Antonio Cederna e la distruzione della Natura

Il sempre ottimo Giuseppe Mendicino, il 4 giugno scorso su “Doppiozero”, dedica un bellissimo testo a Antonio Cederna, «per anni il migliore, il più preparato e combattivo difensore del paesaggio nel nostro Paese», autore di libri memorabili dalla cui lettura tutt’oggi «si resta impressionati dalla sua lucidità e preveggenza». Venne poco ascoltato ai suoi tempi, viene poco ricordato oggi: i risultati di tali trascuratezze si vedono tutti, ferite inferte e spesso infette al territorio italiano che spesso provocano dolorosi effetti ambientali, idrogeologici, ecologici.

Tra le altre cose, Mendicino ricorda come Cederna sin dagli anni Sessanta denunciasse «l’aggressione alla montagna con il cemento e la ferraglia di impianti di risalita costruiti rovinando paesaggi di millenario splendore. Pochi capivano e ascoltavano allora, ma oggi che sensibilità e conoscenza sono assai più diffuse, l’assalto continua. Per arricchire pochi, stiamo perdendo un patrimonio naturale, quello delle Alpi, unico al mondo.» È passato più di mezzo secolo ma l’aggressione continua, raramente giustificabile, sovente deprecabile, comunque in modi vieppiù crescenti ove sia palese la presenza «dell’avidità e il cinismo di speculatori e costruttori, l’ignoranza e la mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, l’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici».

Antonio Cederna è una figura imprescindibile, insomma: nel bene e nel male, ovvero per meriti suoi e per demeriti di noi uomini con i nostri comportamenti in Natura. Da rileggere assolutamente e conoscere al meglio, a partire dall’articolo di Mendicino che trovate qui e che cita i libri fondamentali di Cederna, alcuni ristampati di recente. Motivo in più per approfondirne la conoscenza e meditarci sopra con ancora maggiore consapevolezza.

(Le immagini del post sono tratte dall’articolo di “Doppiozero”.)

Il «turismo selvaggio», ancora

Michele Comi, qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook, ha dedicato un prezioso e necessario ricordo a Antonio Cederna – personaggio tanto grande quanto poco rimembrato dai più – riproducendo un suo articolo del 1975 che fin dal titolo pare scritto oggi in riferimento all’attualità. Già, «le strade inutili del turismo selvaggio»: siamo ancora fermi lì, a quei modelli di presunto “sviluppo” dei territori montani che, nel mezzo secolo passato da allora, si sono rivelati totalmente fallimentari (lo erano già al tempo, ma l’esperienza storica al riguardo rendeva meno visibile tale verità) e oltre modo rovinosi per quelle comunità alpine a cui sono stati imposti, ma che una politica altrettanto fallimentare sia nel pensiero e sia nell’azione ma non nella spregiudicata volontà di accaparrarsi interessi particolari continua a perseguire e imporre, costruendosi intorno le circostanze ideali – un tempo la “valorizzazione agricola” citata da Cederna, oggi le Olimpiadi invernali del 2026, ad esempio – per continuare il proprio assalto alla montagna – e di nuovo la Valtellina è un territorio del tutto emblematico al riguardo.

Dopo mezzo secolo, insomma, e nonostante nel frattempo il mondo sia radicalmente cambiato – a volte in peggio, come dal punto di vista climatico – regna ancora la «speculazione di pochi privati perpetrata con soldi pubblici» ovvero dominano e si impongono paradigmi politici la cui tragica obsolescenza non solo non sviluppa le montagne, come i loro promotori sostengono, ma ne deprime le reali potenzialità socioeconomiche e ne affossa il futuro, oltre a degradare inesorabilmente l’ambiente naturale. Non si è ascoltato nessuno di chi già decenni fa aveva capito come sarebbero andate le cose, non si è imparato nulla dai tanti, troppi errori commessi, non si vogliono aprire gli occhi, guardarsi intorno, comprendere la realtà dei fatti, vedere e pensare al futuro. Niente di tutto ciò.

[50 anni trascorsi e nulla è cambiato, appunto. Immagine tratta da qui.]
Ripeto la solita domanda: è questa la montagna che vogliamo? È giusto lasciare il suo destino nelle mani di certi amministratori pubblici, dei loro sodali, e in balìa dei loro progetti speculativi? Così facendo siamo proprio sicuri che il futuro dei territori di montagna e delle comunità che li abitano sarà il migliore più proficuo possibile?

Rispondiamoci, e senza perdere troppo tempo. Non ce ne resta tanto, ormai.

P.S.: uno dei pochi a essersi ricordato di Antonio Cederna, lo scorso anno in particolare, nei 25 anni dalla scomparsa, è stato Gian Antonio Stella con questo articolo sul “Corriere della Sera”. Ringrazio Giuseppe Mendicino che lo ha recuperato e pubblicato sui social.