[Il Lago proglaciale di Fellaria a settembre 2023.]Un bel dilemma, quello posto sul proprio sito e sulle pagine social da Michele Comi, rinomata guida alpina della Valmalenco: come fare per evitare che troppe persone, spesso poco attente al contesto nel quale si trovano, visitino e “disturbino” il lago proglaciale di Fellaria, luogo estremamente delicato sul versante malenco del Bernina in preda alla più selvaggia “instagrammazione” della sua bellezza?
Togliere il ponte che supera l’impetuoso torrente glaciale poco prima del lago, come suggerisce Comi, per ripristinare la naturalità del luogo e dei suoi ostacoli geografici e fare che molti non riescano ad andare oltre? Fare della zona una riserva naturale, un’area di tutela o addirittura recintare il versante dal quale si accede al lago? Apporre divieti e comminare multe salate a chi non li rispetta? Attuare un sistema di visite a numero chiuso o in qualche modo contingentato?
Fellaria, come detto, è una vittima emblematica dell’instagrammazione dei luoghi di pregio, attraverso la quale passa solo il richiamo spettacolarizzante e massificante verso i luoghi mentre nulla viene trasmesso né sul loro valore culturale né sulla fragilità ambientale: conta solo l’effetto wow e il sentirsi parte della “community” che l’ha vissuto – e ovviamente immortalato nell’ennesimo selfie. Così il circolo vizioso si autoalimenta e nel contempo diventa sempre più arduo salvaguardare il luogo e chiedere a chi lo vuole visitare una sua corretta frequentazione. Ma possiamo permetterci di degradare e perdere un sito talmente prezioso come il Fellaria (che è anche un laboratorio di studi climatici e glaciologici, è bene ricordarlo)? Direi proprio di no.
[Cose da non fare, al Fellaria: avvicinarsi troppo alla falesia glaciale, soggetta a frequenti crolli, pur di scattare/scattarsi una “bella” foto! Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]Angelo Costanzo, presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio (sempre molto attento e sensibile riguardo situazioni del genere nel territorio valtellinese), in un suo post pubblicato su Facebook sulla scia di quello di Michele Comi rimarca un altro aspetto importante della questione:
Ma i primi, ad avere svenduto l’identità culturale delle terre alte, sono proprio chi ci vive, chi governa i luoghi e i suoi mutamenti sociali, urbanistici ed economici. In provincia di Sondrio, nella gran parte delle località turistiche, ha sempre prevalso la logica dei grandi numeri.
Una visione miope perché quello che abbiamo perso è molto più importante del guadagno economico e si chiama identità. Così, gradualmente, quasi senza accorgersene si è venduto il “territorio” e con esso la cultura dei luoghi alpini. Cultura soppiantata da modelli metropolitani, dove tutto deve essere alla portata di tutti.
Osservazioni che trovo assolutamente condivisibili. Anch’io, nel leggere le parole di Comi, tra le prime cose mi sono chiesto: ma i locali cosa ne pensano, di questa situazione obiettivamente critica che coinvolge uno dei luoghi più preziosi e identitari delle loro montagne? In effetti non li si sente granché esprimersi, sul singolo caso e in genere su questioni simili. Se ne stanno zitti perché si compiacciono di cotanto massiccio afflusso turistico, ché pensano ai conseguenti tornaconti ricavabili? Ne sono preoccupati, magari anche contrariati ma non osano aprire bocca per paura di pestare i piedi a qualche compaesano? Se ne fregano altamente, che hanno altro e di più importante a cui dover pensare?
Tuttavia i primi a dover poi subire gli eventuali danni dal degrado territoriale, ambientale, culturale e d’immagine sono proprio loro; il turista se ne va altrove, di luoghi instagrammabili da consumare ne trova sicuramente molti altri. Se ne rendono conto, i locali, di tale ineluttabile realtà? Se no, sarebbe bene che lo facessero al più presto; se sì, sarebbe bene che si palesassero e contribuissero attivamente alla messa in atto delle necessarie contromisure, prima che sia troppo tardi.
