Risolvere l’overtourism con la destagionalizzazione e la delocalizzazione? Sicuri?

[La spiaggia Caló des Moro, a Maiorca: un tempo era poco conosciuta, poi sono arrivati gli “influencer” e ora soffre di sovraffollamento. Immagine tratta da “Il Post“.]
Di frequente, in tema di overtourism e overcrowding – l’iperturismo e il sovraffollamento periodico – oltre ai presunti disincentivi come tasse di soggiorno, prenotazioni obbligatorie, ticket d’ingresso eccetera (scrivo “presunti” perché, nel modo in cui vengono applicati, sono a mio parere utili soprattutto a far cassa e a poco altro) si invocano spesso la destagionalizzazione dei flussi turistici e la loro delocalizzazione, il che in pratica significa mandare i turisti in luoghi suggestivi ma ancora poco frequentati per alleggerire il carico in quelli più rinomati e troppo frequentati.

Nel principio sembrerebbero due azioni valide da attuare; le si invoca spesso anche per i territori montani, nei quali iperturismo e sovraffollamento possono generare disagi e danni più che altrove.

Bene: in Spagna, paese che prima di altri ha cominciato a riflettere sugli eccessi del turismo di massa, non di rado protestandovi contro, hanno messo in pratica le due azioni suddette attraverso un sistema assai in voga oggi: chiedendo a influencers e content creators del web di postare immagini di luoghi poco frequentati, così da invogliare chi non li conosca ad andare lì al posto che nelle solite mete iperturistiche – si veda qui al riguardo e l’immagine lì sopra. Un sistema al quale ad esempio hanno pensato anche in Svizzera, paese che proprio dai suoi paesaggi montani elabora la massima attrattiva turistica.

Risultato: ora pure in quei luoghi poco frequentati ci sono troppi turisti, con problemi anche più gravi di quelli che devono affrontare i luoghi più rinomati i quali, per ciò, sono comunque più attrezzati a gestire grandi masse turistiche mentre i primi, per il motivo opposto, non lo sono affatto.

Era ed è inevitabile che ciò accadesse: come sostengo da tempo, in mancanza di una vera e ben elaborata gestione dei flussi turistici contestuale ai territori che ne sono oggetto, l’unico effetto che la destagionalizzazione e la delocalizzazione ottengono è la riproposizione e la diffusione dello stesso modello iperturistico nel tempo e nello spazio, dunque degli stessi disagi e danni per i territori e le comunità residenti su una più vasta scala spaziale e temporale.

Dalla padella alla brace se non direttamente tra le fiamme, in pratica!

D’altro canto, temo (a pensare male si fa peccato ma si indovina!) che questa spalmatura dei flussi turistici sia proprio quello a cui molti amministratori locali puntano, al fine di aumentare il business turistico senza metterne in discussione i modelli e le evidenti numerose storture che li caratterizzano, a totale discapito dei territori e di chi li abita. Dopo che per anni hanno agognato e poi alimentato i massimi numeri di presenze turistiche, tanti amministratori, albergatori e ristoratori, responsabili del turismo e associazioni di categoria oggi se ne lamentano e invocano soluzioni come quelle citate ma, sotto sotto, non vogliono affatto rinunciare al business e pensano solo a accrescerne la portata trascurandone completamente le conseguenze sui luoghi e sulle comunità Le quali anzi «non hanno nulla di che lamentarsi», visto che più ci sono turisti più possono fare affari – come non di rado mi capita di sentire.

Ecco: sono queste le sensazioni assai vivide che mi sorgono al riguardo.

Per tali motivi, quando leggo o sento dichiarazioni sulla necessità di destagionalizzare e delocalizzare i flussi turistici ma non colgo analoghe volontà di attivare una gestione progettualmente strutturata, storco il naso e penso male. Ad esempio: quante di quelle località, e dei rispettivi responsabili (pubblici e privati) del turismo, dai quali giungono le suddette invocazioni “contro” la massificazione turistica, hanno pensato di elaborare per i propri territori le relative capacità di carico – una delle prime cose che ci sarebbe da fare, in una meta turistica – e di applicarne concretamente le risultanze nella gestione concreta dei flussi?

Credo che per la risposta, e per contare tali località, le dita di una sola mano siano fin troppe.

Dunque, di che stiamo realmente parlando quando ci riempiano la bocca con quei termini, destagionalizzare, delocalizzare così come con valorizzare, sviluppare…? Del nulla, temo. Sono tante belle parole il cui possibile buon senso viene troppo spesso gettato alle ortiche per interpretarle in modi del tutto distorti e funzionali a fare affari sulle spalle dei nostri territori, della loro bellezza, e della qualità di vita di chi li abita.

