MONTAG/NEWS #21: con le notizie “di montagna” della scorsa settimana c’è da fare gli auguri a molti, ma soprattutto a noi stessi!

Mentre faccio gli auguri di buonissimo lavoro a Gian Luca Gasca, che ha assunto la direzione editoriale di “Montagna.tv”, dove ha presentato il suo “manifesto programmatico”, li faccio anche al Canton Grigioni che sta aspettando i contributi promessi da Regione Lombardia per la gestione del piano del traffico olimpico, la quale invece sta facendo orecchie da mercante. A proposito di Olimpiadi di Milano Cortina, ora che sono definitivamente concluse, comincia la resa dei conti vera: la vuole analizzare Protect Our Winters Italia con un apposito sondaggio, al quale siete invitati a partecipare. Un altro augurio, stavolta di nuovo positivo, è per l’iniziativa con la quale in Alto Adige/Südtirol si sta cercando di impedire che l’attuale ordinanza provinciale sul blocco dei posti letto, in vigore dal 2022 per contrastare l’overtourism, venga modificata e, sostanzialmente, annullata. Un’altra petizione, stavolta in Trentino, vuole invece cercare di salvare prati e boschi da nuovi e illimitati impianti di viti, dato che, con la crisi climatica, anche l’uva da vino sta salendo di quota e ormai viene coltivata oltre i 1000 metri. D’altro canto, dopo che l’hanno fatto già altri enti scientifici, lo ha sancito anche l’Arpa Lombardia che l’inverno 2025/2026, che a molti è parso “normale” come temperature e precipitazioni nevose, è stato il terzo più caldo in assoluto. Insomma, l’augurio più grande forse ce lo dobbiamo fare a noi stessi, per il futuro che ci aspetta.

Queste sono le notizie che potete approfondire grazie a MONTAG/NEWS n°21, la mini-rassegna stampa di alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. Le notizie più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra, costantemente aggiornata; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Come sempre, buone letture e buoni approfondimenti!


BUON LAVORO, GIAN LUCA GASCA!

Faccio i migliori auguri di ottimo e proficuo lavoro a Gian Luca Gasca, che da pochi giorni ha assunto la direzione editoriale di “Montagna.tv” e, con l’occasione, scrive: «Le montagne sono fatte di persone. Altrimenti sarebbero solo mucchi di sassi. Lo scriveva, in un altro tempo e con altre parole, Walter Bonatti. Non parlava solo di alpinismo. Parlava di responsabilità. Di scelte. Di vita. Le montagne sono fatte di persone perché senza le loro storie, i loro conflitti, i loro ritorni e le loro partenze, resterebbero paesaggio. Bellissimo, ma muto. Se le montagne sono fatte di persone, allora anche Montagna.tv deve essere fatta di persone. Non solo di imprese, ma di conseguenze. Non solo di performance, ma di vite. Non solo di vette, ma di comunità.» Insomma, ribadisco: buon lavoro Gian Luca!


[Foto di Ting read, Self-photographed, Public Domain, fonte commons.wikimedia.org.]
SPESE OLIMPICHE, LA SVIZZERA SI STA ARRABBIANDO CON LA LOMBARDIA

Riguardo le Olimpiadi di Milano Cortina da poco terminate, il Governo grigionese sta lavorando al bilancio delle spese del piano messo in atto per garantire la viabilità e la sicurezza al traffico diretto verso le sedi olimpiche valtellinesi. L’esecutivo cantonale ha stanziato un credito massimo di 5,5 milioni di franchi, calcolando che anche i partner italiani contribuissero alle spese. Ma finora non è ancora arrivata alcuna risposta, ha detto la Consigliera di Stato Carmelia Maissen. «Presenteremo il conto alla Regione Lombardia, sperando che si impegni a versare la sua parte», ha detto ai giornalisti.


OLTRE DIECIMILA FIRME CONTRO L’AUMENTO DEI POSTI LETTO IN ALTO ADIGE

Il contingentamento dei posti letto turistici non è un banale dettaglio nella politica turistica, bensì una scelta visionaria per il futuro dell’Alto Adige. Lo hanno sottolineato Heimatpflegeverband Südtirol, Federazione ambientalisti Alto Adige, Climate Action South Tyrol, Mountain Wilderness, Alpenverein Südtirol e CAI Alto Adige nella conferenza stampa con la quale hanno consegnato alla Giunta provinciale altoatesina le oltre 10.000 firme raccolte attraverso la petizione lanciata qualche settimana fa. Con essa le associazioni vogliono impedire che l’attuale ordinanza sul blocco dei posti letto, in vigore dal 2022, venga modificata e che il boom edilizio alberghiero venga così prorogato di (e consentito per) altri cinque anni a partire da settembre 2026.