[Turisti vaganti sul percorso che porta al lago.]In ogni caso, alla domanda iniziale da me posta e al netto delle proposte più o meno provocatorie suggerite, credo si possano formulare risposte diverse e a loro modo potenzialmente valide, se ben strutturate e contestualizzate al luogo e alla sua realtà. Tuttavia, alla banalizzazione dei luoghi di pregio, pratica per la quale l’instagrammazione si palesa come arma tremendamente efficace e che nel principio è la manifestazione evidente di una diffusa carenza culturale (e anche e civica) che il web purtroppo accresce invece di contrastare, io credo che non si possa rispondere in altro modo se non con una rialfabetizzazione altrettanto diffusa nei riguardi della montagna – cosa che sostengo da tempo e che ribadisco continuamente – che da un lato contrasti con forza certo (pseudo) marketing turistico a dir poco distruttivo per i territori montani, sovente considerati e rappresentati come fossero Gardaland o il lungomare di Riccione (con tutto il rispetto per entrambi), e dall’altro ricostruisca la necessaria cultura e la conseguente consapevolezza dell’andare per monti, le quali peraltro accrescono pure il godimento e il divertimento del frequentarli.
[Ancora il Fellaria, com’era quando ancora la lingua glaciale era attiva e com’è oggi con il lago e quel che resta della lingua di ghiaccio morto, non più alimentata dal bacino glaciale superiore, Immagine tratta dalla pagina Facebook del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”.]Ma ciò non deve essere un qualcosa fatto tanto per fare, qualche corso, un tot di brochure, qualche pannello all’inizio dei sentieri e amen: no, deve e dovrà essere una ampia, articolata, strutturata strategia culturale alla cui base vi devono essere tutti i soggetti che operano su e per la montagna, a partire dal Club Alpino Italiano, e parimenti tutti i soggetti pubblici che governano i territori montani coinvolti dalle dinamiche turistiche fin qui descritte, quelli politici, quelli didattici, e i portatori d’interesse privati che ugualmente lavorano in montagna e per chi ci va – le case produttrici di materiali e abbigliamento tecnici, ad esempio. E tutti quanti messi in rete, a livello locale innanzi tutto e poi a livello regionale e macroregionale: una questione culturale, in quanto tale, coinvolge l’intera società di riferimento e dunque nessuno può sentirsi e dirsi esonerato dal fare la propria parte. Anche perché di mezzo c’è un altro patrimonio collettivo: le nostre montagne. Un patrimonio meraviglioso, unico, inestimabile ma anche delicato, fragile, che ha bisogno di rispetto, sensibilità, cura. Chiedo ancora: possiamo veramente permetterci di banalizzarlo, di lasciare che venga considerato un parco giochi, di consumarlo materialmente e immaterialmente, di degradarlo come molte (troppe) volte già accade?
P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che state per leggere ho cominciato a scriverlo a fine gennaio scorso, per poi affinarlo nelle settimane successive. Ora lo pubblico ma mi fa piacere leggere di alcune iniziative che vanno esattamente nella direzione sulla quale qui ho scritto, ma non per chissà quale preveggenza, semmai per naturale buon senso. Di esse ve ne parlerò nei prossimi giorni, intanto vi invito a farmi sapere che pensate di quanto leggerete ora.
Forse già sapete o avrete sentito dire che, nella gestione dei corsi d’acqua e degli ecosistemi relativi, uno dei fattori fondamentali da considerare è il “Deflusso Minimo Vitale” (DMV), cioè «la portata istantanea da determinare in ogni tratto omogeneo del corso d’acqua, che deve garantirne la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, di quelle chimico-fisiche delle acque nonché il mantenimento delle biocenosi tipiche delle condizioni naturali locali.»
Ecco, proprio in forza di una definizione del genere e contestualizzandola alla montagna, verso la quale – o, per meglio dire, verso alcune delle sue località più rinomate – sovente si dirigono fiumi di turisti la cui presenza genera situazioni e circostanze non esattamente contestuali ad un territorio montano pur variamente antropizzato, mi viene da pensare che come per i fiumi si considera il suddetto “Deflusso Minimo Vitale”, per certa montagna si dovrebbe considerare un AMV, “Afflusso Massimo Vitale”: «la presenza antropica istantanea da determinare in ogni zona omogenea di un certo territorio montano, che deve garantirne la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, ambientali, paesaggistiche, culturali, nonché il mantenimento dell’ambiente identitario generato dalle condizioni naturali e antropiche locali» – per abbozzare una definizione sulla falsariga dell’altra.