Ma anche qui, come in altre circostanze, a tirar troppo la corda il rischio pressoché inevitabile è che prima o poi si spezzi. E poi hai voglia a riportarla integra – sempre che si possa farlo!

Contro le previsioni del tempo “mainstream” (Repetita iuvant!)

Riprendo e continuo la mia donchisciottesca “battaglia contro i mulini a vento” della meteorologia mainstream (uso questa definizione per differenziarla dagli istituti meteorologici seri e meno inclini al clickbait).

Ecco tre cose da mettere in atto, a mio parere, al fine di poter ritenere ancora credibili tali servizi meteo mainstream:

  1. Le previsioni del tempo tornino a essere tali ovvero una previsione, cioè una supposizione, un’ipotesi, una possibilità per nulla certa, salvo rari casi, che le condizioni meteo siano di un certo tipo e non di un altro, e ciò sia chiaramente evidenziato. Che non siano più un mero pontificare meteorologico come spesso appaiono e certi servizi meteo pretendono che siano.
  2. Posto il punto 1, che le “previsioni del tempo” siano diffuse con l’uso di forme verbali al condizionale. «Domani potrebbe piovere», non «domani pioverà». Primo, perché l’imprecisione e l’inaffidabilità di molti bollettini meteo rende quei verbi indicativi al presente o al futuro incongrui; secondo perché il condizionale, oltre a essere più coerente, educa le persone a non affidarsi ciecamente alle previsioni e al contempo va pure a vantaggio (o a tutela) degli stessi servizi meteo.
  3. Sia decisamente disincentivata la diffusione delle previsioni del tempo che vadano oltre le 48 ore: sono illogiche e inaffidabili oltre che antiscientifiche. Ancor peggio quella delle tendenze («Come sarà la prossima estate?»), vera e propria invenzione da rotocalco di costume del tutto infondata che infatti spesso diventa autentica panzana. Un servizio meteo che si dice serio e vuol mostrarsi affidabile si dovrebbe rifiutare di diffonderle.

[Una cosa parecchio frequente: le previsioni del tempo in TV annunciate da bellissime ragazze in abiti sexy. Un po’ come rimarcare che, siccome le previsioni saranno facilmente errate, almeno il fatto che sia una bella ragazza a proferirle rende il tutto meno innervosente – alla faccia delle convenzioni di genere, già!]
Una cosa da attuare da parte di noi tutti, infine: al netto della scelta personale di non seguire più certe previsioni del tempo (che qui non posso sostenere ma solo perché non sta bene farlo), dovremmo recuperare quelle conoscenze tanto spicciole quanto profonde in grado di farci interpretare i segni e del cielo della Natura riguardanti l’evoluzione meteorologica. Spesso più dei (presunti) supercomputer dei servizi meteo, le previsioni le azzeccano certi vecchi adagi popolari, tanto vernacolari quanto basati sull’esperienza di secoli e la conoscenza dei luoghi e delle loro caratteristiche geografiche e naturali, dunque localmente più validi. D’altro canto, le informazioni al riguardo ci possono venire da innumerevoli elementi dell’ambiente naturale d’intorno, dalle nubi in cielo, dagli animali, dai venti, da certi fiori… semplicissime nozioni da libro delle elementari ma sovente parecchio attendibili: per leggerle e comprenderle bastano un minimo di conoscenza e un altro minimo di sensibilità e di curiosità verso la Natura. Niente di più.

Infine, se per una volta vi prendete una bella lavata per colpa d’un acquazzone imprevisto, be’, che sarà mai? Quante volte l’avrete presa nonostante i bollettini meteo letti sui social o visto in TV non lo prevedevano? E dunque, che cambia? Per giunta, se il fenomeno non è troppo intenso (ma questo è un altro discorso, ovviamente), il mondo naturale è bellissimo e affascinante anche sotto la pioggia o comunque in condizioni di “brutto tempo”, come ho ribadito tante volte. Basta coltivare un po’ di giocosa sensibilità in più e un tot di greve lamentosità in meno mantenendo sempre attivo il buon senso. E, nel caso, vedrete che della continua e a volte compulsiva visione dei bollettini meteo ne sentirete molto meno il bisogno. Ecco.

P.S.: se cliccate qui trovate un tot degli articoli da me scritti in passato a proposito di “previsioni (sbagliate) del tempo”.

