Un soffio d’inverno sta attraversando la catena alpina. E menomale verrebbe da dire!
Eppure c’è già chi ha incominciato ad affermare – aggrappandosi a singoli eventi meteorologici – che questi episodi sono la dimostrazione che il clima non sta cambiando. Niente di più scorretto.
È giusto godere della neve di questi giorni. Allo stesso tempo, è anche necessario imparare a leggere i singoli episodi come parte di un quadro climatico più ampio. Solo così, forse, sarà possibile sviluppare politiche e comportamenti più attenti alle caratteristiche ambientali del presente.
La (o il) meteo non è il clima, già. «Repetita iuvant» tocca esclamare!
O forse riguardo certe persone incapaci di guardare oltre la punta del proprio naso è meglio dire «non ti curar di loro ma guarda e passa»?
Che poi in tal caso la lingua veneta offre una versione ancora più chiara: «Inutie spiegare le robe ai mussi, te perdi tempo e te infastidissi la bestia». I mussi sono gli asini, ma non quelli con quattro zampe.
In ogni caso evviva la neve abbondante, che non fa felici solo gli sciatori!
Pioviggina, nubi grigie coprono le montagne, veli di foschia vagano nel fondovalle… le condizioni ideali per una bella passeggiata, che io e il segretario personale (a forma di cane) Loki questa volta dedichiamo al piccolo mondo antico di Valgreghentino, in provincia di Lecco, comune adagiato sul boscoso versante abduano del Monte di Brianza nel punto dal quale si può godere la più bella visione del Resegone dal lato della Val San Martino.
Ma attenzione: uso quella definizione “fogazzariana” non per sostenere che Valgreghentino sia un luogo fuori dal tempo, dunque con accezione negativa. Voglio invece rimarcare come Carghentin (il toponimo locale, sì) se ne stia tranquillo nella sua bella valletta boscosa al di fuori di quel tempo che connota la nostra contemporaneità e corre fin troppo veloce, se non proprio frenetico, lungo la trafficata strada provinciale 72 che da Lecco costeggia l’Adda e scende verso la Brianza meratese tra innumerevoli capannoni industriali – altro segno del tempo corrente e della poca armonia di tali insediamenti, pur essenziali, con il territorio circostante. Valgreghentino invece da questo tempo iper contemporaneo se ne sta un passo indietro, e un poco più in alto, separato e protetto dal rumore laggiù al piano dalla collina morenica della Rocchetta oltre che dai fitti boschi che coprono il Monte di Brianza appena oltre le case del paese, regalando un “piccolo mondo” di pace e tranquillità che appare ben più in armonia con il proprio territorio di tanti altri luoghi, pur stando a pochi chilometri dalla caotica Lecco e nel bel mezzo della Lombardia più antropizzata.
L’elemento “antico”, poi, è dato al “piccolo mondo” di Valgreghentino dalla sua storia – qui transitava la romana Via Spluga, che metteva in comunicazione Milano con Lindau transitando dall’omonimo passo – e soprattutto dalla sua urbanistica di matrice rurale, che intorno al centro comunale vero e proprio annovera numerosi piccoli nuclei sparsi spesso in forma di corti, di origine seicentesca e foggia architettonica tradizionale lombarda (quindi di planimetria quadrata, suddivisione interna funzionale al lavoro nei campi con fienili, stalle, alloggi per i “padroni” e i contadini, un unico grande portone d’ingresso, spesso al centro del cortile interno una grande pianta a sua volta tipica del territorio – gelso, caco, tiglio, ciliegio et similia) e dotate non di rado di dettagli di notevole pregio – colonnati, porticati, fregi, ornamenti esterni, eccetera – nonché ciascuna dotata d’un nome assolutamente referenziale nella geografia antropica locale, sovente poi divenuto toponimo identificativo del luogo.
Lasciata l’auto presso Ganza, uno dei nuclei più interessanti in forza della sua origine signorile (certificata dalla presenza, nell’annessa chiesina di San Giuseppe, di una pregevole pala di Andrea Lanzani, datata 1680 dunque coeva al nucleo), io e il segretario Loki percorriamo sotto una pioggia costante ma non fastidiosa – se ben equipaggiati – la sponda destra della valle del Greghentino fino alla zona occupata da alcuni capannoni industriali, l’unica in prossimità del centro comunale contagiata dal “mondo moderno” il quale produce e rumoreggia più cospicuamente laggiù lungo l’Adda, come detto. Questa zona in buona sostanza è l’”altopiano” che divide il bacino del torrente Greghentino, il quale scorre verso nord, da quello di Val Tolsera che invece scende a sud (verso Airuno, i cui abitanti lo chiamano orgogliosamente “fiume”); da questo bordo meridionale saliamo per stradine e un breve tratto di sentiero verso il Santuario della Rocchetta, il cui complesso occupa la sommità della lunga collina morenica che divide Valgreghentino dall’ampio corridoio orografico nel quale scorre l’Adda. La Rocchetta è uno dei luoghi più rinomati e frequentati dai fotografi lombardi, per il panorama che offre del bacino abduano lì dove si distende nel grande piano della Palude di Brivio con a levante la scenografica quinta prealpina che dal Resegone corre lungo la dorsale dell’Albenza verso il Monte Linzone e i colli di Bergamo, e più dietro, a nord, il Coltignone, le Grigne, i monti della Valsassina e quelli sovrastanti il Lago di Como.