Troppo spesso ho la netta e inquieta sensazione che molti progetti di sviluppo turistico (non solo tali, ma soprattutto) concepiti per la montagna basino grandemente i risultati riguardanti frequentazione prevista su fattori di quantità e non di qualità, in base alla elementare equazione «più gente va in montagna = più guadagna chi ci lavora = più successo ha il progetto». Ciò, dunque, senza minimamente considerare, apparentemente, quanta presenza di visitatori occasionali, con tutti gli annessi e connessi relativi, possa sopportare un luogo e il suo territorio senza che quella presenza diventi un danno e una forma di degrado degli stessi. Sono principi, ad esempio, parecchio utilizzati dall’industria dello sci alpino, che punta a ottimizzare i propri tornaconti e a sostenersi finanziariamente proprio sulla massa di sciatori che è in grado di accumulare in un certo comprensorio, l’efficienza dei cui impianti di risalita, guarda caso, viene misurata in primis dalla portata oraria. Col risultato che sì, da un lato per prendere la funivia non ci sono più code, ma dall’altro le piste di discesa presentano un affollamento che nemmeno Piazza Duomo a Milano la domenica pomeriggio. Ma intanto all’uopo si allargano le strade, si costruiscono enormi parcheggi e locali al servizio degli sciatori grandi come centri commerciali, si cementificano spazi naturali eccetera. Tutte cose, inutile dirlo, che non c’entrano nulla né con il paesaggio della montagna, né con il suo ambiente e nemmeno con la cultura, di contro trasformando certe località montane iperturistificate in mere riproduzioni di ambiti metropolitani privi di identità: veri e propri non luoghi montani, insomma.
Senza cadere in passatismi di sorta, peraltro ingiustificati e incoerenti con la realtà contemporanea, viene comunque da pensare a certe pratiche di gestione della montagna d’un tempo, intrise di saggezze secolari e saperi solidamente basati su esperienze condivise. Le vaccate, ad esempio, dette anche erbate, ovvero la quantità di capi monticabili in un certo alpeggio, dato che ne contraddistingueva la funzionalità e il valore nonché il cui rispetto era un elemento vincolante per l’assegnazione e la gestione della relativa malga. Se quell’alpeggio poteva ospitare cinquanta vacche, non se ne potevano monticare cinquantuno. Fine, senza se e senza ma. Una questione di salvaguardia della vitalità dell’alpeggio e al contempo degli animali ospitati, in un equilibrio funzionale e benefico per entrambi. Perché non utilizzare un tale principio ovvero la semplice ma profonda saggezza che vi sottende, ripensata e contestualizzata agli spazi antropizzati sottoposti a frequentazione turistica, dunque a una presenza superiore a quella determinata dagli abitanti stanziali? Perché la qualità (in diverse accezioni del termine) del territorio montano deve essere soggiogata alla quantità di chi dovrebbe frequentarlo, senza che tra i due elementi vi possa essere una correlazione funzionale determinata dalle peculiarità del territorio stesso e dalle possibilità pratiche di accoglienza, cioè da un dato concreto che potrebbe ben definirsi l’AMV, “Afflusso Massimo Vitale” di quel luogo?
So bene che tutto ciò possa apparire fin troppo idealista quando invece, pensateci bene, è un concetto assolutamente naturale e pragmatico; d’altronde, so altrettanto bene che la matrice materialista di certo turismo di massa contemporaneo che punta senza troppi patemi all’overtourism (si veda il caso recente delle Cinque Terre con la conseguente e inevitabile «nemesi», come ha detto bene Maurizio Maggiani) pur di conseguire i tornaconti desiderati si palesa ormai indubitabilmente come una forma di depredazione dei territori di pregio e dunque anche di quelli montani, dei loro paesaggi, della bellezza, dell’identità e della cultura che li caratterizza, dunque la fonte di un inevitabile degrado che altrettanto inesorabilmente porta alla fine dei luoghi, con tutto ciò che ne consegue per la comunità che li vive, probabilmente illusa dai promotori di quel turismo massificato che la gran massa di persone avrebbe significato una pari gran massa di denari guadagnati e di conseguente benessere – esattamente come accadde in centinaia di località montane turistificate dal dopoguerra in poi e oggi fallite sia economicamente che socialmente e ambientalmente. Oggi non può essere più accettabile una sorte del genere, per la montagna, che invece merita di riguadagnare finalmente e totalmente la propria dignità sia nel panorama politico che in quello culturale, salvaguardando la propria identità da un lato e alimentando dall’altro la vitalità socioeconomica locale, per la quale il turismo può ben essere un supporto efficace e benefico ma solo se totalmente sostenibile dal territorio, dunque tanto ambientalmente quanto antropologicamente. Questa, in fin dei conti, è la vera sostenibilità per la montagna, ciò che può garantirle un futuro equilibrato a lungo a favore di chiunque la possa e potrà frequentare, da abitante o da turista ma, in ogni caso, in compiuta armonia con il suo paesaggio.
Perché un rapporto con il paesaggio sia duraturo, dev’essere reciproco. Al livello in cui la terra ci fornisce il cibo non è difficile da comprendere e la reciprocità viene spesso ricordata nella preghiera di ringraziamento prima dei pasti. Al livello in cui il paesaggio ci appare bello o spaventoso e ci colpisce, oppure al livello in cui ci fornisce le metafore e i simboli per indagare nel mistero, è più difficile definire la reciprocità. Se ci si avvicina alla terra con un atteggiamento d’obbligo, disposti a rispettare cortesie difficili da esprimere e che possono essere anche un semplice gesto delle mani, si stabilisce una considerazione dalla quale può emergere la dignità. Da questo rapporto dignitoso con la terra è possibile immaginare un’estensione di rapporti dignitosi in tutta la propria vita. Ogni rapporto viene formato con la stessa integrità, che inizialmente spinge la mente a dire: le cose nella terra si armonizzano in modo perfetto, anche se cambiano sempre. Io desidero che l’ordine della mia vita sia organizzato nello stesso modo in cui trovo la luce, il movimento leggero del vento, la voce di un uccello, la forma d’un baccello che vedo davanti a me. Voglio in me stesso questa impeccabile, incontestabile integrità.
[Tundra in Groenlandia. Foto di NTNU Vitenskapsmuseet – Moser på Nordøst-Grønland, CC BY 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Quando camminavo nella tundra e incontravo lo sguardo di un lemming oppure scoprivo le tracce di un ghiottone, mi sentivo confuso per la fragilità della nostra saggezza. Il modello del nostro sfruttamento dell’Artide, la crescente utilizzazione delle sue risorse naturali, lo stesso desiderio di “farne uso” sono molto chiari. Che cosa manca in noi, mi chiedevo, per farmi sentire tanto a disagio in una regione di uccelli cinguettanti, di caribù lontani e di lemming bellicosi? È il senso della misura.
Poiché l’umanità è in grado di aggirare la legge dell’evoluzione, dicono i biologi evoluzionisti, ha il dovere di darsi un’altra legge se vuole sopravvivere, se non vuole depredare la propria base alimentare. Deve imparare questo senso della misura; deve trovare un modo diverso e più saggio di comportarsi nei confronti del territorio. Deve prestare maggiore attenzione agli imperativi biologici del sistema del protoplasma messo in moto dal sole, e dal quale dipende l’umanità stessa. Non perché debba farlo o perché sia priva d’inventiva, ma perché vi è in questo il culmine della saggezza cui aspira da secoli. Dopo aver preso in mano il proprio destino, ora l’uomo deve pensare con intelligenza critica ai campi in cui deve cedere.
Le navi partirono in aprile, si separarono nell’Atlantico settentrionale e, con incrollabile ottimismo, si diedero appuntamento per ritrovarsi nel Pacifico. Le HMS Dorthea e Trent puntarono verso le Svalbard; le HMS Isabella e Alexander verso la Baia di Baffin. Le prime due, martellate spietatamente dalle bufere e dai ghiacci, si rifugiarono nella Baia Magdalena e a Fair Haven, nelle Spitzbergen, per effettuare le riparazioni prima di ritornare in patria. Le altre due navi, comandate da Sir John Ross e dal tenente William Parry, risalirono lo Stretto di Davis in compagnia d`una quarantina di baleniere, entrarono nella Baia di Melville alla quale diedero questo nome, e raggiunsero il punto più settentrionale all’imboccatura sud dello Smith Sound. Sulla costa della Groenlandia incontrarono un gruppo di Polar Eskimo. Si svolse una conversazione memorabile, tramite un interprete che era stato preso a bordo nella Groenlandia meridionale: “Chi siete? Che cosa siete? Da dove venite? Dal sole o dalla luna?”
(Barry Lopez, Sogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli, pag.335; orig. Arctic Dreams, 1986. La spedizione della Marina inglese alla quale Lopez fa riferimento è del 1819; “Polar Eskimo” è la definizione anglosassone per la popolazione Inuit. Il brano fa ben capire ciò che ho scritto nella mia recensione a Sogni Artici, ovvero che per lungo tempo l’esplorazione delle regione artiche ha assunto connotati che per molti versi l’ha resa paragonabile a quella spaziale e astronautica, con quei territori simili a “nuovi mondi” da scoprire con altrettanto nuove creature viventi con le quali entrare in contatto – e viceversa, appunto.)