6000 km di piste, 7000 di autostrade

[Foto di Fabio Disconzi, fonte http://www.skiforum.it/forum.%5D

L’industria sciistica è un settore estremamente vulnerabile all’aumento delle temperature perché questo innalzamento mette in discussione modelli fino a pochi anni fa considerati vincenti e replicabili all’infinito: nel tempo e nello spazio.
Con una quota-neve di anno in anno più elevata e con inverni sempre più brevi, nei prossimi anni sarà più difficile riuscire a sciare e, di conseguenza, molte stazioni sciistiche rischiano di chiudere.
A dire la verità, come riportato dal report di Legambiente Nevediversa2023, diverse stanno già chiudendo: «Nella Penisola nel 2023 sono aumentati sia gli “impianti dismessi” toccando quota 249, sia quelli “temporaneamente chiusi” – sono 138 – sia quelli sottoposti ad “accanimento terapeutico”, ossia quelli che sopravvivono grazie a forti iniezioni di denaro pubblico, e che nel 2023 sono arrivati a quota 181».
Inoltre in Italia possiamo vantare quasi 6.000 chilometri di piste da sci. Tantissimi: 6.000 km è la distanza che separa Capo Nord da Palermo, passando per Bruxelles.
Per offrirvi un altro termine di paragone i chilometri di autostrade, sempre nella Penisola, sono circa 7.000. Il report sopracitato ci spiega che il 90% di questi 6.000 chilometri di piste viene innevato artificialmente.
Questo processo di innevamento artificiale è particolarmente vorace di energia che in Italia viene in buona parte ricavata dai combustibili fossili. Combustibili fossili che, come ormai tutti sappiamo, sono la principale causa dell’innalzamento delle temperature, che, a sua volta, sta provocando una diminuzione delle precipitazioni nevose.

Tratto dall’articolo Ha ancora senso, nel 2023, realizzare nuove funivie? di Pietro Lacasella, pubblicato su “Lo Scarpone” il 15 giugno 2023 (lo trovate anche su sherpa-gate.com, uno dei canali web di Alessandro Gogna). Potete leggere l’intero articolo – e vi invito a farlo perché Pietro è sempre tanto chiaro nell’esposizione dei temi di cui tratta quanto interessante e stimolante – cliccando sull’immagine in testa al post. Del report Nevediversa2023 di Legambiente ho scritto qui.

I TIR che intasano e inquinano le Alpi, un’ennesima vergogna della politica

[Immagine tratta da www.laregione.ch.]
In tema di trasporti di merci attraverso le Alpi  – una questione spinosa da decenni e in misura crescente – ciò che sta succedendo in questi giorni, con l’imminente chiusura del tunnel del Monte Bianco e le frane che hanno interdetto il passaggio da quello del Frejus, è l’ennesima prova della mancanza di competenza e visione strategica ovvero del menefreghismo della politica (a trecentosessanta gradi) per la realtà effettiva delle cose e per i problemi concreti che i territori devono affrontare e risolvere, in primis quelli più delicati e bisognosi di gestione virtuosa come quelli montani. In una situazione ambientale, peraltro, che in forza dei cambiamenti climatici e della conseguente estremizzazione dei fenomeni meteorologici presenterà sempre più problematiche simili sulle montagne (si veda qui quanto accaduto in Svizzera ieri), con chissà quali conseguenze sulla viabilità in quota.

Da anni si sa che il tunnel del Monte Bianco sarebbe stato chiuso per lavori di manutenzione straordinaria prolungati – nel 2019 già si parlava di 24 mesi di chiusura nell’arco di dieci anni – che poi a quanto risulta sono divenuti col tempo più urgenti e di durata ancora maggiore. Anche senza la chiusura straordinaria del Frejus per frane la situazione relativa al traffico pesante di merci attraverso le Alpi occidentali sarebbe risultata critica; ora questa chiusura rende del tutto palese l’inadeguatezza della logistica pesante transalpina, per la stragrande maggioranza basata sul trasporto su gomma, ovvero il disinteresse pressoché totale – almeno così verrebbe da pensare – della classe politica per cercare di gestire il problema e trovarvi delle soluzioni adeguate. D’altro canto la Cipra – Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina, da decenni invita i paesi alpini a migliorare la gestione del trasporto di merci attraverso le Alpi e a contenerlo il più possibile, e l’Italia è – guarda caso! – il paese da decenni meno virtuoso al riguardo: a riprova di come non sia una questione di colori politici ma di competenze, capacità, sensibilità, visione, cultura ovvero di grave mancanza di tali doti.

