C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Cevedale

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie di articoli voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Cevedale, ad esempio. Ecco come si presentava tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco come si presentava lo scorso 11 agosto, ripreso dalla webcam soprastante il Rifugio Casati:

Ecco gli altri articoli finora pubblicati nei quali ho scritto di ghiacciai ove si praticava lo sci estivo:

La nascita di un “nuovo” passo alpino

[Ciò che resta del ghiacciaio di Tsanfleuron in un’immagine tratta dal sito web https://karst.iah.org.]
Durante l’agosto scorso il Passo del Tsanfleuron, in Svizzera, valico posto tra le cime del gruppo di Les Diablerets che collega il Canton Vaud e quello del Vallese a 2800 metri di quota, è riemerso dai ghiacci e tornato parzialmente sgombro dopo che per almeno 2000 anni è rimasto sepolto sotto la massa dell’omonimo ghiacciaio.

La notizia, inquietante come molte altre simili lette sui media negli questi mesi in forza della realtà climatica che stiamo vivendo (e in particolar modo per la drammaticità manifestatasi quest’anno), è d’altro canto pure drammaticamente affascinante, per come lo scioglimento di strati glaciali così vecchi “azioni” una sorta di macchina del tempo immateriale che riporta materialmente nel presente dei lembi di mondo nello stato che presentavo secoli addietro, magari in epoche nelle quali il passo in questione era abitualmente transitato dai viandanti perché privo di ghiaccio ma, ciò, per cause ben diverse da quelle che la scienza da tempo accerta per la situazione attuale.

In effetti, il cambiamento dei territori montani in forza degli effetti del cambiamento climatico, per i quali l’estinzione di molti ghiacciai rappresenta uno dei fenomeni più impattanti e visibili, inevitabilmente cambierà anche la nostra percezione del paesaggio, dunque il nostro relativo immaginario, la concezione e la considerazione dell’ambiente montano, la nostra relazione con esso. È un po’ come se fino a oggi avessimo letto un libro con un suo determinato testo e la relativa narrazione, la cui lettura ci abbia lasciato un certo messaggio che abbiamo fatto nostro e elaborato nel tempo, e ora quel libro presentasse numerose delle sue pagine con un testo differente: il libro è sempre lo stesso e anche il titolo è identico e uguale il numero delle pagine, ma la narrazione derivante dal suo testo variato risulterà inevitabilmente diversa da quella precedente, e parimenti lo sarà la sua elaborazione.

Ho già affrontato alcune volte questo tema, qui sul blog (esempio) e altrove, che probabilmente apparirà molto teorico e poco concreto rispetto a tante altre questione inerenti la montagna e i cambiamenti climatici dotate di una maggiore e più immediata criticità. Eppure è un tema parecchio importante e al momento assai poco indagato, ma che credo risulterà basilare nell’evoluzione della nostra relazione futura con le montagne che frequenteremo. Montagne che apparentemente saranno le stesse di un tempo, dal paesaggio a prima vista identico a quello che si ammirava anni fa ma in realtà diverse, che probabilmente non osserveremo e non percepiremo più come allora.

Come ciò finirà per modificare la nostra relazione con i monti è difficile se non impossibile da dire, dato che il paesaggio è nella sua concezione immateriale anche il frutto del “qui e ora”, seppur definito da convenzioni comuni la cui base cognitiva si costruisce e definisce col tempo. La forma geografica delle montagne (salvo cataclismi) resterà suppergiù la stessa, la sostanza culturale presumibilmente no. E magari, sulle gande un tempo sepolte dai ghiacci e ora sgombre, tra qualche decennio crescerà l’erba e spunteranno piante, proprio come accadeva alcuni secoli fa a quelle quote alpine. Chissà se, nel caso, gli uomini del futuro potranno apprezzarlo oppure dovranno angosciarsene ancor più di quelli del 2022.

Un ringraziamento a Chiara Ferragni

Alla fine io invece apprezzo il volo in elicottero con cocktail sul ghiacciaio di Chiara Ferragni: era una cosa che “doveva” fare dacché assai utile per tutti noi e dunque meno male che l’ha fatta.

Sì, perché in questo modo Chiara ci ha voluto rimarcare come certi personaggi dei quali lei è icona, oggi definiti “influencer” e per questo sovente ritenuti assai valenti e capaci, be’, in fondo non lo sono così tanto, soprattutto riguardo certe tematiche meno banali di altre. «Ehi, mi credete super figa ma guardate che non è mica tanto vero!» ha voluto dirci Chiara a modo suo, sollazzandosi sul ghiacciaio, e personalmente non posso che ringraziarla di questa sua implicita onestà intellettuale e morale. Che forse, ehm, nemmeno lei sa di possedere ma tant’è. Già.

P.S.: posto quanto sopra, tocca comunque constatare che l’esperienza glaciale vissuta da Chiara è parte di un’abituale offerta turistica della compagnia di volo in questione, e suppongo di molte altre, acquistata da chissà quanti altri che se la possono permettere.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Corvatsch

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Corvatsch in Alta Engadina, ad esempio, circa il quale ha destato un certo angosciato scalpore la notizia di qualche giorno fa che la Rete svizzera di monitoraggio dei ghiacciai (Glamos) ha sospeso la raccolta dei dati in quanto l’apparato glaciale si è talmente ridotto, in particolar modo quest’anno, da non poter più essere misurabile ed è ormai prossimo all’estinzione:

[Foto di Matthias Huss, https://twitter.com/matthias_huss.%5D
Ma anche sul Corvatsch dagli anni Sessanta e fino agli anni Ottanta del Novecento si sciava d’estate. Le due immagini qui sotto sono tratte da un servizio d’archivio della SRF – la televisione svizzera di lingua tedesca – del 25 agosto 1967, dalle quali si evince quanto fosse ampio il ghiacciaio, che all’epoca ricopriva con gran spessore l’intero versante del Piz Murtèl, anticima del Piz Corvatsch, sul quale erano presenti due skilift. Cliccateci sopra per vedere l’intero video.

Altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto: