Il principio iconoclasta

[Rimozione della grande croce di Stadelhofer, Zurigo, nel periodo dell’iconoclastia calvinista. Da Illustrierte Reformations-Chronik di H. Bullingers, 1605. Immagine di Roland Fischer, Zürich; Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
E se invece lo stesso principio iconoclasta che oggi abbatte i monumenti di personaggi dalla storia più o meno opinabile fosse applicato agli stati, oppure alle religioni?

Proprio gli Usa, ad esempio: nella loro forma istituzionale contemporanea ci hanno portato sulla Luna e hanno “inventato” internet, ma quante guerre sporche e quante azioni politiche deprecabili hanno messo in atto nel frattempo?

Oppure le religioni monoteiste, appunto, cattolicesimo in primis, la cui storia, a fronte di innegabili opere di bene, presenta una lista di misfatti che all’inferno così lunga e articolata se la sognano!

Se dovessimo utilizzare il classico metodo della bilancia, ponendo su un piatto le cose buone e sull’altro quelle cattive, temo che buona parte delle istituzioni umane avrebbe la sorte segnata, e sarebbe giustissimo che ciò avvenisse. Di contro, io credo, più ancora che l’iconoclastia fanno sempre molto bene alla causa della giustizia la conoscenza e la consapevolezza, gli strumenti che l’intelligenza, la memoria e la coscienza umane hanno a disposizione per giudicare, capire, reagire, accettare o rifiutare e adeguare la relazione di ciascuno con quelle istituzioni.

Non sono gli eroismi, le santità, le venerabilità e i prestigi di sorta che racchiudono la realtà dei fatti, rappresentandone quasi sempre un’iperbole distorsiva creata ad arte, ma l’equilibrio della verità oggettiva e obiettiva che non può ammettere estremismi celebrativi oppure denigratori, a loro volta iperboli irrazionali e devianti. Un equilibro che è pure la condizione migliore grazie alla quale praticare la libertà di pensiero e d’azione, quella che ogni individuo dovrebbe saper esercitare e che spesso proprio certe simbologie iconiche, ovvero il modo con il quale sono state narrate e imposte, hanno contribuito – a volte pur indirettamente – a impedire.

 

Provviste (per la mente)

Ecco, questa è un’immagine che mi si addice molto. Sono pure io un gran accumulatore di provviste per la mente, certamente ben più che per lo stomaco, e la tendenza pressoché irrefrenabile ad accumularne molto più di quanto ne possa assimilare e smaltire non ho nessuna intenzione di togliermela, già.

Mi auguro solo che l’albero domestico nel quale sto accumulando queste provviste non finisca per cedere d’improvviso a causa dell’eccessivo peso. Ma tutt’al più vedrò di puntellarlo e rinforzarlo per bene, non certo di diminuire il ritmo di approvvigionamento! Perché se per la pancia la dieta è una cosa sovente utile, una dieta per la mente è quanto di più nocivo vi possa essere. Ecco.

La semplificazione

[Foto di Andrew Martin da Pixabay]
Fa piacere leggere che il Governo italiano vuole procedere, finalmente, a un’autentica semplificazione burocratica, e che voglia farlo «in tempi rapidi».

Infatti, a breve, la commissione parlamentare incaricata di esaminare la materia, che verrà appositamente creata tramite delibera parlamentare controfirmato dall’ufficio della Presidenza del Consiglio, una volta stabilita la propria composizione proporzionale in base ai numeri dell’organo maggiore, procederà con l’analisi della questione e l’elaborazione dei relativi dossier corredati di allegati e sub-allegati nei quali si raccoglieranno le osservazioni delle sotto-commissioni ad interesse locale – da istituire dietro apposite delibere degli organi amministrativi regionali (con obbligo di supervisione e consenso delle relative giunte) – in base ai quali elaborare una proposta pre-operativa che dovrà ottenere il consenso dei due terzi della commissione più i tre quinti delle suddette sotto-commissioni oltre che, superato il primo livello approvativo, quello dell’ufficio di presidenza del Parlamento, del sottosegretario alla presidenza, del funzionario vicario preposto, del capo di gabinetto del vicesegretario della giunta di controllo delle delibere (con la necessaria approvazione dei cinque ottavi dei membri della giunta), così da poter essere finalmente sottoposta a lettura da parte dell’ufficio della Presidenza del Consiglio e messa in discussione in entrambi i rami parlamentari con convocazione obbligatoria dei dodici diciottesimi dei membri, con eventuale approvazione in base al numero di voti maggiore o uguale al quorum funzionale fissato in una frazione superiore alla metà del numero totale dei votanti o degli aventi diritto al voto.

Se questo iter sarà concluso con successo, finalmente la suddetta commissione potrà istituire una task force atta allo studio delle semplificazioni da adottare, non prima tuttavia di aver designato una sub-task force che vigili sui lavori della prima per la quale il regolamento sarà da discutere al più tardi in data da destinarsi.

Ecco.

L’Italia.

ItaGlia, pardon.

Il Festival dello Strega

Se posso dire, con tutto il rispetto ma con altrettanta sincerità, il Premio Strega a me pare il Festival di Sanremo dell’editoria italiana.

Ecco, l’ho detto.

No, anzi, dico di più e aggiungo (che tanto a me allo Strega non mi chiameranno mai e peraltro mai ci vorrei andare): dicono – i media – dei sei finalisti di quest’anno, non cinque come gli anni scorsi perché il sesto deve essere il libro di un piccolo editore. Bene, il “piccolo editore” è Fandango, di proprietà dell’omonima casa di produzione e distribuzione cinematografica, tra le più importanti in Italia (!), e diretta da Edoardo Nesi, vincitore dello Strega nel 2011 (!) e parlamentare (!).

“Indipendente”, dicono.
Sì, certo: come un milionario lo è dal sistema bancario.

Aahahahahahahahah!!!
Un’ennesima “bella” storia all’italiana, vero? Evviva!

Ribadisco: con tutto il rispetto del caso, ma con altrettanta coerenza e obiettività. Già.

L’urlo più terrificante nella storia d’Italia

Oggi è il 10 giugno ed esattamente 80 anni fa Benito Mussolini, il “Duce”, usciva sul balcone di Palazzo Venezia per annunciare la discesa in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista.

Ecco, c’è un momento di quel giorno, le cui immagini sovente vengono diffuse nei documentari sulla storia italiana e ancor più in occasione di questo anniversario, che trovo ogni volta invariabilmente sconcertante e spaventoso: l’urlo della folla accalcata nella piazza sottostante, la quale, appena Mussolini pronuncia le tragiche parole «la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia» esplode in un grido da stadio, come ad aver appena saputo di un evento meraviglioso e felice mentre invece sta esultando freneticamente e festeggiando l’inizio di una catastrofica follia, una tragedia che costerà la vita a quasi 500.000 italiani e indescrivibile dolore a milioni d’altri.

Quel grido entusiastico, eccitato, quasi orgiastico, quantunque probabilmente imposto a tanti costretti dai fascisti con le minacce a presenziare nella piazza e “recitare” il copione già scritto, quel suono umano potente, esplosivo al seguito di parole così tragiche che fanno della sua eco la manifestazione acustica non della gioia patriottica ma del terrore più indecente, è una delle cose più terribili, tristi e raggelanti che la storia dell’Italia abbia dovuto registrare.

Sperando che resti l’unico atto di una così empia follia, fosse solo per il rispetto di quel mezzo milione di morti nella cui memoria quella eco rimbomberà sempre, costantemente oltraggiosa e tragica.