E che cosa fa la classe politica, ora, per cercare di mettere una “pezza”? Pretende che l’Unione Europea imponga all’Austria di far transitare sulle sue autostrade che attraversano le Alpi una quota ben maggiore di traffico pesante, in ciò spalleggiata dalla Germania (che però solo in minima parte ha il territorio in zona alpina, dunque delle conseguenze non verrebbe coinvolta), il che significherebbe inquinamento, rumore, danni ambientali, detrimento paesaggistico e culturale di una delle regioni più delicate e bisognose di attenzione – le Alpi, appunto – d’Europa, un patrimonio naturale di tutti già troppo antropizzato e inquinato. Fortunatamente pare che l’Austria abbia invitato i ministeri di Italia e Germania a pensare a soluzioni che coinvolgano il trasporto ferroviario, il quale invece a quanto pare soprattutto a sud delle Alpi è qualcosa che non si sa che esiste (alta velocità a parte, d’altronde quella che fa immagine e rende di più) e quando lo si sa viene gestito, a livello regionale, in maniera a dir poco pessima.

Insomma, è un’ennesima vergognosa pecca della politica che se ne guarda bene di fare “politica” vera, di gestire i territori e risolvere le questioni che ne inficiano la quotidianità: nel frattempo a farne le spese sono le Alpi, le loro comunità, l’ambiente, la natura, la loro bellezza, il loro valore ecologico, economico e culturale. Tutte cose che probabilmente i politici nemmeno sanno cosa siano: altro che ponte sullo Stretto e stupidaggini simili buone solo a fare propaganda elettorale presso votanti inebetiti! Intanto, si ha notizia che l’apertura del traforo ferroviario del Brennero, opera certamente virtuosa ma che comunque non risolverà il problema, lo mitigherà soltanto) slitterà al 2032 – forse, viste le cronache storiche in tali casi. Le Alpi fin ad allora resisteranno o soccomberanno prima, avvelenate dalle migliaia di TIR e soffocate dal menefreghismo politico?

Cambia il clima, cambiano le montagne, cambiamo noi

[Il lago proglaciale di Fellaria, formatosi una decina d’anni fa ai piedi della fronte dell’omonimo ghiacciaio in Valmalenco, in forte regresso da tempo. Foto tratta da associazione.giteinlombardia.it, cliccateci sopra per saperne di più.]

Dalla fine della piccola era glaciale verso il 1850, circa 12.000 nuovi laghi sono apparsi nelle antiche regioni glaciali delle Alpi svizzere. Un migliaio esistono ancora oggi, secondo un nuovo inventario effettuato dall’istituto di ricerca sull’acqua (Eawag). (clic)

Il tasso di formazione di tali bacini idrici sarebbe aumentato in maniera significativa negli ultimi decenni. […] “Siamo rimasti sorpresi da una simile cifra”, ha dichiarato in un comunicato ufficiale Daniel Odermatt, a capo dell’Eawag Non solo il numero, ma anche la marcata accelerazione nella formazione di questi bacini è risultata sorprendente. “180 sono nati soltanto nell’ultimo decennio”, ha puntualizzato Odermatt. (clic)

Le due citazioni che vi ho appena proposto, ottenute da altrettanti articoli che trovate linkati, risultano estremamente emblematiche circa un effetto solo apparentemente secondario e collaterale che stanno provocando i cambiamenti climatici in corso. La questione ambientale è primaria, al riguardo, anche perché più materiale percepibile (fa più caldo, nevica meno, i fenomeni meteorologici si estremizzano, eccetera) ma il cambiamento del clima sta alterando anche la nostra relazione con i territori in cui viviamo o con i quali interagiamo, modificando di conseguenza la percezione e la cognizione che di essi possiamo formulare (ne ho già scritto diverse volte, qui sul blog, ad esempio in questo articolo).

Mille e più nuovi laghi (attuali, dei 12.000 complessivi) esistenti in luoghi dove prima c’era tutt’altro – un ghiacciaio, soprattutto – cambiano le forme del territorio, la morfologia, l’aspetto visivo-estetico, l’interazione pratica con esso (dove prima si poteva camminare su un ghiacciaio ora certamente sull’acqua di un lago non si può camminare, per dire). Tutto questo significa che, inevitabilmente, cambia anche il paesaggio, ovvero la concezione intellettuale e culturale che possiamo formulare di quel luogo modificato, e ciò non solo in senso estetico: vuol dire che si modificherà anche la relazione antropologica con il luogo, gli elementi della sua riconoscibilità, l’identità culturale di esso e, di rimando, la nostra capacità di identificazione in esso. Ad esempio: se di un’escursione di qualche lustro fa lungo un ghiacciaio abbiamo dei bei ricordi e ora quel ghiacciaio non c’è più, sarà più difficile conservare la memoria di quell’esperienza e tutto il suo retaggio intellettuale e emozionale, così che inesorabilmente faticheremo a identificare quel luogo come prima e a identificarci in esso, tanto più se nel frattempo ha cambiato forme e sostanze geografiche (da solido/glaciale è divenuto liquido/lacustre). Un esempio singolo e locale del genere, spostato sulla grande scala dell’intera catena alpina – dacché i cambiamenti climatici operano su scala globale e in modo sempre più evidenti e drammatici – sicuramente finirà per alterare l’immaginario visivo con cui concepiamo il paesaggio alpino e la relazione che intessiamo e intesseremo con esso, variando pure il modo con cui finiremo per considerare, comprendere, valorizzare, gestire il territorio alpino. Ovviamente non è detto che un tale processo sia necessariamente negativo: i territori e i paesaggi cambiano continuamente da sempre, sia in modo materiale che immateriale, ma senza dubbio un cambiamento così repentino e drastico finirà per influire in maniera mai rilevata prima sul nostro rapporto culturale con le Alpi.

