Il Sudafrica (da cui proviene la nuova variante) rappresenta il Paese più colpito del continente, con 2.922.222 di casi e 89.179 decessi.
Al 24 novembre, è stata vaccinato completamente il 42,16% della popolazione mondiale. L’Europa al 57,29%; gli USA al 57,83%; l’Italia all’85%; l’Africa al 7,02%.
Il 7,02 per cento della popolazione africana, già. Che di contro rappresenta il 17% della popolazione mondiale.
Quante belle parole sono state spese negli anni scorsi (e ancora oggi) in generale sul tema dell’aiuto allo sviluppo dei paesi “poveri” e in particolare intorno alla questione dell’immigrazione soprattutto dai paesi africani, le quali parole poi si concentravano ad esempio intorno a quel “bellissimo” slogan (multinazionale, sia chiaro) «Aiutiamoli a casa loro»: la “soluzione perfetta” al tema e a ogni sua ricaduta su di noi dell’“Occidente avanzato”, no? Be’, ora che c’è una questione di gravità planetaria per la quale verrebbe facilissimo mettere in pratica il succitato slogan sbandierato per così tanto tempo con tutto il “pensiero” che ci sta al fondo, facendolo proprio in quel continente che guardiamo con inguaribile pregiudizio – il che significa mandare laggiù vaccini in numero adeguato, ovvio – che si fa? Si fa il 7 e briciole per cento, ovvero quasi il nulla. E poi ci arriva una nuova variante del Covid-19, forse assai pericolosa, proprio dall’Africa. Ma tu guarda il “caso”!
Insomma: chi semina vento raccoglie tempesta, chi non semina vaccini raccoglie varianti*. Ecco.
*: ovviamente è un principio generale che vale non solo per le questioni sanitarie ma per innumerevoli aspetti del rapporto tra la parte di mondo ricca (l’europea innanzi tutto) e quella meno, Africa in primis.
[Foto di Chris Lawton da Unsplash.]La geografia è una materia meravigliosa sotto innumerevoli aspetti, molti dei quali assai sorprendenti. Come ad esempio il fatto che, per mostrarci e insegnarci con ottimale e convenzionale comprensibilità la realtà del mondo sul quale viviamo, la geografia ci racconta una sostanziale “bugia”. Ed è una bugia fondamentale, nel senso che sta alle fondamenta della rappresentazione geografica del mondo e che un tempo veniva insegnata a scuola – ovvero nell’epoca felice in cui la geografia era materia scolastica, già, dacché come è noto ora è stata sostanzialmente dimenticata: e mai improperi a sufficienza si potranno rivolgere a chi prese tale dissennata decisione!
Infatti, a partire dai libri scolastici e didattici fino alla stragrande maggioranza delle rappresentazioni del nostro pianeta (tutti i mappamondi piani, ad esempio, spesso esposti ai muri di spazi pubblici, ma pure i siti web di mappe), l’immagine cartografica che abbiamo di esso è quella della Proiezione di Mercatore – o, per la precisione, della Proiezione cilindrica centrografica modificata di Mercatore, che tuttavia rappresenta il mondo in un modo falsato e distorto in quanto nata per esigenze nautiche, cioè per mantenere costante la scala delle distanze in ogni direzione attorno ad ogni punto così da poter calcolare le rotte di navigazione con buona precisione (distorsione in parte compensate dai planisferi o dalla Proiezione Sinusoidale che lo stesso Mercatore – il quale era fiammingo e in realtà di cognome faceva Kremer – aveva inteso come necessaria).
Fateci caso come, nella Proiezione di Mercatore, per presentarvi un esempio significativo, la Groenlandia appare grande più o meno come l’Africa:
Bene. Questa è invece la raffigurazione cartografica del nostro pianeta in base alla più recente (è degli anni ’70 del Novecento) Proiezione di Gall-Peters. Osservate come cambiano le forme dei continenti… e guardate che gran differenza c’è, ora, tra la superficie della Groenlandia e quella dell’Africa:
In soldoni: la Proiezione di Gall-Peters rappresenta le reali forme e proporzioni delle superfici terrestri, quella di Mercatore le distorce per i suddetti fini pratici. Dunque anche la stessa rappresentazione “classica” dell’Italia, pur con la sua superficie molto piccola rispetto a quelle continentali, raffigura una forma e una proporzione non esattamente reale, probabilmente distorta di un tot di metri. Tutto ciò per un’evidenza semplice e ineluttabile: è impossibile rappresentare una superficie sferica su un foglio piano senza distorcerla. Per questo, nella Proiezione di Mercatore, più le superfici risultano distanti dall’Equatore e più le loro dimensioni vengono esagerate e distorte. D’altro canto la Proiezione di Gall-Peters, per offrire una raffigurazione più obiettiva delle superfici terrestri, inevitabilmente perde le prerogative di facilità del tracciamento delle rotte ma, senza dubbio, fornisce un’immagine cartografica più realistica e meno confondente della Terra.
