valido, lo è per partire alla conoscenza di se stessi. Perché leggere i volti degli orizzonti significa riconoscerli e identificarli, dunque significa identificarsi in essi – proprio grazie alla loro conoscenza il più possibile approfondita – e ugualmente identificare se stessi: non sentirsi mai spersi ovunque ci si trovi, sentirsi sempre (o quasi) nel posto giusto, in relazione costante con il mondo d’intorno, costruire e sviluppare la propria identità determinata in connessione con l’identità culturale dei luoghi nei quali viaggiamo o abitiamo e coi quali interagiamo.

È forse una delle maggiori manifestazioni di civiltà e cultura umane, questa, e probabilmente la forma fondamentale di presenza che possiamo formulare verso questo nostro mondo in cui tutti insieme viviamo.

P.S.: vi ricordo che Franco Michieli sarà uno dei prestigiosi ospiti della rassegna autunnale del progetto Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare presso il meraviglioso borgo delle Prealpi lombarde. Cliccate qui per saperne di più.

La grande bruttezza delle isole Fær Øer

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Le isole Fær Øer sono senza dubbio uno dei luoghi più spettacolari e affascinanti del mondo. Un posto che da sempre vorrei visitare ma nel quale, stando le cose come stanno, non andrò mai.

Già, perché certe barbarie del tutto insensate e frutto di una palese crudeltà, che si direbbe persino patologica, non trovano un contraltare riequilibrante in nessuna pur insuperabile meraviglia. Anzi, in qualche modo rendono quella barbarie ancor più atroce, anche per come sia perpetrata nei confronti di alcune tra le specie animali più socializzanti verso gli uomini.

«Sono tradizioni locali secolari che vanno rispettate!» sosterrà qualcuno. Affermazione del tutto priva di logica: la storia non può rompere la relazione col tempo ovvero non confrontarsi con il presente nel quale si genera, altrimenti diventa solo una mera alienazione – appunto. Se certe usanze “tipiche” potevano essere comprese mille o cinquecento anni fa, oggi – nel mondo di oggi, nella realtà odierna – non lo sono più. Altrimenti noi saremmo ancora qui a far combattere i gladiatori nelle arene e a sacrificare vergini agli dei. Pretendere di preservare una “tradizione” del passato in un presente che non offre più le condizioni in cui si è generata rappresenta solamente una forma di indubitabile, paranoica ignoranza.

Tornano invece in mente quelle celebri parole attribuite a Oscar Wilde, «la tradizione è un’innovazione ben riuscita»… Be’, se a fronte di quella spaventosa realtà gli abitanti delle Fær Øer non sanno innovare le loro tradizioni, dimostrando così di vivere nel presente e guardare al futuro piuttosto di rinnovare un passato così truce e sanguinoso, significa che la bellezza della loro terra non è poi così grande da meritare di essere visitata e apprezzata, ribadisco.

Un paesaggio, in cielo

Ieri nel tardo pomeriggio, sopra di me, c’era quel tipo di cielo che io definisco “da arcipelago finlandese” – si veda l’immagine qui sopra.
Voi magari ora supporrete: perché un cielo così l’hai visto durante qualche tuo viaggio in Finlandia?
No, non l’ho visto lì. Ovvero, sì, ho visto lì qualcosa di molto simile: ma non in cielo, semmai dal cielo.
Già, perché l’osservazione di quel particolare cielo, ieri, con tutte quelle innumerevoli piccole nuvole distaccate l’una dall’altra e sperse nell’azzurro intenso di fondo, mi ha subito ricordato – da “buon” visionario quale sono – la peculiare veduta aerea delle innumerevoli piccole isole sperse nel blu del Mar Baltico presso il Parco Nazionale dell’Arcipelago Marino, nella Finlandia sudoccidentale:

Una visione simile a quella di talune altre zone lungo le coste scandinave (Finlandia e Svezia sono di gran lunga i paesi al mondo che hanno più isole: quasi 410.000 nel complesso!) ma comunque tipica di questa spettacolare parte del continente europeo.

D’altronde, il bello dello scoprire sempre nuovi paesaggi è che a volte non li si scova soltanto sulla Terra ma pure in cielo o altrove: e, a modo loro ovvero nella loro immaterialità, anch’essi sono “paesaggi” nel senso propriamente culturale del termine, anche se non li può raggiungere – o, forse, proprio in forza di ciò.

N.B.: l’immagine in alto è mia, quella in basso è tratta da Google Earth.