Da quassù sono state scattate fotografie che hanno vinto concorsi internazionali, dunque immagino che nonostante la pioggia, anzi, proprio per questo tempo uggioso che fa vagare sulla valle pittoreschi drappi di foschia e nuvolaglie in continuo sfilacciamento creando di continuo visuali panoramiche estremamente suggestive, ci sia su qualcuno con le proprie apparecchiature fotografiche che ne approfitta, oltre a qualche visitatore in passeggiata come noi… Invece no, non c’è anima viva. Incredibile! Non sanno cosa si perdono, quelli che troppo viziati dagli agi della vita odierna rifuggono un po’ di pioggia e di umidità! O forse siamo noi che non avevamo di meglio da fare, oggi, che venire quassù a imbrumarci e infangarci? Be’, in ogni caso, per quanto ci riguarda meglio così. Il luogo s’ammanta, oltre che di foschie erranti, di un’atmosfera fascinosa e surreale, di inopinata quiete, di sospensione solo appena disturbata da rumore del traffico in transito sulla provinciale centocinquanta metri più in basso, proprio ai piedi della scogliera sulla quale si regge il Santuario che è il segno antropico ultimo d’una serie di altri precedenti, con scopi militari, a loro volta di primigenia origine romana – un castrum datato fra il V e il IX secolo d.C. che lassù assiso poteva facilmente controllare tutta la Val San Martino e qualsiasi transito che dalla bergamasca passasse verso Lecco e la Valtellina, rimanendo altrettanto facilmente immune da eventuali arrembaggi ostili.
È un’atmosfera quasi gotica, con la pioggia, le nubi basse, la nebbiolina che vaga sopra l’Adda e s’infila nei boschi a monte del paese, la chiesa col suo portico silenti, la “scala santa”, le cappelle votive che paiono lapidi, le statue esangui e grigie come il cielo, gli alberi nella loro scheletrica veste invernale e, appunto, nessuna presenza umana. Le uniche note di colore sono quelle delle case che formano i vari nuclei di Valgreghentino, laggiù oltre il piano, e il verde dei prati, ravvivato e lucidato dalla pioggia, che di contro rende più cupa l’ombrosità silvestre d’intorno.
Torniamo verso valle, io e Loki, e tagliando per quei prati madidi e odorosi di buona terra puntiamo su Miglianico, altro affascinante nucleo rurale poco a monte del centro di Valgreghentino, dalle cui vie s’intravedono edifici rurali apparentemente disabitati (in effetti su alcuni non manca il cartello «VENDESI») dalla foggia possente e affascinante. Farebbero la gioia di un architetto bravo e competente: preservandone la struttura originaria ne potrebbe ricavare delle dimore spettacolari (ho scritto “competente” perché non di rado i tecnici che mettono mano su tali edifici di pregio combinano dei gran disastri, inevitabilmente deprecabili). Dopo che il segretario Loki si è dilettato in una delle attività da lui preferite e da me irrefrenabili, le abluzioni torrentizie (nel Val Tolsera, in questa circostanza, le cui acque ribollenti delimitano Miglianico a meridione), proseguiamo lungo la strada asfaltata puntando verso il centro comunale e continuando a godere della quiete e della tranquillità che domina il paesaggio, quindi gironzoliamo per le anguste viuzze che caratterizzano il paese sulle quali si affacciano altre belle corti: nota di merito al comune, o a chi per esso, che per ciascuna ha installato dei piccoli pannelli che ne illustrano rapidamente storia e peculiarità, così rimarcandone il valore per il paese e la comunità che lo vive e anima.
