Il delitto perfetto (delle librerie di Roma), parte 2a

Qui sotto potete leggere un altro emblematico e illuminante passaggio dell’articolo che l’8 giugno scorso Claudio Morici ha pubblicato su Internazionale, sotto il programmatico titolo Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma.
Per saperne di più al riguardo, e perché ve lo stia evidenziando, cliccate qui. L’articolo nella sua interezza lo potete ovviamente leggere su Internazionale cliccando sull’immagine in testa al post.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.
Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.
C’è poi la questione degli sconti. In Italia una legge del 2011 prevede che non possano superare il 15 per cento. Per raccontare i cavilli, i raggiri, le paraculate che portano ogni mese grandi editori e grandi catene a fregarsene e fare offerte che si mangiano letteralmente i più piccoli nella filiera, ci vorrebbe un altro articolo. Ma anche in questo caso, molte piccole librerie intraprendenti hanno trovato strategie di sopravvivenza come le “copie in deposito”, ovvero la possibilità di procurarsi i libri direttamente dall’editore, pagandoli solo una volta venduti.
E allora se non è neanche un suicidio, chi le ammazza le librerie? Muoiono di vecchiaia?

Il delitto perfetto (delle librerie di Roma)

(Foto di Matteo Abati, tratta da https://www.teatroecritica.net/2018/08/98238/)

Qualche giorno fa Claudio Morici ha pubblicato un “pezzo” su Internazionale dal titolo Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma che già risulta programmatico circa i contenuti offerti, col valore aggiunto del punto di vista assolutamente vivido e sagace dello scrittore romano (che “conosco” anche per aver letto questo suo libro).

Vi invito a leggerlo nella sua interezza (cliccate sull’immagine di Morici in testa al post per farlo) perché è estremamente interessante, e aiuta a far capire come funziona l’editoria contemporanea (spoiler: abbastanza male) e come ciò vada a coinvolgere quell’elemento socioculturale (oltre che economico, ovviamente) fondamentale per ogni comunità civica che è la libreria – quella vera, voglio dire, non quelle che sembrano supermercati.

Qui copio/incollo un breve estratto, che per quanto mi riguarda trovo assai significativo circa “lo stato dell’arte” sul tema. Il resto, come detto, lo potete leggere su Internazionale.

Il fattore stupidità
Credo che le librerie, come i libri, come le biciclette, come le gite al mare e gli adolescenti megalomani come me che rubano libri pensando di avere ragione, non moriranno mai di vecchiaia. Quello che ho capito in questa piccola indagine, è che non c’è un unico assassino. Le piccole librerie romane stanno morendo per un insieme di fattori. Sono bombardate da questi fattori. Arrivano fattori terra-aria, fattori a grappolo, fattori che pensi che sia una penna, la tocchi e ti esplodono in faccia.
E purtroppo in pochi le difendono, questo è il vero problema. Se vogliamo trovare un unico nemico direi che è sempre lo stesso, da anni, da secoli, il nemico dei libri e delle librerie. La stupidità.
Un caso esemplare è quello di Claudio Madau, 37 anni, libraio di Roma. È stato premiato dal presidente della repubblica Sergio Mattarella perché “esempio di civiltà”. È diventato una specie di eroe nazionale insieme ad altre 33 persone perché si è inventato “Dottor libro”: presentazioni di libri organizzate in ospedale.
Il 5 marzo scorso, quando gli hanno dato la medaglia – con la cerimonia, le telecamere dei tg e tutto il resto – chissà se hanno anche capito che la sua libreria, proprio accanto all’ospedale San Giovanni, ha chiuso da tempo. In due anni e mezzo di lavoro estenuante, senza aiuti, senza finanziamenti, hanno provato a vendere libri e a dare “esempi di civiltà”, ma non guadagnavano niente. E qui volevo inventarmi una bella battuta per sdrammatizzare la loro situazione, ma forse è meglio astenersi.

Sindaci da stadio

I festeggiamenti da stadio che si sono potuti constatare sui media da parte di certi sindaci vittoriosi nelle recenti elezioni comunali, dopo le prime votazioni e i ballottaggi ove svoltisi, esultanze sovente ridicole o fuori luogo quando non sguaiate – si va dai mortaretti e dalle trombe ad aria, ai cori da ultras, fino ai tuffi dei sindaci eletti nelle fontane pubbliche o a casi limite come quello dell’immagine lì sopra – fanno capire perfettamente, e indubitabilmente, a quali livelli infimi sia ormai caduta certa “politica” anche in ambito locale ovvero a quali modelli comportamentali faccia riferimento e importi nell’attività amministrativa per affermare ed evidenziare la propria “egemonia” istituzionale.

E siccome, come frequentemente accade, dai comuni vengono pescati i futuri rappresentanti dei partiti da mandare ai livelli superiori, fino in Parlamento, capite bene come possa essere messa, l’Italia, al riguardo.

Capitalismo

Elnur Babayev, Capitalism, 2014. Opera vincitrice del Silver Award nell’Annual Poster Competition della prestigiosa rivista americana Graphis.

L’opera del bravissimo artista e designer turco a qualcuno sembrerà fin troppo di sinistra, ci posso scommettere. D’altro canto, non è proprio il reiterare contrapposizioni ideologiche così chiuse e manichee (nell’uno e nell’altro senso) che non solo si offrono le condizioni ideali a certi sistemi – proprio come il capitalismo, ad esempio – di corrompersi e deviarsi sempre di più causando danni tremendi e, al contempo, si degrada la democrazia a livelli da stadio ricolmo di facinorosi, deviando pure essa verso forme politiche alquanto inquietanti – come in Italia, per fare un altro esempio del tutto significativo?

Di sistemi – sociali, economici, politici, ideologici – presentati come innovatori e poi rivelatisi illiberali e barbarici, nati proprio in forza di quei manicheismi, ne dovremmo ormai avere abbastanza. E l’essere costretti a usare il condizionale, in quel verbo, la dice lunga su quanto siamo ancora civicamente primitivi e privi di senso politico – nell’uno e nell’altro. Purtroppo.

Insomma… torna sempre utile ribadire il mai troppo compianto Giorgio Gaber:

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra,
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Ma cos’é la destra cos’é la sinistra?

(clic)

L’Italia come un “Truman Show”


Secondo me, potrebbero veramente aver ragione quelli che sostengono che l’Italia, in quanto istituzione, in verità non esiste più da un pezzo, trasformata in un gigantesco esperimento socio-politico attraverso il quale testare e gestire il comportamento di una comunità pubblica sottoposta a governi e assetti istituzionali sempre più scadenti e degradanti, al fine di elaborare conseguenti modelli di valore assoluto utili alla gestione di eventuali situazioni similari in paesi più evoluti.

Un po’ come quando si fanno i test di rottura dei materiali simulando le condizioni più critiche possibili, così da determinare limiti di sicurezza che siano ampi e dunque includenti nel relativo range una casistica altrettanto ampia e completa. Un Truman Show socio-politico su vasta scala, ecco, applicato al paese più adatto allo scopo in forza della sua scarsissima identità nazionale e dell’altrettanto pessima condizione della sua società civile. Già.