Un paesaggio può esprimere un’identità, se con essa si intende non un’appartenenza esclusiva ed escludente, una rigida e ritenuta immutabile forma o essenza comunitaria, ma piuttosto un’appartenenza e un riconoscimento. In questo senso possiamo allora dire che un paesaggio segna anche un’alterità, una differenza, un differenziamento. Si ri-conosce infatti un paesaggio, il proprio paesaggio, sempre in relazione ad altri paesaggi, nella loro integrazione, con-fusione o contrasto tra elementi naturali e artificiali, tra forme trasformate dall’azione. Un paesaggio è perciò un prodotto, il risultato di un’evoluzione, non mai una realtà statica e indifferenziata: evolve, si costruisce, così come si trasforma nel tempo, e non necessariamente a fini adattivi.
[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]
Cosa intendiamo più propriamente quando ci riferiamo ad un paesaggio? Un paesaggio è il segno tangibile e durevole della progettazione, del lavoro, della coltivazione e formazione di un territorio; nel paesaggio si trasfonde lo “spirito” di una comunità in un certo tempo, i suoi valori, le sue occupazioni e preoccupazioni, i fini immediati e remoti per i quali lo si è trasformato, mantenuto, alterato o cancellato. Però un paesaggio non permane nel tempo, infatti evolve in relazione al mutare dei motivi e dei bisogni siano essi materiali o psicologici -, al mutare del senso che gli uomini danno al loro vivere, alla loro idea di felicità. Un paesaggio esprime dunque un’identità? Sì, però nella misura in cui favorisce un’identificazione, ovvero mi identifica, mi rappresenta. Nel momento in cui mi riconosco in esso, quel paesaggio è anche espressione della mia identità, è mio non perché lo domino ma in quanto lo abito ed esso nel contempo abita in me. Solo dopo aver dato un’identità al paesaggio possiamo dire di ricevere, anche, un’identità.
Questo è un passaggio di una bella riflessione di Giovanni Widmann, docente di filosofia e storia a Cles (Trento), intitolata Il paesaggio è cultura e pubblicata nel sito di Mountain Wilderness. Riflessione bella perché condensa alcuni dei concetti fondamentali sul tema del paesaggio esprimendone la sostanza in modo chiaro, rimarcando l’importanza ineludibile del valore culturale di esso per chiunque vi interagisca, sia esso abitante permanente, residente temporaneo o visitatore occasionale. Noi “creiamo” il paesaggio e, di rimando, il paesaggio crea noi: questa relazione è tra le più essenziali alla base del nostro stesso essere “civiltà” che abita il mondo – l’abitare è la prima forma di civilizzazione, in fondo – e la sua conoscenza è uno degli elementi culturali primari per dare sostanza alla nostra civiltà, oltre che per salvaguardare il mondo stesso e la bellezza dei suoi paesaggi.
Ringrazio di cuore Filippo Macchi per avermi segnalato il testo di Widmann – che potete leggere nella sua interezza qui – e per aver indirettamente (ma non troppo) “ispirato” questo mio articolo.
[La Cima Sosto domina il villaggio di Olivone in Valle di Blenio, Canton Ticino, Svizzera. Foto di Markus Bernet, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte: commons.wikimedia.org.]Di toponomastica me ne occupo spesso e ne ho scritto più volte – qui potete trovare una “rassegna stampa” degli articoli al riguardo – perché la ritengo un elemento di imprescindibile importanza nella relazione tra noi tutti e il mondo che viviamo. Anzi, per meglio dire: se i segni antropici sul terreno (dal labile sentiero fino ai più grandi manufatti) sono la referenza materiale fondamentale che segnala la nostra presenza nello spazio vissuto, i nomi che diamo ai luoghi, ovvero a quei punti del territorio che, attraverso l’antropizzazione, identifichiamo identificandoci in essi, sono la referenza immateriale e, per molti versi, anche più importante della prima. Perché, come ha ben scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: è il toponimo, infatti, che innanzi tutto identifica e rende vivo (cioè vissuto) uno spazio, consentendo di relazionarci ad esso; senza il toponimo, e pur in presenza di segni antropici anche importanti che peraltro col tempo tenderanno inesorabilmente a scomparire, il luogo non è più compiutamente tale: diventa un mero documento geografico, reminiscenza di una geografia umana che, senza più referenza toponomastica, smarrisce la propria identità e svanisce nel tempo.