ANCHE I VINI TRENTINI SONO ALLE PRESE CON LA CRISI CLIMATICA

Con il cambiamento climatico e l’innalzamento delle temperature, anche la coltivazione delle viti dalle quali si ricavano i rinomati vini del Trentino sale di quota (fin oltre i 1000 metri) e necessita di nuove aree da sfruttare. Sull’altopiano di Brentonico si lavora dunque a un protocollo per regolamentare il possibile “assalto” dei viticoltori industriali, al fine evitare il rischio di una colonizzazione monoculturale dopo un grosso investimento di un’azienda del settore, mentre una petizione chiede la modifica del piano regolatore per preservare prati e boschi, il monitoraggio costante sulle trasformazioni del territorio, e il coinvolgimento costante delle comunità.


ALLA FINE DEI GIOCHI (OLIMPICI)

Protect Our Winters Italy ha lanciato un sondaggio post-Olimpiadi per fotografare come gli utenti del web e i propri amici, parenti e conoscenti hanno vissuto le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina, alle quali si sia assistito a distanza, sia abbia seguito le gare dal vivo e soprattutto si risieda nei pressi dei territori Olimpici in Valtellina, Milano, Cortina, Anterselva, Predazzo e Tesero. Il sondaggio aiuterà a capire, con un’analisi indipendente, come le persone abbiano realmente vissuto questi Giochi Olimpici tanto esaltati da stampa e pubblicità; i dati raccolti saranno condivisi con il C.C.O. (Comitato Cittadino Olimpico) francese e il C.N.O. (Comitato Olimpico Nazionale francese), in vista delle prossime Olimpiadi invernali del 2030 in Francia.


UN INVERNO “NORMALE” E NEVOSO, ANZI NO!

Anche secondo l’Arpa Lombardia l’inverno 2025/2026, che a molti è parso “normale” cioè come quelli d’una volta, in realtà è stato il terzo più caldo degli ultimi 35 anni. Analizzando i dati raccolti tra dicembre 2025 e febbraio 2026 dalle stazioni di rilevamento distribuite sul territorio lombardo, l’Arpa ha rilevato una temperatura media superiore di 2,1 gradi rispetto al periodo climatico di riferimento 1991-2020, decretando la stagione appena conclusa al terzo posto tra gli inverni più caldi dal 1991. Anche le nevicate, nonostante le apparenze, sono state in linea con la media climatica, anzi con uno scarto del -2%: febbraio è stato più nevoso della media, ma dicembre e gennaio lo sono stati molto meno.

Un anno per celebrare Alberto Giacometti nella sua Val Bregaglia

[Anno 1940, foto di Emmy Andriesse – http://hdl.handle.net, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]
Nell’anno in corso si celebrano i centoventicinque anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di Alberto Giacometti, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi le cui opere, soprattutto le celeberrime sculture in bronzo, tanto minimaliste quanto espressivamente potenti e ipnotiche (ne ho avuto esperienza diretta nei musei ove le ho potute ammirare) hanno raggiunto record di vendita in asta tra i più alti di sempre: ad esempio nel 2015 “L’homme au doigt” (la vedete nell’immagine qui sotto) è stata aggiudicata per 141,28 milioni di dollari da Christie’s a New York. D’altro canto l’importanza dell’arte di Giacometti travalica il proprio mero ambito per toccare diversi aspetti, materiali e immateriali, che danno forma e immaginario alla nostra contemporaneità.

Ma forse più di ogni altra cosa io trovo affascinante, di Giacometti, la sua origine montanara, di una delle valli più belle e emblematiche delle Alpi tra Svizzera e Italia: la Bregaglia, da millenni corridoio orografico e culturale di giunzione tra la pianura padano-lombarda e più in generale il bacino del Mediterraneo, la regione alpina settentrionale e il centro-nord Europa. Una genesi alpina che Giacometti ha fuso con tutti gli altri ambienti sociali e culturali frequentati nel corso della sua vita e che molti storici e critici d’arte ritrovano nei suoi lavori artistici.