REMINDER! Questa sera a Oltre il Colle si parla di montagne, di futuro, di turismo e di comunità… insomma, di noi tutti!

Questa sera alle ore 21 sarò a Oltre il Colle, sulle Prealpi bergamasche, per partecipare alla presentazione del libro di Alex Giuzio “Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero” (Altreconomia, 2025): con Giuzio, e con Consuelo Bonaldi, del CAI Valserina, dialogheremo e rifletteremo sulle fenomenologie che caratterizzano il turismo contemporaneo, sulle conseguenze della loro mancata gestione e di quali soluzioni concrete e approcci alternativi poter attuare per promuovere un turismo più equilibrato e rispettoso dei luoghi montani oltre che più consono e vantaggioso per le comunità residenti.

Sarà senza alcun dubbio un incontro molto interessante e, credo, illuminante per chiunque ci sarà: residenti, villeggianti, amministratori, frequentatori delle montagne. Dunque, se potete e volete, non mancate!

Per saperne di più, cliccate qui.

Il monito di Blatten

[Immagine tratta da www.rsi.ch.]
L’immagine qui sopra, da sola, credo renda bene l’idea di quanto accaduto a Blatten tre giorni fa e del contesto geografico generale.

La montagna sovrastante la zona con la sua bellissima piramide è il Bietschorn, un “quasi-quattromila” (è alto 3934 metri) conosciuto come “il Re del Vallese”; appena davanti c’è – o c’era, visto come si è ridotto ora – il Kleines Nesthorn, 3342 metri, in realtà non una vetta vera e propria ma uno sperone della cresta che si dirama dalla cresta nord del Bietschorn.

Come spiega bene l’amico Alessandro Ghezzer, e come mostra in modo spaventosamente eloquente il video soprastante, si capisce che il disastro non è stato innescato dal collasso del ghiacciaio – il quale era comunque in movimento verso valle, costantemente appesantito da più esigue frane precedenti – ma dal crollo di una grossa parte del versante nord del Kleines Nesthorn. Un versante roccioso che era instabile e sotto osservazione da tempo che, a causa del cambiamento climatico, stava perdendo la copertura dei ghiacci il che ne ha favorito la decompressione e la conseguente instabilità, generata anche da fenomeni di erosione, infiltrazioni d’acqua, fusione del permafrost.

Fortunatamente nelle scorse ore la Lonza, il torrente che percorre la valle di Blatten, s’è fatta strada sul corpo della frana e ormai scorre su tutta la lunghezza del cono detritico che tre giorni fa ha seppellito il villaggio, al momento scongiurando il rischio di un’altra colata detritica da lì verso valle, dove a poca distanza si trova la diga di Ferden.

[Il Bietschorn visto dalle alture sopra Blatten sul versante opposto della Lötschental. Evidenziato dal circolo rosso è il Kleines Nesthorn con la parte alta del versante nord che è collassata sul sottostante ghiacciaio Birch. Foto di Christoph Strässler CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ribadisco: quella di Blatten è un vibrante monito e un’ennesima lezione riguardante la presenza antropica sulle montagne nella realtà in divenire e la nostra relazione con le terre alte. Territori che hanno un bisogno crescente di cure, attenzioni, sensibilità e conseguenti gestioni, pianificazioni, buone pratiche che possano e sappiano rendere la presenza umana sempre più in armonia con il paesaggio e in grado di viverci al meglio senza più compromissioni reciproche. Le montagne non possono e non devono più subire certi assalti infrastrutturali, cementizi, speculativi che trascurano le peculiarità dei luoghi per mirare soltanto ad affarismi e tornaconti: le risorse vanno investite nella cura delle montagne e a favore della quotidianità di chi le vive alimentando la relazione culturale con esse e così, senza dubbio, anche la salvaguardia reciproca che vi sta alla base.

Come ho scritto qualche giorno fa, ciò che è accaduto a Blatten accadrà inevitabilmente altrove, nelle Alpi: non possiamo farci nulla (se non evacuare i luoghi a rischio), temo, ma di contro possiamo da subito fare moltissimo per migliorare e sviluppare nel modo più sensato e virtuoso possibile la nostra presenza sulle montagne. Questa, a mio parere, è una delle “buone” lezioni che si possono ricavare dal tremendo disastro di Blatten. Sta a noi abitanti delle Alpi e delle montagne in genere metterla in pratica. Ne saremo capaci?

Una delle montagne più celebri delle Alpi è pure una delle più basse… ma contribuì a “inventare” il panorama

(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” il 23 maggio 2025.)

