La legge degli uomini, Satana, Dio

[Satana] «Vorrei chiedere un unico favore» egli disse.
[Dio] «Dì pure.»
«Mi risulta che sta per essere creato l’uomo. Avrà bisogno di leggi.»
«Miserabile! Tu, destinato ad essere il suo avversario, tu, che dall’alba dell’eternità sei stato riempito d’odio per l’anima sua, tu chiedi il diritto di fargli le leggi?»
«Chiedo perdono; ciò che domando è che gli sia permesso di farsele da solo.»
E così fu ordinato.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, a cura di Giancarlo Buzzi, Baldini Castoldi Dalai, 2005. pag.159.)

Abbandonare il paesaggio

[Cortina d’Ampezzo, luglio 2020: lavori per i Mondiali di sci 2021 e le Olimpiadi 2026. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com, in origine pubblicata qui.]

Si abbandona un paesaggio non tanto lasciandolo, ma lasciando che predomino interessi speculativi e sfruttamento indiscriminato, cioè per effetto di sciatteria intellettuale e scarsa lungimiranza, per la concentrazione dello sguardo su meri bisogni contingenti.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

Maschere senz’anima

C’è un’altra faccia che mi suscita una strana impressione, per metà paura e per metà una specie di macabra fascinazione. Penso che si trattasse della moglie del capo di un campo di concentramento ad Auschwitz che aveva avuto un certo potere e approfittato di una terribile e perversa libertà: si era fatta costruire uno sgabello con ossa umane e un paralume di pelle umana con punti neri e marroni. Di questa donna si potevano vedere due fotografie: nella prima un viso indurito, divenuto una maschera senz’anima, di una bruttezza inumana. Accanto una fotografia di quando era giovane, all’epoca dei suoi diciotto anni: un bel visetto dolce e buono, con un sorriso un po’ malizioso, soave come un giorno di primavera.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pagg.309-310. Cliccate sull’immagine qui sotto per leggerne la mia “recensione”.)

Ripensando a questo passaggio del libro di Peer, inevitabilmente mi tornano alla mente certi visi, certe espressioni, certe maschere che in questi giorni si vedono di frequente, sui media.

Sarà solo una mia suggestione, non lo metto in dubbio. Ma è inevitabile, appunto. Pensando ad altri momenti della storia recente me ne verrebbero in mente altre – la scelta purtroppo è assai varia e assortita, da qualsiasi parte la si contempli – tuttavia ora sono queste, a cui penso. Già.

Lo sci energivoro

Analizzando i dati di bilancio pubblicati da quattro principali comprensori della Valle d’Aosta (Pila, Monterosa, Cervino e Courmayeur), è stato calcolato in un range da 9 a 19 kilowatt/ore pro-capite il consumo energetico a giornata di ciascuno sciatore. Un calcolo che esclude comunque viaggio, albergo e altri consumi, ma che si limita a spalmare sul numero medio di biglietti paganti il consumo di energia per gli impianti e l’innevamento artificiale. E se venisse aggiunto almeno anche il gasolio degli spazzaneve fa lo stesso: basta questo calcolo approssimativo, che indica nel valore energivoro di circa dodici cicli di routine di una lavatrice il consumo medio di ogni singolo sciatore, a rendere bene l’idea del problema.

Questo è l’incipit dell’articolo di Paolo Martani Lo sci alpino è un settore troppo energivoro: a breve ‘pagheremo caro, pagheremo tutto’, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 febbraio scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nella sua interezza. È un altro contributo interessante e concreto sulla realtà del turismo sciistico contemporaneo, tanto più in questo periodo di prezzi record dell’energia: una realtà che, purtroppo, sembra diventare ogni giorno di più surreale, ecco.

La banalizzazione del paesaggio

[La Val di Non con il Lago di Santa Giustina. Foto di GianoM, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Oggi nella mia Val di Non e in Trentino molto è cambiato; molti paesaggi sono diventati uniformi,  indifferenziati. Laddove l’insidia non è rappresentata dagli interessi economici il paesaggio rurale e montano è minacciato dalla banalizzazione di un approccio utilitario e consumistico al territorio, per cui diventa oggetto di sfruttamento o di attrazione turistica e la sua bellezza anziché costituire un’esperienza estetica ed insieme etica, anziché produrre quel piacere misto a inquieto stupore che è all’origine di ogni rigenerazione profonda, è il teatro di emozioni fugaci e passeggere. Allo stesso modo la storia culturale di una comunità rischia così di essere confusa col folklore, privata del suo spessore.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]