[Il villaggio di Stampa. Fonte commons.wikimedia.org.]
In Bregaglia, a Borgonovo di Stampa, nel villaggio natale della famiglia del grande artista e presso il cui cimitero riposa con i familiari, tutti identificati da lapidi semplicissime, ha sede il Centro Giacometti, che mira a curare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale legato alla famiglia e al suo principale esponente, mentre la Fondazione Ciäsa Granda/Atelier Giacometti conserva alcune opere rimaste in valle e rende accessibile di tanto in tanto l’Atelier, sito sempre a Stampa.

[Le semplici lapidi delle tombe dei Giacometti nel cimitero di Stampa. Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]
Ovviamente il Centro Giacometti ha messo in calendario alcuni eventi, diffusi lungo l’intero anno, che celebreranno Alberto e il suo legame con il territorio bregagliotto. Uno degli appuntamenti principali e più intriganti sarà il simposio in programma a luglio dal titolo: “I percorsi di Alberto Giacometti nello specchio delle sue origini” che, come si legge nel sito del Centro, «farà in particolare luce su alcuni fatti significativi legati alla valle di Giacometti e al mondo culturale italiano da lui frequentato. Ricercatori universitari, curatori e psicanalisti illustreranno vari aspetti del Giacometti “bregagliotto”, cresciuto e formato in una valle di montagna Svizzera, adiacente al mondo lombardo.»

[Giacometti fotografato a Stampa da Henri Cartier-Bresson nel 1961. Immagine tratta dalla pagina Facebook J-Arts.]
Per celebrare a modo mio (cioè minimamente, per quel che posso fare) questo “anno giacomettiano”, ripropongo qui un articolo di qualche tempo fa (lo pubblicai la prima volta nel 2014) su uno degli aspetti più singolari e per certi aspetti sconcertanti dell’origine bregagliotta di Alberto Giacometti e della sua presenza in valle, che dal giorno che lo scoprii (grazie a Philippe Daverio) mi ha sempre meravigliato – in diversi modi si possa intendere tale aggettivo. Lo ripropongo di seguito, come detto, con alcune immagini aggiornate, anche nella speranza che possa meravigliare come me molti altri; tenete presente che alcuni cose scritte si riferiscono all’epoca della sua stesura e oggi risultano superate.

[Giacometti al lavoro a Stampa. Immagine tratta da www.giacometti-stiftung.ch.]
Passare accanto al “genio” e (forse) non saperlo

Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: “Chariot, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, “Homme qui marche”.

Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.

Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di Sankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa sempre specie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – be’, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate; oggi sarebbe da aggiornare in Mister 350 milioni, visto il successivo record di “L’homme au doigt” del 2015 sopra citato)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!

[Giacometti e la moglie Annette insieme al critico d’arte e poeta giapponese Isaku Yanaihara nei dintorni di Stampa, 1961. © Fondation Giacometti, Parigi, immagine tratta da www.ilgiornaledellarte.com.]
Ma, scherzi a parte, e mi ripeto, è quanto meno particolare questo estemporaneo accostamento tra due ambiti così diversi: l’arte di qualità eccelsa (e di valore economico incredibile) di Giacometti, e il consumismo turistico tipico della nostra epoca moderna – nel quale non c’è nulla di male, sia chiaro, ma il contrasto tra le due cose è sicuramente forte. Io stesso ci passo di lì tante volte, per andare a salire qualche mirabile vetta engadinese; tuttavia, quell’ignoranza senza colpa alcuna verso la presenza storica (e non solo) di Giacometti su quella trafficata strada è un qualcosa che vorrei vedere attenuarsi. Perché Giacometti è stato grandissimo, lo ribadisco, e, suvvia, perché le sue opere oggi valgono ben di più di quelle Ferrari o delle Porsche che sfiorano l’atelier Giacometti per andare a vanagloriarsi lungo le vie di Sankt Moritz!

P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte. La scritta è visibile e quasi del tutto leggibile anche nelle immagini di Google Maps (cliccateci sopra per ingrandirla):

Tiziana Apuani, Cristian Scapozza (a cura di), “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo”

Ci sono stati due grandi fenomeni naturali che, nello spazio e nel tempo, hanno modellato le nostre montagne, in particolar modo le Alpi, e “disegnato” la loro morfologia che poi nei secoli più recenti l’uomo ha cominciato ad abitare.