Infine puntiamo di nuovo su Ganza, ove ho lasciato l’auto. Per tutto il tempo la pioggia non ha cessato di cadere, d’altro canto mai diventando troppo fastidiosa. Alla fine diventa essa stessa parte del paesaggio e del suo godimento, il rumore leggero delle gocce cadenti sul terreno si intona con il sottofondo generale – d’altronde Valgreghentino è anche luogo d’acque, diffusamente elargite dal Monte di Brianza – ravvivando le percezioni sensoriali e al contempo facendo di questi momenti qualcosa di più intimo, più genuino – vuoi anche per la solitudine che ci ha scortato per quasi tutto il cammino. Meglio soli che male accompagnati, come recita il noto detto? Non saprei, viceversa so per certo ormai che a volte non è meglio il Sole di questi tempi uggiosi, per molti tristi, noiosi, che invece sanno regalare inusitate suggestioni a chi decida di farne, invece che un motivo di fastidio, una fonte di complessità, di trasformazione delle cose più ovvie e ordinarie in altre che l’imprevedibilità rende fascinose e, alla fine, più memorabili. Così il “piccolo mondo antico” di Valgreghentino diventa un luogo a suo modo grande per quanto appaia ricco di proprie peculiarità, importanti oppure minime ma comunque referenziali, di un’anima singolare e viva, a suo modo speciale, nonché un posto niente affatto fuori dal tempo, anzi: forse è proprio qui che il tempo scorre nel modo più naturale e benefico e tale lo si può percepire, non altrove dove la sua corsa genera fretta, affanno e nervosismo. Basta risintonizzarsi su quel ritmo più genuino e vitale e Valgreghentino aprirà la sua anima così particolare, così peculiare al visitatore, ne sono certo.
N.B.: ad eccezione di quella in testa al post le foto le ho fatte io, che non sono un fotografo, con uno smartphone che non è certo all’ultimo grido, dunque non sono nulla di che. Non ne abbiate a male.
N.B.#2: la Pro Loco di Valgreghentino presenta sul proprio sito un percorso di visita storico-culturale del paese e delle sue frazioni, che trovate qui.
[Code di mezzi pesanti sull’Autostrada A22 del Brennero. Immagine tratta da www.ilnordestquotidiano.it.]Alla lettura del recente documento riservato di Autostrade per l’Italia (ASPI) – riportato da “Il Sole 24 Ore” e poi da “Il Post”, secondo il quale nel 2023 c’è stato il record assoluto di mezzi pesanti che hanno circolato sulle autostrade italiane, probabilmente qualcuno se ne rallegrerà, penserà che è una bella notizia, che è il segno dell’operosità dell’industria italiana – come più d’una volta m’è capitato personalmente di sentire: più mezzi pesanti circolanti, più merce prodotta, più lavoro. Evviva!
Io invece trovo che sia la prova provata del fallimento del sistema infrastrutturale italiano, che da decenni trascura la logistica intermodale e ferroviaria, sviluppata invece da tutti i paesi confinanti, per rendere sempre più dominante il trasporto delle merci su gomma, costruendo nuove strade e evitando accuratamente di fissare limitazioni alla circolazione – come di nuovo fatto dai paesi vicini. Risultato inevitabile: più strade, più mezzi pesanti, più traffico, più inquinamento, più disagi per i territori che ospitano le arterie maggiormente utilizzate dal trasporto merci e, di contro, linee ferroviarie pessime, al netto dell’alta velocità che fa tanto immagine. Chiedete ai pendolari, vi sapranno dire bene al riguardo.
Peraltro, che la realizzazione di più strade non serva a diminuire e diluire il traffico ma invece lo aumenti – come postula il noto paradosso di Braess – è dimostrato dai dati del transito sull’autostrada Bologna-Firenze, che dal 2015 è stata raddoppiata con la cosiddetta “variante di valico”: nel 2023 il traffico dei tir è aumentato del 17,1 per cento rispetto al 2007.
È una situazione che si ripercuote per molta parte sulle regioni alpine, in tal senso più delicate dal punto di vista ambientale, dato che i valichi che attraversano le Alpi risultano fondamentali per le esportazioni italiane (come spiega di nuovo “Il Post” qui e come ho scritto più volte io, anche di recente su “L’AltraMontagna”): lo palesa il dato dell’autostrada che più di ogni altra ha visto aumentare il traffico di mezzi pesanti, la Venezia-Belluno, con il 36,7 per cento di mezzi pesanti in più rispetto al 2007. Ciò in quanto da tale arteria passano i TIR che vogliono evitare le limitazioni di transito verso l’Austria vigenti sull’autostrada del Brennero, i quali così intasano, inquinano e degradano una zona alpina di gran pregio come quella delle Dolomiti bellunesi e dei territori circostanti. Tuttavia anche qui, nonostante la matematica del paradosso di Braess non sia un’opinione, la politica locale pensa solo a costruire nuove strade invece di gestire meglio e regolamentare il traffico in transito a beneficio innanzi tutto degli abitanti dei territori interessati. Ma forse, temo, ciò equivale a chiedere a un astemio di stilare una classifica dei migliori vini sul mercato, ecco.
D’altro canto, è proprio grazie al disinteresse e all’incompetenza di lungo corso della politica italiana se il paese si ritrova in questa situazione che solo uno stolto potrebbe pensare come “positiva” per l’industria nazionale, non capendo che invece per la produzione industriale rappresenta un grande handicap e al contempo genera un disagio notevole – e per certi aspetti pericoloso – per i cittadini.