Grazie al sempre interessante e ricco di spunti “GognaBlog”, ho trovato un significativo articolo di Ruggero Crivelli, geografo e docente presso il Dipartimento di Geografia e Ambiente dell’Università di Ginevra, sul tema del retaggio toponomastico e della relativa memoria, pubblicato nel 2013 sulla versione on line del “Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine”, che si focalizza sul caso emblematico della Cima Sosto, in Canton Ticino (Svizzera), una montagna letteralmente tappezzata di toponimi d’uso prettamente locale ma profondamente significativi circa il rapporto storico con essa degli abitanti del luogo.
Vi propongo l’articolo di seguito. Buona lettura!
Nel 2008, Mauro Corona pubblica un libro il cui titolo è I fantasmi di pietra. In questo suo libro, l’autore racconta storie di vita del suo villaggio, Erto, nella regione del Vajont, distrutto dall’alluvione del 1963 e praticamente abbandonato da allora. Con il pretesto di una visita sui luoghi della sua infanzia, di cui non restano che le rovine delle case e delle piazze, lo scrittore si sofferma in questo o in quel luogo e racconta: racconta spezzoni di una vita passata i cui protagonisti sono gente ordinaria della montagna. Incrocia i resti di pietra, dove la traccia delle intemperie si mescola con la vegetazione spontanea che a volte racchiude queste case e a volte le penetra dall’interno. Queste pietre sono i fantasmi di un passato che vive nella sua memoria: quello della sua adolescenza e della sua gioventù. A ogni angolo di strada, i fantasmi prendono la forma di un ricordo preciso: avventure dell’adolescente che scopre i primi stimoli del testosterone, avventure del giovane bracconiere e della sua banda di compagni, ecc. Queste pietre sono ciò che resta di uno spazio umanizzato! Sulla fotografia riprodotta, non vi sono pietre di fantasmi da estrarre dal passato ma nomi che assumono una funzione equivalente.
Nominare è, senza dubbio, uno dei primi atti che un gruppo umano realizza identificando gli oggetti e i luoghi di cui si serve. La strutturazione delle pratiche spaziali si appoggia sulla coerenza esistente – e fin che esiste – tra il nome e gli oggetti. I toponimi, qui, sono i resti di ciò che costituiva una territorialità. Tuttavia, si tratta di resti fragili, perché il loro supporto non è la pietra, ma la memoria collettiva o individuale. Nel nostro esempio, questa fragilità della memoria territoriale è particolarmente visibile quando si confronta il luogo fotografato con la carta topografica. Questa, anche considerando una superficie più larga di quella che si potrebbe delimitare dall’immagine, indica solo due misure d’altitudine e il nome della montagna (Sosto), al quale si può ancora aggiungere due o tre altri nomi – in lingua veicolare, l’italiano – che suggeriscono una caratteristica generica del terreno (Boschetto; Parete di Pino, ecc.). Nel cartello fotografato, la medesima montagna è invece ricoperta da una trentina di nomi sulla parete propriamente detta e da più di una cinquantina in tutto: è l’espressione della pratica spaziale di una comunità per la quale anche il più piccolo filo d’erba era vitale, soprattutto per la sua componente sociale più povera. In queste comunità montane non si esitava a salire sui luoghi più impervi e pericolosi per tagliare e raccogliere il fieno, non raramente a rischio della propria vita, come testimoniano i numerosi ex-voto che possiamo ancora vedere in chiese locali. Questa fotografia è dunque interessante nella misura in cui ci informa sull’uso dello spazio da parte di una società (agraria, montana e tradizionale, nel nostro caso): un vero e proprio uso capillare di uno spazio vitale. È pure interessante nella misura in cui ci informa sull’atto di denominazione: un atto essenzialmente funzionale e pratico (non vi è nessuna misura astratta, come quella metrica alla quale siamo oggi abituati). Non conosco il significato di tutte le parole, perché qui abbiamo a che fare con una toponimia vernacolare, ma riconosco alcuni termini dialettali che sono anche i miei: il nome del luogo riflette la propria natura, come Ra Buza, che rimanda ad uno scoscendimento; dul castellche rimanda ad un castello (e in quel posto vi era, nel Medio Evo, una torre appartenente ad un signore di un’altra valle), o ancora, termini come Pareit e Sott Pareit, dove il termine Sott indica la posizione (sotto), ecc. In altre parole, il nome informa su una società nella quale la conoscenza è strettamente legata alla pratica. Si sa perché si fa: chi non è del luogo (del gruppo!) non ne conosce il nome perché non lo frequenta.