[La sovrapposizione delle due proiezioni – in verde quella di Gall-Peters – rende evidentissima la differenza di forme e dimensioni dei continenti.]Sono argomenti che forse a qualcuno sembreranno banali, eppure trovo che dalla loro considerazione scaturisca un fascino notevole: ci rivelano che abbiamo ordinariamente in mente un’immagine geografica e cartografica del mondo che è “attendibile” ma non è quella reale, la quale tuttavia per convenienza abbiamo formalmente sancito come “vera” anche se tale non lo è. Un principio questo, che in fondo possiamo ritrovare e declinare in molte altre cose umane, di interesse globale o locale. In forza di questa “funzionale bugia” – per fare un altro esempio significativo – se qualcuno volesse recarsi in Alaska per esplorarla ma ne fosse intimorito nel momento in cui qualcuno gli facesse notare quanto sia vasta, almeno come il Brasile visto che sul mappamondo piano “alla Mercatore” così appare, se avesse sotto mano una mappa di Gall-Peters constaterebbe che in realtà è più piccola di cinque volte: il suo viaggio dunque potrebbe essere ben più agevole di quanto temuto!
In ogni caso rappresentare il mondo in un modo o nell’altro non genera soltanto implicazioni geografiche, dimensionali e cartografiche, certamente affascinanti, come ribadisco. Ne genera anche di valore sociale, culturale e politico, il che per certi versi rende più inquietante che intrigante la storia e la scienza della raffigurazione del nostro pianeta sviluppatasi nel tempo e il suo uso geopolitico. Ma è un tema un po’ più articolato e complesso, che rimando a un futuro articolo specificatamente dedicato.
Il vero problema, della razza umana rispetto ai cambiamenti climatici in corso o quanto meno di chi la rappresenta politicamente, non è che è il tempo per agire sta scadendo oppure che sia già scaduto o che altro. Queste sono osservazioni obiettive e evidenti, per molti aspetti, tuttavia io temo che per altri siano improprie, e ciò perché mi pare che vi sia un drammatico sfalsamento temporale alla base della questione.
Mi spiego: hanno ragione quelli che ritengono l’accordo raggiunto nella COP26 di Glasgow un “buon” o “accettabile” compromesso. Lo è – lo sarebbe, sì, se fossimo nel 1991. Di contro, stiamo disquisendo intorno a dati climatici molto probabilmente già superati, a partire dalla fatidica soglia dei 1.5° o 2° di aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale da non superare e che invece è stata superata da tempo, almeno per certe zone del pianeta (tra le quali l’Europa), come ho cercato di spiegare già qui. Non solo: come ritengono molti esperti, noi oggi subiamo l’effetto di cambiamenti climatici la cui causa è da ricercare decenni fa, e questo perché il clima, pur nell’anormale rapidità del cambiamento attuale, varia sensibilmente nell’arco di qualche decennio, non certo da un anno con l’altro – infatti un ciclo di 30 anni è il periodo classico per calcolare la media delle variazioni climatiche, secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Questo significa che se pure da subito riuscissimo a mettere in atto delle azioni effettivamente in grado di contenere l’aumento della temperatura negli obiettivi sanciti dalla COP21 di Parigi del 2015 in poi, per ancora molti anni subiremmo un peggioramento del riscaldamento del pianeta e delle conseguenti condizioni climatiche.
Insomma, come dicevo poc’anzi: sulla questione climatica, nel concreto, stiamo ragionando su piani temporali sfalsati e disequilibrati da tempo, che per come stanno le cose ben difficilmente si potranno riallineare per fare in modo che alle nostre azioni possano corrispondere reazioni rapidamente virtuose. Finché tale riallineamento non si verificherà, temo che nessun compromesso, accordo, intesa, strategia o quant’altro di (apparentemente) condiviso tra gli stati, anche il migliore possibile, genererà veramente buoni risultati.