Ribadisco: è un aspetto che al momento attuale sembra secondario e dunque viene poco considerato, ma diventerà col tempo sempre più importante e cruciale. Cambieranno le montagne alpine e cambieremo anche noi nei loro confronti: il futuro che ci aspetta sulle Alpi sarà sicuramente diverso dall’oggi e dal passato. Che lo sia in modo positivo oppure no, ancora una volta, spetta a noi tutti deciderlo.

N.B.: questo articolo l’ho pubblicato in origine qui sul blog il 15 novembre 2011.

Il paesaggio è un palcoscenico teatrale

[Immagine del Passo del Tonale tratta dalla pagina Facebook “Teneri Ecomostri“.]

L’immagine del paesaggio è cartina al tornasole per conoscere il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive e opera, ponendo in luce le relazioni tra le forze di natura e quelle della cultura. Attraverso il paesaggio l’uomo propone comunque una rappresentazione di sé, contenuta nell’interfaccia costituita dalla fisionomia del territorio e del suo carico di significati: «Il paesaggio non è soltanto, come lo intendono i geografi, lo spazio fisico costruito dall’uomo per vivere e produrre, ma anche il teatro nel quale ognuno recita la propria parte e facendosi al tempo stesso attore e spettatore. Questo nel senso greco di théatron, derivato da thásasthai = contemplare, guardare da spettatore».

[Massimo Centini, I segni delle Alpi, Priuli & Verlucca, 2014, pag.183.]

Quello che asserisce Centini, citando nella seconda parte del brano Eugenio Turri, è interessante anche nell’interpretazione contestuale al rapporto con il paesaggio che viene imposto da molto del turismo contemporaneo, ove il paesaggio che è teatro evolve nel diventare vero e proprio palcoscenico di una “messinscena” nella quale allo spettatore-turista viene chiesto di recitare non solo una propria parte ma un copione sul quale c’è scritto tutto – tutto ciò che è funzionale a chi governa sul palcoscenico e che pretende di imporre la propria regia nonostante nulla o quasi sappia dell’arte teatrale. In questo modo il teatro diventa “teatrino”, lo spettacolo si tramuta in parodia, si genera la finzione e tutto viene banalizzato a livello di farsa di quart’ordine. Però sai le risate degli spettatori tramutati in attori, eh? O, per meglio dire, tramutati in ridanciane marionette, ecco.

Corsi di (de)formazione turistica

Vagando sul web mi è caduto l’occhio sulla locandina sopra pubblicata (vi ho coperto i riferimenti diretti agli organizzatori per evitare sterili polemiche, in ogni caso non si tratta certo di un caso isolato), e ne sono rimasto parecchio sconcertato. È dello scorso anno, mica del 1982, eppure, nonostante tutto quanto si sta disquisendo da tempo intorno alla necessità ormai ineludibile di cambiare i paradigmi sui quali si basa il turismo di oggi, alla sua sostenibilità ambientale e territoriale, alla qualità delle proposte rispetto alla quantità, all’overtourism eccetera, ancora si tengono “corsi” nei quali viene insegnato a come asservire un territorio e la sua comunità agli indiscutibili desideri del turista e alla sua soddisfazione? Non vi sono cenni, a quanto pare – altrimenti lo avrebbero scritto tra i contenuti, mi viene da pensare – a un’analisi dei desideri e della soddisfazione dei residenti, a come generare un equilibrio tra esigenze degli abitanti e dei turisti, a come rendere la risorsa economica turistica un valore aggiunto per il benessere autentico del territorio e non viceversa. O, quanto meno, a come consapevolizzare i turisti rispetto al territorio così da elaborare desideri consoni ad esso, sostenibili e realmente in grado di apportare soddisfazione per chiunque: turisti, residenti, soggetti economici e culturali… Niente di tutto ciò, all’apparenza: come fossero, quelli che hanno organizzato il corso, fermi agli anni Ottanta del secolo scorso, appunto, quando si sono generate certe fenomenologie la cui dannosità oggi è ormai acclarata.

La domanda da porsi non è «Cosa vuole il turista oggi?» ma «Di quale turista ha bisogno il territorio oggi?» ovvero quale turismo possa essere in tutto e per tutto consono e equilibrato per il luogo e per il bene della sua comunità, e come svilupparlo al meglio e con la partecipazione attiva della stessa comunità residente, non più mera spettatrice ma protagonista attiva di quello sviluppo. Un bene comune che poi diventa un forte e attrattivo valore aggiunto proprio per la qualità dell’offerta turistica e per la soddisfazione autentica – perché reciproca con il luogo e dunque compiuta – del turista.

In questi termini sì quel corso sarebbe stato di autentica “formazione”: spero che sia andata veramente così e che invece non si sia rivelato un corso di deformazione turistica, ecco.