Tutta questa toponimia non esiste più oggi perché i gesti che la sottendevano non esistono più. Questi nomi sono fantasmi che informano sull’uso del territorio e questo cartello ha tanto più valore in quanto qualcuno ha voluto ricordarsi della ricchezza umana di questo frammento di spazio. Far parlare la toponimia vernacolare, oggi, significa resistere alla morale dominante che, «ridando» alla natura certi spazi montani, cancella la storia delle loro popolazioni. È cancellandola, essa maschera che ogni spazio naturale è uno spazio umanizzato. L’importanza dei resti (materiali o immateriali) della memoria territoriale risiede nel fatto che potrebbe essere un terreno d’incontro tra il geografo, il turista e l’abitante in un processo di rispetto delle culture.
Bibliografia
Corona, Mauro, I fantasmi di pietra, Milano, Mondadori, 2008.
Lowehthal, David, Passage du temps sur le paysage, Gollion (CH), Infolio, 2008.
Roubault, Marcel, Peut-on prévoir les catastrophes naturelles?, Presses Universitaires de France, 1970.
Turco, Angelo, Verso una teoria geografica della complessità, Milano, Unicopli, 1988.
[Referenza originale dell’articolo: “Ruggero Crivelli, «Toponimia: una preziosa eredità», Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine (En ligne), Lieux-dits, mis en ligne le 04 février 2013, consulté le 22 juin 2021. URL: http://journals.openedition.org/rga/1876“].
In Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Gilles Deleuze e Félix Guattari dedicano alcune intriganti pagine al concetto di viseità, al rapporto corpo-testa-viso e, in un passaggio illuminante, alla relazione tra viso e paesaggio: «Il viso ha un correlato di grande importanza, il paesaggio, che non è soltanto un ambiente, ma un mondo deterritorializzato», scrivono, e poco più avanti precisano:
L’architettura pone i suoi insiemi, case, villaggi o città, monumenti o fabbriche, che funzionano come visi in un paesaggio che essa trasforma. La pittura riprende lo stesso movimento, ma anche lo inverte, disponendo un paesaggio in funzione del viso, trattando l’uno come l’altro: «trattato del viso e del paesaggio». Il primo piano cinematografico tratta anzitutto il viso come un paesaggio, si definisce così, buco nero e muro bianco, schermo e cinepresa. Ma già le altre arti, l’architettura, la pittura, perfino il romanzo: primi piani che le animano inventando tutte le correlazioni.
Ora, al di là delle considerazioni che da par loro Deleuze e Guattari sviluppano intorno a tali assunti, trovo molto interessante anche dal mero punto di vista “geografico” la correlazione tra paesaggio e corpo umano con tutti i suoi elementi antropomorfici, e con il viso in particolare come elemento primario di identificazione, significazione, riconoscibilità ed espressività del corpo, ovvero di qualsiasi individuo. Se consideriamo l’architettura – disciplina umana, o arte, che come nessun’altra agisce sul paesaggio e ne modifica la realtà – come l’azione che “inizia” e assume un senso fin dalle minime modificazioni del paesaggio, ad esempio il sentiero formato dal passaggio e dal cammino che è una forma elementare ma evidente di antropizzazione o territorializzazione (oppure ancora umanizzazione, per usare un termine caro a Eugenio Turri) di esso, e dunque se possiamo dire che è architettura ogni piccola o grande azione umana che in qualche modo modifichi il territorio e di conseguenza il paesaggio in quanto percezione e concezione del territorio antropizzato, possiamo pure comprendere che se consideriamo il paesaggio come un corpo che noi umani andiamo a identificare e soggettivizzare con le nostre azioni su di esso (dandogli un “viso” che ce lo rende riconoscibile, per dirla con Deleuze e Guattari, il quale è a sua volta “paesaggio”), dobbiamo necessariamente prenderci cura nel modo più pieno e consapevole possibile di quel corpo perché in fondo è il nostro corpo, quello per il quale noi (con le nostre azioni) siamo viso, quello al quale diamo un senso e un valore funzionale al nostro starci dentro e viverlo.
