Lo sci e il lockdown (del buon senso)

[Foto di Emma Paillex da Unsplash.]
Seppur dotata per molti versi di un suo sincronico “perché”, la questione della chiusura-riapertura dei comprensori sciistici nell’attuale periodo di pandemia risulta per altri versi un po’ surreale, quasi grottesca, piuttosto paradossale e certamente emblematica.

È senza dubbio un settore economico importante, quello dello sci su pista, che produce molto reddito e dà lavoro a tante persone ma d’altro canto le sue società, almeno sulle montagne italiane, presentano da anni i bilanci in rosso profondo e vivono in vista ormai costante di un potenziale fallimento finanziario – ove non siano già fallite, come accaduto per località anche importanti – spesso tenuto lontano solo da ingenti (e opinabili) finanziamenti pubblici. Molte di esse campano grazie alla neve artificiale (altro “bel” controsenso per uno sport montano) in forza dei cambiamenti climatici che stanno interessando i monti anche più che altre zone geografiche, la cui costosissima produzione però rappresenta uno dei motivi principali del dissesto finanziario delle località sciistiche. Tuttavia in questo periodo di incertezza e, complice un novembre assai siccitoso, di generale assenza di precipitazioni nevose naturali, i comprensori sciistici sono costretti a sparare neve artificiale con le conseguenti ingenti spese al fine di essere pronti all’eventuale riapertura, col rischio però che tale sforzo non serva a nulla (se le stazioni resteranno chiuse ancora a lungo) o che venga reso vano da un “anomalo” (mica tanto più, ormai) rialzo delle temperature che fonda la neve preparata. Inoltre, i vari testimonial più o meno celebri che cercano di sostenere la causa della riapertura delle piste (eccone uno) hanno ragione quando dicono che se gli impianti restassero chiusi sarebbe “un disastro”, ma sanno benissimo (e non dicono, nella loro logica) che niente e nessuno può garantire il rispetto delle norme di sicurezza in un’attività virtualmente di massa come lo sci, se non soltanto nel momento in cui si scende lungo le piste – ma altrove è impossibile, appunto, e in Italia anche di più. A ben vedere, poi, è pure un paradosso che la sola industria dello sci sia ritenuta (dalla politica e dai media allineati, in primis) quella in grado di far vivere le montagne e le loro genti, così come è conseguentemente paradossale che si parifichi allo sci su pista qualsiasi altra attività su neve in ambiente – camminate, ciaspolate, sci alpinismo, eccetera – che, quelle sì, garantiscono per loro natura il buon rispetto delle norme anti-Covid.

Insomma: sembrano discorsi fatti da medici poco affidabili intorno a un paziente su come fasciargli un braccio ferito nel mentre che le stesso non si regge in piedi per problemi alle gambe, tanto evidenti quanto trascurati.

Alla fine, mi pare, tutti questi paradossi particolari rimandano a un macro-paradosso generale e assolutamente emblematico del quale già diverse volte ho scritto, qui sul blog: l’industria odierna dello sci su pista vive (o sopravvive) su idee, metodi e strategie ormai superati e sostanzialmente falliti, che stanno lentamente ma inesorabilmente trascinando nello stesso fallimento l’intera montagna, che invece avrebbe bisogno di un profondo ripensamento circa i modi di fruizione dei suoi territori e delle peculiarità che sa offrire, un nuovo paradigma turistico finalmente consapevole dei luoghi e delle culture montane e quanto mai lontano dai modi e dalle azioni che ancora in molte località si perpetrano per meri interessi e interessucci locali ma che, ribadisco, appaiono sempre più come le manifestazioni parecchio grottesche di un angosciante, inesorabile disastro.

È di certo una crisi profonda, quella che sta vivendo l’industria dello sci e la montagna che su di essa fa ancora affidamento. Ma “crisi” significa anche riflessione, cambiamento, rinascita: se ne approfittasse, la montagna sottomessa allo sci, di questa possibilità inopinata eppure di grande potenzialità futura, forse potrebbe ancora salvarsi. Altrimenti il Covid non sarà che l’ennesima mazzata alle gambe già alquanto vacillanti di quel povero e malcurato paziente montano.

P.S.: qui potete leggere un interessante ed illuminante articolo in tema di decadenza dello sci su pista, pubblicato ieri su l'”Huffington Post”.

C’è Speranza nel Covid

Comunque giova ricordare e rimarcare una cosa ragguardevole, dell’Italia rispetto al Covid-19: che è l’unico paese al mondo che sta affrontando il periodo di pandemia, fin dall’inizio e con tutte le emergenze sanitarie conseguenti, facendosi guidare da un ministro della salute che si chiama Speranza.

Speranza”, già.

Il che può portare a “giovarsi” d’altre due rimarchevoli cose: quanto i Romani (ai quali l’Italia deve ancora molto, culturalmente) davano credito alla celebre locuzione Nomen Omen, e quanto ugualmente ne dessero all’altro loro detto, Spes ultima Dea, che è l’odierno (la) speranza è l’ultima a morire.

Ecco.

Be’, la speranza è che questa sia soltanto mera ironia, ovvio.

P.S.: sì, anche l’immagine lì sopra è “ironica”. Cliccateci sopra per capire come mai.

Lo “smart working”? Ancora?!

Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.

Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.

Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working

Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.

Ecco.

Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.

Un lockdown esemplare

[Immagine tratta da ilfaroonline.it]
Io credo che, nella situazione sanitaria così grave che il paese sta vivendo, i rappresentanti eletti della sua cittadinanza – i politici, sì, tutti quanti – dovrebbero essere i primi a dare il buon esempio ai cittadini stessi e mettersi in lockdown.

Non solo, dovrebbero dimostrare pure di saper sopportare un lockdown di lungo periodo, se ciò può fare bene al paese e alla sua situazione.
Quaranta, cinquant’anni, ecco. Anche cento, se è il caso.
Sono sicuro che l’intero paese ne trarrebbe un gran giovamento, già.

Lockdown all’italiana

Dunque, diamo uno sguardo ai lockdown in giro per l’Europa.

In Spagna, hanno optato per un lockdown regionale.
In Germania, per un lockdown light.
In Irlanda per un lockdown quasi totale mentre in Olanda per uno smart lockdown.
L’Italia, invece, è sempre un passo avanti: da ieri, qui, è in vigore un farlocc-down!
Ah, potenza del Medinìtali!

P.S.: no, non chiedetemi nulla di quell’immagine, che riguarda la locandina di un film del quale non sapevo l’esistenza e non so nulla. Fortunatamente, mi viene da dire.