[Il Monte San Salvatore visto dal lungolago di Lugano. Foto di Walter Kärcher da Pixabay]
Una delle montagne più famose delle Alpi, e della Svizzera in particolar modo, è anche una… delle più basse! È il Monte San Salvatore, in Canton Ticino, alto solo 912 metri ma la cui vicinanza con la città di Lugano, fin dai tempi del Grand Tour meta di viaggiatori e turisti ante litteram, nonché l’imponenza nel paesaggio luganese e del Ceresio, l’ha reso celeberrimo. Soprannominato il “Pan di Zucchero” di Lugano, stante la sua somiglianza con la nota montagna di Rio de Janeiro, e sempre più visitato dai turisti che giungono in Ticino (nel 2024 con la funicolare sono saliti sul monte 255mila persone e nel 2022 ha viaggiato il 19milionesimo passeggero della sua storia, senza contare chi vi giunga a piedi lungo uno dei tanti sentieri) il San Salvatore oggi è compreso nell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionale della Svizzera anche in forza del suo peculiare paesaggio culturale: «Malgrado la chiara vocazione turistica e la città che avanza ai suoi piedi, il Monte San Salvatore conserva un carattere prevalentemente naturale e i pochi elementi culturali risultano isolati e spesso celati dal fitto manto boschivo», come segnala la giustificazione del titolo di “Sito di importanza nazionale”.

Proprio in tema di paesaggio culturale, il Monte San Salvatore possiede anche una grande importanza storica nello sviluppo del turismo: l’apertura nel 1890 della funicolare che raggiunge la vetta, uno dei primi impianti del genere nelle Alpi, ha contribuito a sviluppare un fenomeno fondamentale per la frequentazione turistica delle montagne, che oggi viene dato per scontato e ovvio ma che un tempo non lo era affatto: la panoramicizzazione del paesaggio. Un fenomeno che ha cambiato radicalmente la prospettiva non solo visiva ma pure culturale del turismo montano, determinandone profondamente l’immaginario collettivo.

In effetti sulle montagne, anche prima dell’avvento dell’alpinismo e al netto di leggende superstizioni varie che sulle vette piazzavano draghi e demoni, ci si è sempre saliti. Il Monte San Salvatore è stato meta di pellegrinaggi fin dal Duecento: dalla stessa epoca è attestata la presenza di una cappella votiva sulla vetta, dove ora sorge la caratteristica chiesetta dedicata al santo che ha dato il nome al monte. Certamente chi giungeva sulle vette alpine si soffermava a guardarsi intorno e a osservare cosa vi fosse al di sotto, ma probabilmente non elaborava la sua visione attraverso il concetto di “panorama”, che derivò da quello di “paesaggio” nato solo nel Cinquecento grazie alle opere dei pittori fiamminghi – detti poi paesaggisti, appunto. D’altro canto anche il “panorama” inteso come rappresentazione pittorica del paesaggio solitamente posta su una superficie circolare, che a sua volta contribuì a elaborare il concetto, nacque a fine Settecento e su diffuse nel corso del secolo successivo, guarda caso in contemporanea con la nascita dell’alpinismo come attività ludica. Qualche decennio dopo, grazie al progresso tecnologico, si cominciarono a costruire le prime funicolari: quella del Vesuvio, aperta nel 1882, fu la più antica tra quelle ascendenti un monte, ma l’impianto del San Salvatore avrebbe potuto precederla se la sottoscrizione aperta nel 1870 (per giunta da un intraprendente locandiere fiorentino, tale Stefano Siccoli, che gestiva la modesta osteria esistente in vetta) al fine di raccogliere fondi per la sua realizzazione avesse avuto successo. Così non fu, e la funicolare si poté aprire solo vent’anni dopo.

[La vetta del Monte San Salvatore con la città di Lugano e il ramo orientale del lago in versione diurna e crepuscolare.]
In ogni caso, proprio grazie a questi impianti all’epoca futuristici che consentirono a chiunque di raggiungere le vette di un numero crescente di montagne, il “panorama” divenne non più solo una nuova modalità di visione del paesaggio ma pure un’attrazione turistica, un buon motivo per raggiungere le sommità montane per scopi ricreativi… [continua su “L’AltraMontagna”, cliccate qui sotto:]


(Tutte le immagini presenti nell’articolo, ove non diversamente indicato, sono tratte dal sito web www.montesansalvatore.ch e dalla pagina Facebook “Monte San Salvatore SA“.]