Dunque? Andiamo avanti così come nulla fosse? O magari finalmente pensiamo a spostare una buona parte delle merci sulla rotaia, recuperando almeno un po’ sull’arretratezza che ci contraddistingue rispetto ai paesi confinanti, liberando le strade dai mezzi pesanti e i polmoni dallo smog?
Vi ricordo l’appuntamento di questa sera, alle ore 20.45 presso il Cinema Teatro Jolly di Olginate (Lecco), presso il quale sarò ospite di “NPC Magazine” per parlare di montagne, ambiente, turismi e turistificazioni in occasione della proiezione, nell’ambito del cineforum in corso, del film Il male non esiste, del regista giapponese Ryûsuke Hamaguchi, Leone d’Argento all’80a Mostra del Cinema di Venezia.
Vi aspetto: sarà una buona occasione per vedere un gran bel film e chiacchierare insieme di montagne e natura!
Ma… le tante concitate, impetuose, veementi “rivolte dei trattori” degli scorsi giorni?
Già sparite dai riflettori dei media e dall’attenzione pubblica.
Come volevasi dimostrare, d’altro canto. Cioè come quando una presunta “rivolta” in realtà non rivolta un bel niente, anzi: rimette le cose ancora più in “regola” di prima. Peccato, perché di cose da cambiare ce ne sarebbero, in agricoltura… se solo vi fosse un reale interesse nel “rivoltarle”, ecco.
Rispetto a ciò che ne ho scritto io qualche giorno fa, sui trattori in protesta “osservate” dalle montagne, trovo molto significative le osservazioni pubblicate qualche giorno fa sulla propria pagina Facebook dall’amica Marzia Verona, che di mestiere (oltre a scrivere libri) fa la pastora sulle montagne della Valle d’Aosta. Opinioni parecchio allineate con le mie:
Continuo a seguire, con varie perplessità, dubbi e sconcerto, gli sviluppi della protesta degli agricoltori. Ma la mia domanda principale in questo momento è una. CHI è l’agricoltore? Chi coltiva la terra, chi alleva, chi…? Perché chi sforna 50, 100 panettoni è un artigiano pasticcere, chi ne sforna un milione è un industriale. Chi fa dieci tavoli è un artigiano falegname, chi ne fa 100.000 è un industriale. Sono comuni gli interessi e le necessità di chi alleva 50 vacche in una stalla in montagna, andando in alpeggio, e di chi ha 1000 o più vacche da latte in una stalla in pianura? Hanno le stesse esigenze un pastore vagante e chi, in pianura, coltiva centinaia di ettari di terreni? E chi è in collina con una piccola azienda di ortofrutta è sullo stesso piano di chi gestisce vasti frutteti o colture orticole “sconfinate”? Non sarà che, alla fine della “protesta”, chi già beneficia maggiormente di vari aiuti, sarà quello che porterà a casa risultati “migliori”, mentre i piccoli, piccolini e piccolissimi non vedranno alcun cambiamento?
[Le capre di Marzia Verona al pascolo sopra Nus, in Valle d’Aosta.]
Gli agricoltori che hanno deciso di scendere in strada coi trattori appartengono al circuito agricolo industriale. Si tratta di quelle produzioni intensive, orientate allo sfruttamento dei terreni in modo da massimizzare le produzioni, quella che oggi chiamiamo “agricoltura convenzionale”. Per oltre 50 anni le politiche agricole nazionali ed europee hanno incoraggiato questa modalità di coltivazione e allevamento […] Questi agricoltori protestano perché le nuove norme scombineranno via via le regole del gioco a cui sono abituati e non sono pronti. Poi ci sono quelli che in silenzio sono rimasti a guardare, non condividendo del tutto le ragioni della protesta. Sono l’agricoltura di quelle micro-imprese rispettose dell’ambiente e degli animali, che non sono interessate dalla transizione ecologica perché il loro approccio è già dentro quei cardini. Alle micro-imprese agricole di filiera corta sembrano interessare maggiormente incentivi alle produzioni sostenibili, l’attenzione alla concorrenza sleale derivata dalle importazioni da paesi con regole diverse e soprattutto la riduzione del carico burocratico.
Insomma, l’ennesima rivolta all’italiana, una minestra riscaldata fatta in parte da pietanze (istanze) giuste e in altra parte da pietanze indigeste se non nocive, da “rugare” in pubblico fino a che qualcuno pensa di poterne mangiare per poi essere buttata via senza che nessuno, veramente, vi sia potuto nutrire. Anche perché, probabilmente, non era affatto buona come volevano farci credere.
Meglio restare alle zuppe di montagna. Rustiche quanto si vuole ma genuine, sempre buone e, a ben vedere, ben più nutrienti.