Il primo è legato alle grandi glaciazioni del Pleistocene, ultima delle quali è stata quella di Würm, avvenuta tra 110000 e 11700 anni fa, che hanno scavato la gran parte delle valli alpine. Il secondo, correlato al primo, è quello delle grandi grane, che in scala differente ma non meno modificante hanno cambiato i connotati di molte di quelle valli, con franamenti in certi casi talmente ciclopici da aver distrutto interi versanti montuosi, ricollocatisi altrove a valle (ne ho scritto al riguardo qui). Senza che oggi ce ne possiamo quasi rendere conto – salvo che per i fenomeni più recenti – molto probabilmente quando viaggiamo attraverso le Alpi o visitiamo le loro località, transitiamo e sostiamo sopra grandi accumuli di materiale franato, ormai rivegetati, e al contempo osserviamo un panorama d’intorno che facilmente secoli o millenni fa, prima che le frane lo modificassero, era differente.

L’intera catena alpina è ricca di questi fenomeni franosi; la zona tra il Passo del Maloja e quello del Gottardo, lungo le Alpi Lepontine e Retiche a cavallo tra Italia e Svizzera, lo è in modo particolare, presentando frane di ogni genere e taglia, tra le quali alcune delle più grandi in assoluto e altre divenute celebri per le conseguenze che hanno causato ai territori coinvolti. Non a caso, dunque, proprio a Chiavenna, località tra le principali della regione alpina appena descritta, ha sede il Centro Internazionale Grandi Frane Alpine, ente scientifico nato con l’obiettivo di studiare e documentare le grandi frane alpine, creando un polo scientifico-culturale transfrontaliero e promuovendo la cultura della prevenzione, con un ruolo formativo e museale legato ai disastri e ai paesaggi da essi creati. In tal senso, nel 2023 è stato inaugurato il percorso escursionistico Amalpi Trek (“Amalpi” è un nome nel quale si contrae la formula «Alpi in movimento, Movimento nelle Alpi»), la cui percorrenza – suddivisa in 10 tappe con alcune varianti possibili – illustra le vicende delle numerose grandi frane che hanno colpito i territori delle valli lepontine e retiche trasformandole in risorse culturali naturali. Il percorso è raccontato dal libro-guida Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo, (Milano University Press, 2023), curato dai geologi e docenti Tiziana Apuani e Cristian Scapozza, che elenca percorsi e peculiarità di tutte le tappe con un focus, ovviamente, sulle frane visibili e visitabili – alcune veramente eccezionali e dalla storia affascinante, seppur in certi casi tragica – ma anche sulle rilevanze storiche, artistiche, culturali e antropologiche dei territori attraversati. Un libro veramente bello ed estremamente interessante, in grado di offrire una sorta di storia “alternativa” delle Alpi []

[Il paese di Piuro, nella Val Bregaglia italiana (provincia di Sondrio) prima e dopo la frana del 4 settembre 1618. Veduta tratta da “Itinerarium Italiae Nova Antiqua” di Martin Zeiller e Mattheus Merian, Francoforte, 1640.]
(Potete leggere la recensione completa di Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Grandi frane alpine: quando la Natura distrugge le montagne e reinventa il paesaggio

[Immagine tratta da www.nimbus.it.]
Abbiamo senza dubbio nella mente le immagini della frana di Blatten, in Svizzera (la vedete qui sopra), quando un’enorme massa di rocce e ghiaccio, lo scorso 28 maggio, ha seppellito l’omonimo villaggio sotto una coltre di 30 metri di detriti, fortunatamente senza vittime in forza della tempestiva allarme e del conseguente rapida evacuazione degli abitanti.

Di eventi colossali come quelli di Blatten ne avvengono da sempre parecchi, nelle Alpi: in effetti, dopo il modellamento morfologico generato dalle acque, ghiacciate o liquide, sono state proprio le grandi frane ad aver modificato i territori montani più di ogni altra cosa lungo i secoli, e spesso quelli che oggi ci appaiono come rilievi più o meno grandi e regolari nel mezzo delle valli alpine sono in realtà gli accumuli residui di grandi frane cadute nel passato, ormai stabilizzati e rivegetalizzati al punto da poter essere tranquillamente antropizzati dall’uomo.