Di conseguenza, ogni danno che noi apportiamo al paesaggio, sia esso materiale (infrastrutture, inquinamento, dissesti, brutture, eccetera) e sia immateriale (visioni e progettualità degradanti, immaginari deviati, inconsapevolezza culturale, irresponsabilità politica, eccetera) diventa per quanto sopra affermato una ferita al nostro corpo-paesaggio, una lesione, un livido se non una frattura o magari peggio. In tal caso, nessun viso potrebbe mai non distorcersi in una smorfia di dolore e di patimento, anche quello apparentemente più bello. Un corpo, in quanto organismo (di nome e di fatto), sta bene quando nel suo insieme gode di buona salute: non è che se la pianta di un nostro piede presenta un doloroso taglio abbiamo il sorriso più beato stampato sul viso, al contrario assumeremo inevitabilmente un’espressione sofferente. Ecco, parimenti se nel paesaggio l’architettura, nell’accezione sopra esposta, inserisce un elemento disarmonico, forzato, irritante, contundente quale “viso” identificante e soggettivizzante ma – per dirla semplice – di brutto aspetto, l’intero corpo-paesaggio inesorabilmente subirà i danni materiali conseguenti e, anche immaterialmente tanto quanto concretamente, si troverà ad essere identificato nello stesso modo disarmonico, irritante, dunque degradante, acquisendo una pari valenza svilita. Oppure, in altro modo, si ritroverà de-identificato anche senza essere “deterritorializzato”, per come lo intendono Deleuze e Guattari: diventerà un non luogo, in buona sostanza – l’equivalente di un viso amorfo, piatto, spento, inespressivo: un non viso il cui corpo certamente faticherà molto a farsi riconoscere e a distinguersi dagli altri.
Sia chiaro: ho preso i concetti dei due studiosi francesi estrapolandoli forse con eccessiva forza dall’ambito speculativo di Mille piani per adattarli a una visione geografico-antropologica magari ancor più astratta, tuttavia, per (riba)dirlo molto più semplicemente e concretamente, il concetto di territorio come (nostro) corpo-viso e il paesaggio come risultato della relazione tra i due elementi trovo che sia assolutamente interessante e utile a responsabilizzarci in misura sempre maggiore alla cura e alla salvaguardia del paesaggio-mondo in cui viviamo. Nella visione umanistica di questa mia argomentazione, come sunto oggettivo di essa, se ne deriva l’individuo, l’uomo; da quella geografica, a ben vedere, scaturisce il concetto di “luogo”. E in fondo la relazione primaria e ancestrale sulla quale si fonda la nostra presenza attiva nel mondo è proprio quella tra uomo e luogo, in tutte le sue valenze e con la ineluttabile reciprocità: un bel viso (non solo in senso estetico, anzi) ha chi piace e infonde fiducia in chiunque vi abbia a che fare; un “bel viso” ha il paesaggio al quale si riconosce una naturale bellezza, ci si trova bene e si ci sente accolti, al punto da poterci vivere nella massima armonia e col più virtuoso equilibrio.
[Foto di Alex Guillaume da Unsplash]Qualche post fa vi ho proposto una sorta di dissertazione etimologica sull’origine dei vocaboli “essere/esistere”, e devo ammettere di trovare profondamente affascinante che per essa si possa rinvenire una giustificazione etnoantropologica – e architettonica – direttamente nella storia dell’umanità, ovvero nelle prime azioni attraverso cui l’uomo ha segnalato e sancito materialmente il proprio essere al mondo e nello spazio.
In quel post ho scritto che dalla radice indoeuropea “stal”, “stalk” si fanno derivare sia il termine “esistere/esistenza” che il termine “luogo”, e che il suo significato originare è porre nonché, per diretta derivazione e come sostantivo, posto. Inutile dire che, quando diciamo cose del tipo «ci si trova in quel posto» usiamo il termine proprio come sinonimo di luogo, di spazio determinato e identificato. Proprio in tema di identificazione dello spazio, e di conseguente identificazione e definizione dell’essere consapevole nello spazio, essa venne determinata agli albori della civiltà umana proprio con il porre un oggetto di ben riconoscibile materialità e consistenza cognitiva: i menhir, in assoluto uno dei primi contrassegni antropici nello/dello spazio. Segno “intelligente” di passaggio, di transito (quindi di essenza ed esistenza), primordiale marcatore referenziale, indicatore di orientamento, elemento di identificazione del territorio e, in forma primitiva ed elementare, primo segno architettonico. Il menhir veniva posto (verbo) in un certo punto dello spazio/territorio e dunque – vedi l’etimo citata – ciò creava un posto (sostantivo), dunque un luogo. Un ambito segnato, identificato, riconoscibile e nel quale riconoscersi – o riconoscere l’essenza/presenza altrui.
