Accarezzo tra le corna le vacche di mio padre, irrequiete come me. Rasente alle vacche, in uno stretto passaggio, passano le belle automobili, qualcuno ci fa delle fotografie. Sul treno c’è gente che guarda da dietro i vetri, chiusi; altri si sporgono, battono le mani. Gli automobilisti procedono lentamente, guardano che le vacche non urtino le loro macchine. Una donna, molto bella, coi guanti, sporge la testa bionda da un finestrino e chiede «Fanno niente queste mucche?». Fanno latte, penso, ma la donna è molto bella e sorride gentile, allora l’assicuro che proprio non deve aver paura.
Già, di quelle persone (e sono tante, per inciso) che si chiedono se facciano qualcosa, le vacche sui pascoli di montagna, io mi chiedo: ma che ci sono venute a fare quelle persone in montagna a guardare (senza osservare) le vacche?
Poi inevitabilmente sì che fanno qualcosa, alcune vacche a certe persone che salgono in montagna. Che vuoi dirgli?
[La testata settentrionale della Val Pontirone sovrastata dal Piz di Strega. Immagine tratta da www.quaeldich.de.]La Val Pontirone, lunga e stretta, dall’imbocco sospeso quasi invisibile dal fondovalle, è la prima valle che si incontra sulla destra (sinistra idrografica) della valle di Blenio, percorsa dalla strada che da Biasca prende a salire verso il Passo del Lucomagno, nel Cantone Ticino. È un luogo angusto e ombroso, di difficile accesso, chiuso a oriente da montagne possenti che sfiorano i tremila metri e fino a poco tempo fa ospitavano alcuni importanti ghiacciai ormai quasi scomparsi, abitato da sempre con fatica proprio per la sue caratteristiche geomorfologiche difficili e oggi risieduto stabilmente solo da una manciata di persone.
[La parte bassa della Val Pontirone. Immagine di Spyridon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Tuttavia, pochi sanno che nella sua parte alta la Val Pontirone, così celata e apparentemente anonima, ospita uno dei luoghi più fenomenali delle Alpi centrali. L’aggettivo che avete appena letto, “fenomenali”, non è affatto casuale in quanto il luogo in questione, chiamato Bòrsgen, è realmente caratterizzato da un fenomeno geologico assolutamente particolare, per certi aspetti affascinante e per altri bizzarro se non repulsivo, che sospende il luogo in una particolare dimensione primordiale, come se si fosse fermato all’era cenozoica nella quale l’orogenesi delle Alpi era ancora in corso e le montagne si stavano formando. E per certi versi è proprio così.
[Veduta frontale del versante di Bòrsgen. Immagine tratta dal volume “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo“, Milano University Press, 2023.]Alla vista Bòrsgen (toponimo a volte italianizzato in «Borgeno»), posto che peraltro è abbastanza difficile da raggiungere in forza di sentieri piuttosto aleatori, appare come una vasta ganda – o ganna come si dice in Ticino – simile a molte altre, cioè un esteso accumulo di massi d’ogni taglia evidentemente precipitati millenni fa dalla grande parete sottostante la cresta nord ovest del Piz di Strega (Bòrsgen, Strega, Biborgh, Froda… anche molti toponimi della Val Pontirone sembrano presi da un romanzo fantasy!) che domina la zona, ed effettivamente è questa la sua origine.
[Panorama della gande, o ganne, di Bòrsgen. Immagine tratta da quarnei.ch.][Altra veduta della zona di Bòrsgen. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]Però già da una prima vista si rileva qualcosa di bizzarro: nel disordine di massi che ingombra il versante si elevano alcune guglie appuntite che sembrano piazzate verticalmente apposta, come se un gigante si fosse divertito a incastrarle tra i massi in modo che potessero restare in piedi. La più elevata è detta Pizzo di Bòrsgen, raggiunge la quota di 2150 m e si eleva dalla ganda circostante di circa 130-140 metri come un enorme obelisco che sembra pendere verso valle; intorno vi sono altre guglie simili, più basse ma disposte nel medesimo bizzarro modo. Se dunque Bòrsgen è il risultato di una ciclopica frana, come è possibile che quelle guglie siano disposte in quella foggia verticale e non siano precipitate a terra come tutti gli altri massi d’intorno?
La soluzione a questo “mistero” è racchiusa in una definizione geologica apparentemente astrusa ma che già fa intendere la complessità del fenomeno in corso: scivolamento rotazionale profondo. In parole più semplici, significa che l’intero versante di Bòrsgen con le sue gande è il risultato di una gigantesca frana caduta dalle creste del Piz di Strega al momento del ritiro del ghiacciaio che, durante l’ultima grande fase glaciale alpina (quella pleistocenica di Würm) ha occupato la zona fino a circa 15.000 anni fa. In forza della deglaciazione il materiale franoso è crollato su una superficie curva e concava verso l’alto che l’ha fermato ma non del tutto, così che l’enorme massa di rocce, stimata in circa 530 milioni di m3 che ne fa uno dei fenomeni del genere più grandi delle Alpi, sta continuando a scivolare lentamente (in media di pochi millimetri all’anno) ma costantemente verso il basso e a roteare all’indietro lungo un asse parallelo al versante formando controscarpate, trincee e generando un basculamento in contropendenza della parte superiore del corpo franoso, che così viene sollevato verso l’alto. In pratica, il Pizzo di Bòrsgen e le altre guglie, che alla vista sono verticali o pendono verso valle, in realtà si stanno ribaltando verso monte.
La superficie concava lungo la quale sta scorrendo il versante è situata ad almeno 200 metri di profondità rispetto alla superficie della ganda, mentre gli spostamenti nel corso del tempo sarebbero superiori ai 100 metri in verticale e potrebbero raggiungere anche i 700 metri in orizzontale, al punto che il torrente Leggiuna, che scorre sul fondo della Val Pontirone, di tanto è stato spostato in direzione sud lungo i secoli. Lo scivolamento di Bòrsgen ha inoltre innescato numerose altri movimenti franosi di minore entità che hanno distrutto edifici e deformato le sedi stradali, che in caso di aumenti del movimento volte devono essere chiuse al pari dei percorsi escursionistici.
[Immagine satellitare dello scivolamento di Bòrsgen; in quella sottostante ho evidenziato la posizione del Pizzo e alcune delle numerose trincee e controscarpate che segnalano il movimento attivo del versante.]D’altro canto il paesaggio di Bòrsgen è talmente suggestivo e spettacolare, ovvero inquietante e spaventoso, da aver ispirato numerosi artisti che gli hanno dedicato fotografie (Hélène Decuyper), dipinti (Bryan Cyril Thurston), vi hanno ambientato poesie (Spartaco Rossi) e produzioni cinematografiche (Victor Tognola). Come si può leggere nel blog di alpinismo e arrampicata “VerticAlti”, Bòrsgen è «un cimitero in cui riposano i massi senza tempo da cui emerge qualcosa di straordinario. Qualcosa che se non vedi con i tuoi occhi, non potresti neanche immaginare […] Un luogo che sembra essere sacro, mistico, mi vien da pensare che forse non abbiamo nemmeno il diritto di essere qui, che abbiamo violato un divieto di accesso» e lo si definisce la “Patagonia del Ticino”, ricordando per molti versi il paesaggio dello Hielo Continental con la differenza che laggiù le guglie rocciose si elevano verticali dai ghiacciai, mentre in Val Pontirone dalle gande che la rotazione del versante sta disponendo in maniera differente.
[Le baite di Mazzorign (Mazzorino), nucleo posto sulla parte basale dello scivolamento di Bòrsgen poco sotto la parte più attiva dello stesso. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]Insomma, Bòrsgen è una piccola/grande nonché misconosciuta “ottava meraviglia” alpina che tale è destinata a rimanere per la difficoltà di accesso, come detto, e per i pericoli oggettivi che, se non si è troppo esperti di tali contesti, si possono correre nel muoversi su un terreno instabile come quello di ganda. Un luogo assolutamente particolare dove il tempo si è fermato a millenni or sono e dove è bene fermare anche qualsiasi invasività antropica eccessiva, perché veramente lì è come penetrare in una dimensione geologica viva, arcana e conturbante nella quale la presenza umana appare quanto meno insolita se non aliena, proprio come non poteva che esserlo 15.000 e più anni fa quando l’incredibile cataclisma di Bòrsgen ebbe inizio.
Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.
Giovanni Orelli, meraviglioso cantore della civiltà alpina – della sua Svizzera italiana ma non solo – e il cugino Giorgio Orelli, poeta mirabile e narratore intrigante. Trovate alcune delle loro opere tra le mie “recensioni“. Leggeteli entrambi, se non l’avete mai fatto: sono certo che appassioneranno anche voi.
«Sempre più mi attrae, poi, l’immagine di un’esistenza e di un’attività che si prolungano nella verticalità dello spazio (propria, beninteso, di parecchi vichi maggiori delle valli ticinesi), un’economia che si sposta secondo la stagione dal villaggio al maggengo e da qui all’alpe, fino ai pascoli estremi, oltre i duemila, ormai quasi ubbidendo a millenarie leggi inviolabili.
«Non fa meraviglia che le fondamenta d’una tale struttura lentamente sistemata non abbiano subito gravi scosse per secoli. Era naturale – per limitarmi a un dato centrale – che in questa conca quasi di collina capre e pecore cedessero nettamente alle vacche, fortificando via più, diciamo così, il mito della razza bruna svittese. Ma sono lieto di scrivere che ancora poco fa ho visto passare nella Bedrina più nascosta un drappello di capre, toccate per riconoscimento di giallo alla base delle corna: un transito ordinatissimo, con fermatine per rapide pasture in cima allo strapiombo.
«Né muta per tanti anni il paesaggio: prati e campi, con qualche stalla, che separano l’uno dall’altro i villaggi, raccolti in gruppo non distratto da case stupide o spaesate.
«Non altrimenti che in altre parti del Cantone, il cambiamento può quasi dirsi recente: inevitabile, certo, ma non di rado senza regola, senza sufficiente rispetto del duro lavoro fatto in passato, insomma prodotto da un’impazienza pari alla noncuranza.»
Le vedute letterarie del paesaggio ticinese di Giorgio Orelli sono sempre meravigliose, vividissime, profonde, saggi antropologici “minimi” narrati con una sensibilità poetica rara che raccontano molto più di quanto riportano le parole impiegate. Quelle che avete letto, riprese in Rosagarda, originariamente vengono dal testo che Orelli scrisse come prefazione della monografia Prato Leventina nelle carte medievali e nella tradizione, edito dal comune del Cantone Ticino nel 1985. La Bedrina citata da Orelli è oggi una riserva naturale che preserva le importanti torbiere presenti in zona: la potete conoscere meglio qui.
[Uno scorcio di Foroglio in Val Bavona, Canton Ticino. Immagine tratta da www4.ti.ch.]
Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.