La frana di Blatten – per la quale sarebbe più corretto parlare di valanga, essendo stata innescata dalla caduta di materiale ghiacciato – è sembrata a tutti qualcosa di colossale, appunto, coi suoi 9,3 milioni di m3 precipitati a valle e in forza dei danni causati. In realtà, senza ovviamente voler sminuire la portata dell’evento, quella di Blatten è stata una frana di taglia “piccola”. L’altrettanto ben ricordata frana della Val Pola del 1987, conseguente agli eventi meteorologici e alluvionali che sconvolsero la Valtellina, aveva un volume di circa 32 milioni di m3, più di tre volte quella di Blatten. Ancora oggi la sua veduta impressiona chi transita lungo la statale per Bormio e l’alta Valtellina ma, a sua volta, fu una frana relativamente “piccola”. D’altro canto uno degli eventi storici più celebri e nefasti al riguardo, quello che nel 1618 coinvolse l’abitato di Piuro nella Val Bregaglia italiana, facendo più di mille morti, fu determinato da una frana di “soli” 6 milioni di m3.

[La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle.]
Insomma: avrete intuito che le frane veramente colossali le quali nel passato hanno sconvolto intere vallate alpine, hanno registrato dimensioni e volumi infinitamente maggiori di quelle note fin qui citate.

Ad esempio, in Canton Ticino l’autostrada del Gottardo, nel suo tragitto verso nord e l’ingresso del tunnel omonimo, ad un tratto prende a salire con decisione per superare il dislivello delle Gole della Biaschina grazie ad alcuni alti viadotti: tali ponti sono costruiti sull’accumulo della frana di Chironico (dal nome del villaggio che vi è stato costruito sopra nel XII secolo), che cadde dal versante opposto della Valle Leventina tra 12 e 14 mila anni fa scaricando a valle un volume stimato di 530 milioni di m3 di rocce, le quali “tapparono” il fondovalle generando un grande lago, poi interratosi nel giro di qualche secolo, fino a che le acque del Ticino (e del suo affluente di destra Ticinetto) non riuscirono ad aprirsi nuovamente un varco tra le rocce franate.

[I pilastri dei viadotti dell’Autostrada del Gottardo che poggiano sull’accumulo della frana di Chironico. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Più o meno nello stesso periodo, sempre in Svizzera ma nei Grigioni, si verificò la frana di Totalp, i cui sedimenti si sono accumulati per qualche km di ampiezza nella zona tra le note località sciistiche di Davos e Klosters: il volume del materiale franato è stato stimato in circa 600 milioni di m³.

Ancora più imponenti sono le Marocche di Dro, site nel territorio dell’omonimo comune del Trentino, che costituiscono per estensione e volume il più imponente fenomeno di frana per crollo e scorrimento di materiale lapideo a livello europeo: più di 5000 anni fa dal monte Brento, sovrastante la valle del fiume Sarca, caddero circa 1 miliardo di m3 di maroc, termine dialettale trentino che significa “grosso masso” o “grande blocco di roccia”.

[Uno scorcio delle “Marocche di Dro”. Foto di Robertk9410, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia il primato assoluto della categoria “grandi frane alpine” appartiene alla frana di Köfels nella valle Ötztal (Tirolo, Austria): circa 9500 anni fa, in quello che si può considerare un vero e proprio cataclisma alpino, un intero versante montuoso sul lato sinistro della valle crollò, peraltro per cause tutt’oggi indeterminate, trascinando a valle una massa di roccia stimata in 3,1 miliardi di m³ che ha generato un deposito di complessivi 4 miliardi di m³. Tale accumulo di frana fu così ingente da aver creato una nuova montagna nel mezzo della valle, il Tauferer Berg, alto 1680 m e sotto la cui sommità lo spessore del materiale franato è superiore a 700 metri. Quella di Köfels è dunque la più colossale frana a scivolamento rapido conosciuta nelle Alpi, con un volume di 100 volte superiore alla massa della Frana della Val Pola e di più di 300 volte (!) rispetto a quella di Blatten.

[La valle Ötztal con a sinistra il paese di Köfels e, cerchiato dal tratto giallo, il colossale accumulo della frana, che cadde dal versante montuoso presso il quale è stata presa l’immagine. Fonte: www.mergili.at, CC BY-NC-SA 4.0 DEED license.]
Per chi se lo stia chiedendo, visto che si trattò di un’altra frana di enormi dimensioni, quella del Monte Toc che piombò nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont innescando la spaventosa catastrofe del 9 ottobre 1963, aveva un volume di circa 270 milioni di m³.