Insomma: i menhir sono stati tra i primi segni concreti sul territorio attraverso cui l’uomo ha sancito il proprio legame con lo spazio attraversato e vissuto, che nel Neolitico si stava costruendo attraverso il semplice tanto quanto (di nuovo) fondamentale esercizio del camminare – un’altra di quelle cose che tutt’oggi sottovalutiamo grandemente, in senso culturale, nonostante sia una pratica di gran moda e assai ispiratrice di decine di volumi al riguardo.
Fin da quanto i nostri antenati hanno capito che quelle due membra al di sotto della vita servivano – molto di più che le altre due sopra, da bipedi quali divennero – a spostarsi via via, con un po’ di esercizio, sempre più agevolmente, il camminare si è rivelato come (e assai meno banalmente di quanto sembri) la principale forma di esplorazione e quindi di conoscenza dello spazio che essi si trovavano intorno e col quale dovevano interagire: un metodo di arricchimento culturale del legame tra uomo e spazio che si andava costruendo e consolidando nel tempo. Non solo: la semplice pratica del camminare nello spazio/nel territorio ha rappresentato pure – come ho accennato poco fa – la prima forma di architettura della storia umana: quantunque indeterminata e solo “abbozzata” ma già, in nuce, atto di modificazione effettiva del territorio, di imprinting antropico attraverso tracce evidenti e presumibilmente durature nel tempo, dunque pure di appropriazione culturale dello spazio e di territorializzazione. Tracce che, in quei momenti primordiali, erano rappresentate da qualcosa che ancora oggi è elemento ben presente e caratterizzante lo spazio (non urbanizzato, soprattutto): i sentieri, le linee di passaggio impresse sul terreno indicanti i movimenti, i transiti umani, le attività, la vita – l’essenza e la presenza, nuovamente. Guarda caso (concedetemi questa piccola mania personale per l’etimologia delle parole), il termine ἀρχή (árche, “superiore”, “preminente”), che con τέκτων (técton, “ingegnere”, “costruttore”) forma la parola “architetto” (col significato di capo costruttore, dunque, dalla quale è derivata poi “architettura”), aveva nel greco antico anche il significato di “partenza”: un termine quindi parecchio legato alla presenza attiva nello spazio, al movimento consapevole in esso che, appunto, millenni fa era quello sostanzialmente intrapreso con la pratica del camminare. Nemmeno causale è l’evidenza che dal sentiero quale segno della presenza e del transito dell’uomo nello spazio nonché primigenia forma architettonica primaria è nata l’esigenza di marcare il territorio con qualcosa di architettonicamente più concreto e solido, pur tuttavia strettamente legato al nomadismo di quei primi uomini: proprio per questo vennero innalzati i menhir, evoluzione solida e rimarcabile da chiunque del legame concretizzato tra uomo e spazio.
C’è un altro aspetto interessante, che consegue da quanto ho affermato finora. Il menhir ha rappresentato – sempre in modo primitivo e del tutto elementare ma pure, nel principio, paradossale – anche una delle prime manifestazioni del bisogno di stanzialità (e di conseguente territorializzazione) dell’uomo primitivo nello spazio: un bisogno materializzatosi attraverso un segno architettonico, dunque di una pratica di organizzazione dello spazio tuttavia generatasi in un ambito di nomadismo quale conseguenza di esso e non, come verrebbe da pensare, antitetico ad esso. È stato grazie al moto nello spazio, insomma, che si è generata la società stanziale dell’uomo: e dal primo segno architettonico marcante, referenziante lo spazio e identificante il “luogo”, è derivata la vera e propria architettura, la scienza ingegneristica e ogni altra pratica di controllo razionale e di modificazione dello spazio – illuminante riguardo questi temi risulta il volume di Francesco CareriWalkscapes. Camminare come pratica estetica, dai quali l’autore parte per giungere a rivelare come la pratica del camminare possa essere persino considerata un esercizio estetico/artistico, come peraltro indicato da numerose avanguardie artistiche novecentesche fino alla contemporanea Land Art.
Un “paradosso” – se è possibile definirlo così, appunto – al quale dobbiamo gran parte dello sviluppo della nostra civiltà.