[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.%5DMi rende sempre felice leggere di nuove serate dedicate al Vallone delle Cime Bianche, l’«ultimo vallone selvaggio» delle Alpi valdostane, e alla battaglia in sua difesa rispetto ai progetti funiviari e sciistici che lo devasterebbero, degradando un luogo tra i più straordinari delle Alpi occidentali assoggettandolo al business dell’industria dello sci – come se già non ce ne fossero a sufficienza di grandi comprensori sciistici a fronte di un mercato che da anni è considerato “maturo” e non cresce, mentre aumenta sempre più la richiesta dei vacanzieri montani di un turismo lento e sostenibile grazie al quale godere ben più profondamente della bellezza alpina e di luoghi più unici che rari come il Vallone.
Questa volta saranno gli amici del CAI di Brescia a poter scoprire e conoscere il mirabile fascino alpestre del Vallone delle Cime Bianche e ad approfondire le informazioni sul pericolo che sta correndo, grazie ai cari amici Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, infaticabili promotori del comitato “Insieme per Cime Bianche” e fautori del progetto fotografico indipendente “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” dal quale è nata la battaglia in corso.
L’ingresso e la partecipazione saranno, come sempre, liberi e assolutamente gratuiti. Nonché importantissimi, aggiungo.
Si tratterà della ventisettesima serata del progetto: tante, ma in realtà ancora poche, perché il Vallone delle Cime Bianche merita la conoscenza più ampia e diffusa nonché l’appoggio alla sua difesa di sempre più amici della montagna. Dunque, cento e più ancora di queste serate, e lunga vita al Vallone!
Per contribuire sempre e comunque alla difesa del Vallone:
La seconda raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche”, volta a sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/36071
[Veduta di Poschiavo e della sua valle verso la Valtellina. Foto di Franciop, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Il Premio Wakker viene conferito ogni anno da “Patrimonio Svizzero” a un Comune politico o, in via eccezionale, a organizzazioni, associazioni ed enti simili che si impegnano nel favorire, con accortezza, uno sviluppo dell’abitato, degli insediamenti e la promozione della qualità architettonica delle nuove costruzioni, ma anche un approccio rispettoso della sostanza edilizia storica, come pure una pianificazione esemplare, attenta alle esigenze ambientali.
Per il 2025 il Premio è stato assegnato al comune di Poschiavo (Canton Grigioni) per aver saputo combinare tradizione e progresso diventando un modello per il futuro delle regioni di montagna. Il comune del Grigioni italiano sta lavorando per contrastare il calo demografico e garantire un’elevata qualità di vita coordinando gestione consapevole del patrimonio architettonico, autonomia locale, agricoltura sostenibile e impegno civico. Qui trovate il comunicato stampa ufficiale sul conferimento del premio, la cui cerimonia ufficiale di premiazione si terrà il 23 agosto 2025 nell’ambito di una celebrazione pubblica.
«Abbiamo valutato diversi Comuni con profili simili e abbiamo analizzato chi offre opportunità che possono avere un futuro e fungere da esempio per altre regioni», ha argomentato la presidente della commissione del Premio Wakker, Brigitte Moser. Secondo il direttore generale David Vuillaume il Comune di Poschiavo rappresenta la definizione di tutela del patrimonio. «È un posto dove si vive, si lavora e ci si incontra volentieri. Per me questi tre elementi danno vita al sentimento di sentirsi a casa», ha spiegato Vuillaume.
[La Piazza del Comune. Foto di Böhringer Friedrich, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]Sono molto contento di leggere del conferimento del Premio Wakker a Poschiavo: per quanto mi riguarda, è un riconoscimento assolutamente meritato. Oltre a essere una cittadina dalla natura profondamente alpina di bellezza e fascino notevoli, da tempo Poschiavo si contraddistingue nel portare avanti pratiche di sviluppo territoriale economiche, sociali e culturali di grande valore e notevole efficacia, esemplari per molte altre località alpine, che fanno del luogo e della sua comunità un modello vitale e in grado di rinnovarsi costantemente pur tra le molte criticità che la realtà contemporanea nei territori montani presenta – anche nell’apparentemente florida Svizzera.
[Veduta aerea della Valle di Poschiavo con il Massiccio del Bernina sullo sfondo, risalente all’ottobre 1954. Foto di Werner Friedli, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]D’altro canto proprio da una di queste criticità, la posizione periferica nel mezzo tra l’industriosa (ma straniera) Valtellina e l’Engadina mecca del turismo di lusso che apparentemente poneva la città al margine di entrambe, il Comune di Poschiavo è riuscito a ricavarne un’efficace risorsa, facendo della propria indipendenza una ricetta di successo. Una vasta gamma di servizi sono a disposizione degli abitanti, tra cui un ospedale, scuole e una biblioteca. L’offerta culturale è ampia e spazia dai concerti alle proiezioni cinematografiche. «Questa autonomia è un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento, una sfida comune a molte regioni di montagna», precisa il Comune al riguardo. Secondo il podestà Giovanni Jochum, anche se il numero degli abitanti è stabile e la popolazione tende a invecchiare, «Ci sono giovani che ritornano, anche con le loro famiglie. Essi lanciano nuove iniziative e creano nuove attività che non c’erano finora, il che è molto positivo».
[Foto tratta da www.poschiavo.ch.]Poschiavo è l’esempio di una montagna alpina che non solo sa elaborare una resilienza peculiare nei confronti della realtà contemporanea e delle sue varie criticità, ma riesce anche a essere attrattiva fornendo una dimensione di vita e professionale che da un lato garantisce i servizi necessari ai residenti e dall’altra li armonizza a un territorio e a un paesaggio verso i quali riserva una particolare cura, garantendone le valenze estetiche e le prerogative ecosistemiche.