Infine, è interessante tornare in Canton Ticino per citare un’altra gigantesca frana alpina, non delle più colossali ma dalla storia inopinatamente tragica: quella del Monte Crenone (o Pizzo Magn) sovrastante l’ingresso della Valle di Blenio. Nel settembre 1513 dal monte cadde un volume di roccia stimato tra i 90 e i 130 milioni di m3 che ostruì completamente il fondovalle e creò un grande lago, detto di Malvaglia (dal nome del principale villaggio che vi finì sommerso) lungo quasi 5 km, profondo almeno 40 metri e dal volume di acqua di circa 130 milioni di m3. Circa un anno e mezzo dopo, il 20 maggio 1515, la spinta delle acque del lago fece collassare il corpo della frana che faceva da diga generando la cosiddetta Buzza di Biasca (“buzza” è un termine dell’italiano regionale ticinese di origine dialettale con il quale si indica una colata detritica o una piena improvvisa), una sorta di Vajont naturale la cui ondata di piena, alta fino a 10 metri e con una portata di 15.000 m3/s (il Po alla foce ha una portata di 1.550 m3/s, per dire!), devastò l’intera valle del Ticino provocando diverse centinaia di morti e la distruzione di molti villaggi, sfogandosi poi nel Lago Maggiore il cui livello crebbe di circa 60 centimetri. L’enorme accumulo della frana – inerbato e in parte utilizzato come cava di inerti – è ancora ben visibile all’ingresso della Valle di Blenio, della quale ha completamente modificato la morfologia locale.

[La “Buzza di Biasca” che devasta Bellinzona, raffigurata in una xilografia di Johannes Stumpf del 1548. Fonte commons.wikimedia.org.]
Per chi fosse incuriosito o interessato al tema delle grandi frane alpine, il luogo migliore dove ampliarne la conoscenza è il Centro Transfrontaliero Grandi Frane Alpine di Chiavenna, che nasce come sede di studio e raccolta documentazione, con ruolo formativo di sito e museo legato ai disastri e con l’obiettivo di promuovere la cultura della prevenzione. Dal progetto alla base del centro è nato anche l’itinerario Amalpi Trek, un cammino in 11 tappe che porta dal Passo del Maloja alla regione del San Gottardo e permette di riscoprire antichi e nuovi percorsi con le loro peculiarità naturali e antropiche, storico-archeologiche e gastronomiche, oltre che, ovviamente, di visitare i siti di alcune delle più grandi frane presenti nel territorio attraversato dall’itinerario. Ve ne parlerò meglio a breve, quando scriverò della guida dedicata proprio all’Amalpi Trek pubblicata dal Centro di Chiavenna.

Ci sono i “draghi” al Passo di Emet?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze estive in Valle Spluga, presso il confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile il cui superamento esponesse a chissà quali pericoli ovvero sembrasse in qualche modo “immorale”. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, dicevano gli antichi Romani in queste circostanze. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi anche lassù, oltre il crinale, così richiamando numerose simili superstizioni un tempo diffuse ovunque sulle Alpi.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno. Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè, con sguardo più consapevoli, vidi che non c’era nulla da vedere sul terreno, niente linee rosse o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico vero con-fine (il punto in cui si congiungono due cose che “finiscono”, come rimarca il significato originario del termine, opposto al senso con il quale lo si intende oggi) era quello fisico, del passo alpino da superare alla testata di una valle e al principio dell’altra.

Hic absunt dracones, esattamente.

Come identificato nel titolo, il valico di confine in questione è il Passo di Emet / Pass da Niemet, posto tra i 2280 e i 2294  m di quota tra la Val Scalcoggia, laterale della Valle Spluga o Val San Giacomo, e la Val Niemet, laterale della Val Ferrera nel Canton Grigioni; ne vedete alcuni scorci nelle immagini lì sopra. È un luogo che ho trovato profondamente affascinante fin dalle prime volte che da ragazzino vi giunsi, come avete letto, e che, dal mio punto di vista, possiede una bellezza ancestrale che va oltre la mera avvenenza morfologica e ambientale, per molti aspetti quasi mistica. Come se a stare lassù, del nodo geografico che il valico rappresenta (presso il quale non si congiungono solo geografie, popoli e culture ma anche i bacini imbriferi del Reno e del Po, dunque lo stesso continente europeo con il Mare del Nord a settentrione e il Mediterraneo a meridione) potessi percepire la forza vividamente dentro di me sì da sentirmi legato al luogo, appunto, ma nel modo meno costrittivo e più vitale possibile. Nel modo in cui un elemento si lega all’ecosistema a cui appartiene, ecco.

P.S.: il testo che avete letto è tratto e riadattato da Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé e pubblicato da PostMediaBooks nel 2021, al quale ho contribuito con un saggio sul concetto di “confine” intitolato proprio Hic absunt dracones.