Sia chiaro, non è una mera manifestazione di pessimismo, questa mia, ma l’invocazione di una visione rinnovata e più consapevole di una così fondamentale questione: bisogna probabilmente cambiare il paradigma di fondo delle “nostre” azioni politiche, riagganciandolo alla realtà scientifica di fatto e non a obiettivi che ormai appaiono solo funzionali a conseguire accordi di bella forma e scarsa o nulla sostanza. Ragionare sui 1.5° o 2° gradi, allo stato attuale delle cose e degli atti, è per molti versi pura retorica funzionale solo a poter dire ai media di aver conseguito qualche tipo di accordo in realtà privo di efficacia. Per agire sulla questione climatica dovremmo avere sulle nostre scrivanie il calendario del 2040 o 2050 e quello guardare. Invece abbiamo il calendario del 2021 ma lo interpretiamo come fossimo ancora nel 1991, appunto. Dovremmo avere la reale e concreta concezione del futuro, non una costante e anacronistica percezione del passato. Dovremmo avere qualcosa, insomma, che la politica contemporanea dimostra di non avere, ecco.
P.S.: nell’immagine in testa al post c’è la copertina del nuovo numero del “The New Yorker”, assolutamente sublime, come spesso accade, nel descrivere chiaramente e con artistica nonché immaginifica rapidità come stanno le cose.
Scusate la trivialità ma, posto che a breve si aprirà la COP26 di Glasgow – sì, l’ennesima (è annuale!) benemerita conferenza sul clima – e visto che nella COP21 del 2015 a Parigi si firmò il celebre “accordo sul clima” con il quale quasi tutti i paesi del pianeta accettarono di collaborare per limitare a 1,5 °C, massimo 2 °C, l’aumento della temperatura globale rispetto all’era preindustriale, il cui termine è convenzionalmente fissato alla fine del XIX secolo, date un occhio al grafico qui sotto:
[Il grafico è tratto da qui.]A Milano, i valori regolarmente registrati mostrano un incremento della temperatura media annuale di circa 2.2 °C dal 1901 al 2018, che corrisponde a un aumento fino a 0.4 °C/decennio dal 1961 a oggi. Il che significa che, a Milano, rispetto all’era preindustriale e entro il 2050, anno solitamente indicato come quello “limite” per conseguire la cosiddetta “neutralità climatica” a livello globale, probabilmente la temperatura si riscalderà di 3,44 °C. Scrivo “probabilmente” perché potrebbe anche essere che il costante trend di aumento termico risulti ancora più cospicuo, visto che le azioni di contenimento al momento messe in atto a livello locale (salvo rare e pressoché ininfluenti eccezioni) che globale sono giudicate da tutti insufficienti.
A titolo di riferimento, l’Ufficio Federale di Meteorologia e Climatologia svizzero riporta che «Rispetto alla temperatura media del periodo di riferimento preindustriale la Svizzera si è riscaldata di circa 2° C (stato al 2018)», dunque un dato simile a quello di Milano nonostante le differenze geografiche e climatiche. L’Ufficio elvetico continua segnalando che «Senza provvedimenti di protezione del clima la temperatura annuale media in Svizzera potrebbe aumentare entro la fine del 21° secolo di 6 °C rispetto al periodo di riferimento preindustriale. Con dei coerenti provvedimenti di protezione del clima il riscaldamento potrà essere limitato a circa 2.5 °C». Se rapportiamo tali previsioni svizzere ai dati milanesi e, utilizzando il dato sopra citato di 0.4 °C/decennio di aumento della temperatura, fissiamo come gli elvetici il limite temporale al 2100, possiamo empiricamente stimare per Milano un aumento complessivo di circa 5,5 °C, anche in questo caso assimilabile con il dato svizzero di 6 °C. Sempre che non vada anche peggio, ribadisco.
Morale (tanto angosciante quanto inesorabile): gli 1.5 °C e pure i 2 °C di aumento massimo ce li siamo già giocati anni fa, almeno in questa parte del mondo. E a Glasgow quanto meno ci sono numerosi rinomati pub dove gustare dell’ottimo whisky scozzese: probabilmente qualcosa di ben più utile e piacevole, rispetto al «bla bla bla» (cit.) cui si potrà assistere nella COP26 – benemerita, ribadisco, ma quanto effettivamente utile nella sua forma attuale e nella sostanza che se ne ricava? – e giusto per godersi un po’ di svago prima di doverci necessariamente preparare al peggio climatico, già.
Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere… Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.
In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.
Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.
Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare. Hic absunt dracones, già.
Questo è un brano tratto dal mio saggio Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (postmedia books 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
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