[Immagine tratta da www.valposchiavo.ch.]Grandi applausi dunque al Comune di Poschiavo e a tutta la comunità Poschiavina, per il premio vinto e per quanto da tempo sanno fare a beneficio del proprio territorio e del futuro di chiunque è parte del suo paesaggio. Un modello da conoscere e imitare quanto più possibile, ribadisco.
Cesare Saccaggi, La Vetta (o La Regina dei Ghiacci), olio su tavola, 1912.
(Una montagna “simbolica” e simbolista, questa volta: d’altro canto ancora oggi la montagna è fatta di simboli e a sua volta simboleggia tante cose, in certi casi consone alla sua dimensione, in altri per nulla. Clic.)
[Foto di Erich Wirz da Pixabay.]Qualche giorno ho proposto agli amici che leggono le mie cose sul web di citarmi il nome di un personaggio al quale per primo si pensa in mente a sentire la parola «montagna». Una figura che per ciò che è stato o è, ha fatto, ha detto, ha rappresentato, vi si possa identificare un’idea compiuta di montagna. Una sorta di “primo ambasciatore” delle terre altre, per così dire, o colui che meglio di altri potrebbe aver dato o dare forma, mente e anima al loro Genius Loci.
Innanzi tutto grazie di cuore a chi è stato al gioco – perché di ciò si trattava, non certo di un sondaggio con pretese demoscopiche ma più una “chiacchierata” tra amici: anche se le risposte, ben 150 (spero di non averne persa qualcuna!), formano un quadro sì giocoso ma comunque parecchio significativo. Le ho raccolte nell’istogramma che vedete qui sotto (cliccateci sopra per ingrandirlo) ordinandole alfabeticamente (nome-cognome) e non per quantità di citazioni, proprie perché non c’era alcuno scopo di comporre graduatorie di preferenza. Anche se la proposta iniziale era di indicare un solo nome di personaggi reali, ho inserito tutti quelli citati, anche quelli più “bizzarri”: perché ogni vostra risposta ha valore e in effetti risulta variamente interessante e significativa. Grazie ancora per averle espresse!
Posto ciò, potete liberamente ricavare dalle risposte ottenute le vostre considerazioni, mentre io qui ne rimarco alcune personali: se per molti versi la quantità di citazioni per Walter Bonatti poteva essere prevedibile, trovo significativo che il secondo personaggio più citato sia stato Mario Rigoni Stern (ribadisco, non importano il numero di voti o lo scarto): il primo una figura che incarna soprattutto la dimensione alpinistica e esplorativa della montagna, il secondo invece principalmente quella culturale e umana, i due ambiti fondamentali attraversi i quali l’uomo ha vissuto le montagne dai secoli scorsi fino al presente, seppur sia Bonatti che Rigoni Stern hanno poi elaborato il proprio legame con i monti anche in altri modi – così come hanno fatto ulteriori personaggi citati, conosciuti soprattutto come alpinisti ma la cui relazione con le montagne non si è manifestata solo attraverso la conquista delle vette e la sfida alle loro verticalità (Reinhold Messner, per dirne un altro tra i più citati).
Ugualmente interessanti sono le numerose citazioni a personaggi che invece poco o nulla si legano all’alpinismo così come quelle a figure familiari, mentre inesorabilmente poche sono le donne citate: se l’alpinismo si è spesso contraddistinto per la propria dimensione patriarcale, nella quale la frequentazione femminile delle vette spesso era ritenuta sconveniente, non solo la sua storia è ricca fin dall’inizio di grandi alpiniste ma in fondo è la montagna nei suoi tanti aspetti quotidiani a essere stata spesso “governata” dalle donne senza che ciò venisse loro adeguatamente riconosciuto. Così come oggi non esiste più un alpinismo “maschile” e uno “femminile” ma l’alpinismo e basta, credo che il Genius Loci montano non abbia genere. Che poi, a ben vedere, «montagna» è un sostantivo femminile che deriva dal latino mons mōntis, «monte», il quale è un sostantivo maschile, dunque: pari e patta!
Migliaia di persone stanche, esaurite, iper-civilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane non sono utili solo in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare – ma come fonti di vita.
Già quasi un secolo e mezzo fa Muir – una delle figure che secondo me incarna e rappresenta più di ogni altra l’idea stessa di “montagna”, come ho scritto anche qui – aveva perfettamente compreso l’importanza culturale, spirituale e psicogeografica della montagna per l’uomo moderno e, inutile rimarcarlo, ciò vale ancora di più per l’uomo contemporaneo. Ma se riflessioni del genere hanno fatto di Muir uno dei padri storici e in senso assoluto del conservazionismo della tutela degli ambienti montani, da quando proferii le parole citate alle montagne è stato perpetrato di tutto, quasi sempre per ragioni di affarismi, di guadagni, di interessi particolari; sono state degradate, distrutte, svilite, mercificate e ciò è accaduto proprio nel momento in cui si è ignorata, trascurata o negata la loro prerogativa di essere «fonti di vita», come scritto da Muir.
[John Muir nel 1912. Fonte: Library of Congress via commons.wikimedia.org.]E si continua ancora, da più parti, in quell’opera di mercificazione, che se non regolamentata ovvero fermata, ove necessario, finirà per fare delle montagne non più una fonte di vita ma un ambito di “morte”: dell’ambiente, delle comunità residenti, della loro cultura, dei paesaggi, del futuro. E della nostra imprescindibile e inestimabile possibilità di «andare in montagna per tornare a casa», appunto.