“Osservare” nel profondo, non “vedere” in superficie

119234-1“(..) Troppo spesso noi esseri umani, che abbiamo avuto la fortuna – rispetto alle altre razze viventi sul pianeta – di sviluppare in modo approfondito una consapevole concezione quadridimensionale del mondo, in senso generale e non solo visuale, commettiamo il grave errore di limitarci a un’osservazione del mondo stesso sostanzialmente “bidimensionale”, per così dire. Un riferimento orizzontale, uno verticale e nulla più, quasi che, ormai assuefatti alla tele-visione della realtà attraverso uno schermo televisivo o similmente tale, nella quale la “distanza” che l’etimo greca del termine identifica è priva di profondità e ancor più della dimensione temporale, si porti e utilizzi quel modo di vedere le cose anche nel mondo reale, restando sulla superficie della visione proprio come se vi fosse uno schermo oltre il quale è impossibile andare e dal quale, gioco forza, dobbiamo ricavare qualsiasi dimensionalità. Guardiamo il paesaggio come se l’immagine scorresse in TV ovvero sul web, come se non vi fosse la possibilità di penetrarlo, di andarci dentro e dunque aggiungere una terza dimensione e poi, una volta in esso, avere cognizione pure della quarta dimensione, quella del tempo. Non solo: in fondo, pure restando in un mero ambito percettivo di tipo bidimensionale – orizzontale/verticale – si possono ricavare innumerevoli altri riferimenti dimensionali, i quali nell’insieme danno corpo alla nostra osservazione, la arricchiscono di molti particolari, dettagli, intuizioni, cognizioni. (…)”

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale si parla di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro. Di vita, in pratica, nel senso più pieno e alto del termine.)

Stars, stripes, ignorance (Isaac Asimov dixit)

16298376_1422993811052280_7174078086327934957_nUna sola aggiunta personale a quanto asserito da Isaac Asimov (nel 1980, mica ieri!): quantunque lì per vari motivi sia probabilmente più evidente, non solo negli Stati Uniti ciò sta accadendo, ahinoi.

Il fax. (Una storia vera)

copy-time-09-15-1958-998-m5Era da tempo immemorabile che non accadeva, e invece oggi sì: ho ricevuto un fax.

Un fax, ve lo giuro. Cioè, voglio dire, una cosa che i ragazzi che hanno meno di vent’anni forse non sanno nemmeno cosa sia.

Se ne è uscito lentamente dall’omonimo apparecchio (che ormai consideravo un ameno oggetto d’antiquariato, da tenere dacché suggestivo in tutta la sua ineluttabile inutilità e solo per questo) col tipico cicalìo elettronico e fluf, è scivolato sul tavolo come un’inopinata e anacronistica apparizione.

È stato commovente, quasi.

Merda

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e presto potrete saperne di più…

N.B.: ogni riferimento a fatti, cose e persone inerenti la situazione dell’Italia contemporanea è puramente… beh, fate voi.

nella-merdaMerda

Non si capì perché tutto cominciò, perché, tutto ad un tratto, senza nulla che lo facesse presagire, come se il terreno fosse una pelle ricolma di pori che emettesse sudore nell’afa canicolare dell’Estate, all’improvviso dalla Terra cominciò ad effluire merda – sì, niente di più e niente di meno, copiosamente, fluidamente, in tutta la propria disgustosa essenza materiale e odorosa. Sulla questione col tempo vi si scervellarono in molti: autorevoli luminari di scienze varie, eminenze politiche, editorialisti di prestigiosi media, finanche opinionisti d’oscura carriera; innumerevoli ipotesi vennero formulate, e parimenti innumerevoli soluzioni, ma se tutte queste accreditate parole fluivano con notevole facilità, ancor più facilmente – e cospicuamente – continuava l’emanazione della rivoltante sostanza dal terreno, ovunque. Soltanto l’intensità variava: se certe zone – intere città, zone industriali, aree turistiche, ma il fenomeno non era categorizzabile per luoghi – ne erano state già del tutto sommerse, in altre dello strato escrementizio se ne quantificava meno, anche solo qualche decimetro.
La situazione peggiorava ora dopo ora. Forse anche per l’immediatezza e la rapidità del fenomeno, per la sua apparente illogicità, e per lo stupore e la tensione che provocava in chiunque, le discussioni in merito si allargavano sempre più senza tuttavia giungere a nulla di concreto, arrotandosi su sé stesse, innescando i soliti alterchi tra i sostenitori di opinioni opposte, come se si potesse pensare, per assurdo, che fosse proprio lo sproloquio più ampio possibile la migliore soluzione al letale problema.
Pochi ritennero invece di agire in altro modo e, almeno per il momento, conclusero che l’unica difesa fosse l’elevarsi sopra il liquame spaventosamente puzzolente, fare in modo di starsene al di fuori, insomma, e più in alto possibile da esso: soluzione banale forse, ma più efficace di ogni altra cosa ipotizzata e soprattutto di quella incredibile opinione che si stava diffondendo sempre più tra la gente, peraltro sostenuta dai soliti organi di informazione rassicurante – per missione conferita -, gente la quale si sentiva dichiarare con crescente, bizzarra disinvoltura: “Oh, la cosa peggiore di tutto ciò è la puzza, ma ormai la si sente già meno, ci si sta abituando velocemente… Anzi!”

Sul lèggere contemporaneo (Giuseppe Culicchia dixit)

LÈGGERE: perdita di tempo, ovviamente quando si tratta di libri e quotidiani (…) Se su Facebook o Twitter ci si imbatte in un link che rimanda al brano sulla Neolingua tratto da 1984 di Orwell, in cui si narra della distruzione delle parole con conseguente eliminazione di qualsiasi forma di pensiero complesso, soffermarsi per un istante a riflettere, e collegare tale profezia alla riduzione del vocabolario e del pensiero grazie ai 140 caratteri di Twitter e ai «mi piace» di Facebook. Quindi ri-twittare immediatamente o cliccare «mi piace».

(Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Einaudi 2016, pag.125, voce “Lèggere”.)

culicchia_una_marina_di_libriAppunto.
(A, pi, pi, u, enne, ti, o. 7 caratteri: non male, ne avrei ancora 133 da consumare… ma lo so, potrei fare pure di meglio. Penso.)

(Cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Mi sono perso in un luogo comune.)