Un “partito” che vince sempre le elezioni

Fatto sta che ancora una volta, un po’ ovunque in Europa e in maniera significativa in Italia, il “partito” risultato di gran lunga vincitore delle elezioni è quelle del quale nessuno o quasi ne parla, nel consesso politico e sugli organi di informazione ad esso sodali*. Una situazione paradossale, vista tale sua preponderanza: gli eventuali commenti al riguardo si limitano a qualche fondo svagato sui giornali oppure a pochi flebili accenni nei talk show televisivi, ove viene citato sotto forma di mero dato statistico come un aspetto del tutto secondario e trascurabile della tornata elettorale – e dunque di conseguenza trascurato, appunto.

Eppure è da parecchio tempo che questo partito “vince” le elezioni, dovrebbe ormai essere considerato un fenomeno – o, per meglio dire, una realtà con la quale bisogna necessariamente fare i conti, quella che più di ogni altra, anche più del movimento politico maggiormente alternativo che si sia presentato alle elezioni, lancia segnali antisistema forti e chiari. D’altro canto non è certo un “partito” i cui sostenitori possano essere superficialmente liquidati come “menefreghisti” o indifferenti alla politica: in fondo anche i votanti dei partiti presenti sulle schede elettorali sovente manifestano i loro consensi (anche) in base agli stessi motivi se non per fattori stimolanti ancora più discutibili e biechi. Anzi, sempre più, tra i sostenitori di questo partito maggioritario, vi sono quelli la cui scelta al riguardo è profondamente consapevole e consapevolmente emblematica, rappresentativa, indicativa, in primis nel non accettare di essere pedine del sistema politico preponderante (nonostante la sua effettiva rilevanza minoritaria), di non accettarne il meccanismo ormai ridotto, spesso e volentieri, ad una recita teatrale sul palcoscenico mediatico.

E non è affatto vero ciò che sostengono i detrattori del partito, ovvero che il suo comportamento giustifica la maggioranza della minoranza (una mera questione formale, a ben vedere, per come anche in situazione differenti la sostanza non cambierebbe), semmai è la dimostrazione palese di come quel sistema sia ormai divenuto autoreferenziale e autolegittimante oltre che politicamente meschino, per come pretenda di fregarsene, esso sì, di quella gran messe di cittadini e per come lo faccia non solo perché incapace di dire al riguardo qualcosa di sensato, ma pure per paura. La paura del mostro che evita di passare davanti agli specchi per non scoprire quanto sia spaventosamente brutto.

*: viceversa, sul web non politicizzato si trovano molti interessanti articoli al riguardo, i quali in vario modo segnalano quanto sia profondamente errato sottovalutare o ignorare tale evidenza.

Destra, sinistra, destra, sinistra, sinistra, destra. Democrazia?

Ma non è che proprio ciò che si ritiene una delle più grandi “virtù” della democrazia, ovvero l’alternanza elettorale tra destra e sinistra – cioè questa specie di “alternanza” divenuta ormai una bizzarra contrapposizione delle due facce di una stessa medaglia (clic) – sia in verità un autentico cancro per la buona salute della democrazia stessa? Che sia – passatemi l’esempio – tipo l’amianto, che quando lo si cominciò a utilizzare venne presentato e imposto come una grande innovazione per poi scoprire quanto invece fosse potenzialmente letale? E che il sintomo maggiore di questo stato “neoplastico post-ideologico” – sintomo il quale è già un’inquietante patologia, a ben vedere – è l’ultrapopulismo che deborda propagandisticamente sia da una parte che dall’altra, il quale rappresenta una sostanziale, paradossale e pure perniciosa alterazione del concetto originario di démos–krátos, di “potere del popolo”? È, il popolo, effettivamente rappresentato da quella continua, “democratica”, drammatizzata alternanza? È il popolo il vero fautore del potere a cui la società viene sottoposta? Oppure da un bel po’ di tempo – qualche lustro, almeno – sta accadendo l’esatto opposto?

Ecco, non sono che alcune delle domande che mi pongo, da individuo libero che cerca di dotarsi d’un confacente (ai tempi che viviamo) buon senso civico.
Dacché, in effetti,

Il vero problema dell’attuale stato della nostra civiltà è che abbiamo smesso di farci delle domande.

(Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, traduzione di Oliviero Pesce, Laterza, 2005, pag.8.)

Un test

Sto pensando a dove si potrebbero installare aggeggi come quello raffigurato nell’illustrazione qui sopra e, pur meditando a fondo e a lungo, mi viene sempre in mente un luogo, principalmente, solo che se lo dicessi/scrivessi poi sicuramente qualcuno finirebbe per darmi del sovversivo e allora, beh… allora no, non ve lo dico che li metterei accanto ai seggi elettorali condizionando al “risultato” la partecipazione al voto. Già
Ma appunto, scordatevelo proprio che lo scriva. Ecco.

I cartelloni pubblicitari lungo le strade fanno schifo!

Ma quand’è che poi la si finirà con questo scempio assoluto – e assolutamente italiano per come all’estero sia estremamente raro – dei cartelloni pubblicitari lungo le strade?

Fanno semplicemente schifo: deturpano e insozzano il paesaggio, ostacolano la vista, distraggono dalla guida e risultano pericolosi per questo nonché per rappresentare un manufatto solido appena accanto alle carreggiate (immaginate un ciclista che esca di strada e ci vada a cozzare contro), sono spesso abusivi, senza contare della frequente stupidità delle pubblicità che “supportano”. Sono un evidente segno di cafonaggine commerciale, parte integrante di quella inciviltà generale che troppo spesso e in troppi aspetti contraddistingue la società italiana.

Poi, vai a leggere il Codice della Strada e noti che «i cartelli pubblicitari lungo le strade: se sono idonei a distrarre l’attenzione dei guidatori è necessaria l’autorizzazione». Ma come “è necessaria l’autorizzazione”? Se distraggono dalla guida non vanno autorizzati, vanno proibiti, punto!

Se da più parti, sul web e altrove, montasse lo sdegno per questo scempio, forse al riguardo le cose cambierebbero. E sarebbe pure il segno di una rinascita civile e civica, quanto mai necessaria appunto nella nostra società. Ma è ormai chiedere troppo che ciò accada, forse?

Le strade italiane e quelle di un altro pianeta

In Svizzera, nei prossimi anni verranno spesi un bel tot di milioni per pavimentare centinaia di km di strade con asfalto fonoassorbente, per ridurre il rumore e di conseguenza aumentare il benessere sonoro delle zone abitate adiacenti a tali strade.

In Italia – e io risiedo mio malgrado ben vicino al confine con la Confederazione – non si hanno nemmeno i soldi per tappare le buche presenti su qualsiasi strada, le quali basta uno scroscio di pioggia e si trasformano in pericolose voragini.

Ecco.

In effetti, per andare su un altro pianeta mica bisogna avere un’astronave e percorrere miliardi di chilometri. Ne bastano pochi e un’auto. E pure degli pneumatici di scorta in buono stato, finché non si arriva su quel “pianeta” così vicino e così lontano.