Ultrasuoni #8: U2, New Year’s Day

Ora io, qui, è inutile che vi scriva qualcosa sugli U2, sarebbe come pretendere di poter scrivere ancora qualcosa su Dante e la Divina Commedia dacché per gli uni e per gli altri, in maniera cronologicamente proporzionale, parla già la storia e la gran messe di parole spese nei loro riguardi. Tuttavia, se io penso a New Year’s Day non solo come a uno dei brani più belli della musica “pop” contemporanea ma pure come a uno di quelli basati su “armonie fondamentali” che trascendono il mero giudizio “bello/non bello” per toccare in tutti o quasi le corde più profonde dell’animo proprio in forza della loro armonia pressoché perfetta nella sua (apparente) semplicità (qui ce n’è un altro di brano dalle armonie fondamentali, secondo me), quando penso a New Year’s Day penso pure che fu un brano pubblicato nei primi giorni dell’anno 1983 ma venne composto e registrato qualche mese prima, quando i componenti degli U2 avevano tra i ventuno e i ventidue anni (e penso anche che l’anno precedente avevano già fatto un altro gran pezzone come Gloria, ad esempio), e mi chiedo: ma che razza di talento, di doti artistiche, di carisma avevano questi – e numerose altre band di allora – per saper creare, così giovani, pezzi tanto fenomenali?

E me lo chiedo perché poi al riguardo inevitabilmente penso ai “talent” musicali di oggi e a ciò che vi si può trovare (non guardo la TV, ma gli echi di quei programmi mi giungono da più parti, come prevedibile), e mi faccio molte domande, sulla musica “pop” di oggi, già. Con risposte sovente infastidite, ecco.

Ma forse coltivo solo l’illogica pretesa di mettere a confronto un’opera come la Divina Commedia con un libro di qualche influencer odierna – nonostante si tratti in entrambi i casi di parole scritte e, formalmente, di “letteratura”.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Ho visto Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.
Be’, l’ho trovato un film deliziosamente nordico, nel bene – in gran parte, per me – e nel “male” – per molti altri che l’avranno visto o che lo vedranno, credo. Nel senso che chiunque ami la letteratura scandinava, quella così ben diffusa da Iperborea, in Italia (e non solo da lei, certo, ma da lei nel modo più significativo, a mio parere), con tutte le sue peculiarità pressoché uniche nel panorama letterario mondiale, troverà che questo film ne rappresenta una consona versione in immagini, dello stile narrativo nordico (d’altro canto è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di gran successo, in Svezia). Storia in bilico tra realismo e improbabilità, spesso surreale ma pure introspettiva, dotata di humor ferocissimo che tuttavia scaturisce in modi del tutto naturali e spontanei proprio come accade nella letteratura scandinava, dove il tragico e il comico vengono espressi con lo stesso registro, senza una parola di più di quanto serva – ovvero senza una sequenza in più, visto che qui si tratta d’un film – e senza il sovraccarico di pathos tipico di noi sudeuropei. In aggiunta a ciò si percepisce il tentativo di mettere, intorno alla storia narrata, una sorta di morale quasi filosofica – di “filosofia” quotidiana e pratica, intendo dire – che si potrebbe riassumere, credo, con «vivi la vita istante per istante e cerca di cogliere sempre le migliori occasioni possibili», a 10 anni come a 100; un tentativo forse non così ben riuscito, anche per quel costante mood surreale che scaturisce dalla pellicola.

Qualcuno, leggo, lo trova un film poco dinamico, ovvero che alterna in modi un po’ disordinati dinamismo e fasi di stanca: lo capisco ma non lo condivido se, appunto, considero il film dal punto di vista del tipico stile narrativo scandinavo. Paradossalmente nella narrazione letteraria è più facile gestire le fasi di quiete di una storia: la parola scritta impone un ritmo comunque più pacato che invece la narrazione per immagini non può permettersi troppo: ma ho visto film molto più blasonati che mi sono sembrati ben più lenti de Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve e comunque qui, lo ribadisco ancora, siamo ben affini al suddetto nordic style. Eppoi, che diamine, il protagonista è un vecchietto di 100 anni! Va bene che il film si diverte (e fa divertire) a mostrarsi surreale e poco credibile, ma se corresse troppo risulterebbe quasi ridicolo, ecco.

Insomma: a me è piaciuto. Sarò tra i pochi a pensarla così e forse sarò di parte, ma tant’è.

Come sempre, cliccate sull’immagine della locandina per saperne di più e guardatevi il trailer, qui sotto.

Il divenire del paesaggio e il provincialismo del tempo

[© Moma Edizioni – Riproduzione riservata.]

[…] Thomas Stearns Eliot scriveva che esiste un “provincialismo del tempo” che fa credere che tutto sia sempre stato così come noi lo vediamo nell’epoca in cui viviamo. Nello scrivere la guida, per sfuggire a questo tipo di “provincialismo”, cercheremo di fare in modo che appaiano evidenti agli occhi del lettore le più significative trasformazioni che la dorsale ha conseguito nel tempo e non solo: avremo addirittura la presunzione di tracciarne un virtuoso sviluppo futuro che sarà possibile solo se il lettore si lascerà coinvolgere nella riscrittura della storia del territorio. Come? Semplicemente percorrendo il cammino con attenzione e cura nei riguardi di tutto e tutti, acquisendo la consapevolezza del suo valore e di quello dei “tesori” che offre, acquistando cibo o altri prodotti nati sulla montagna o nelle vallate che dalla dorsale fluiscono verso la pianura.
Anche da lontano si possono scorgere, sparsi come manciate di perle sui crinali, contrade e borghi abbandonati negli anni Sessanta del secolo scorso, quando gli abitanti vennero incantati dagli scaltri pifferai magici del boom economico. Quasi sempre le strade tracciate per portare benefici alle montagne sono diventate vie di fuga da una vita troppo dura per reggere il confronto con quello che stava succedendo al piano e con gli agi che la vita laggiù sembrava offrire. Oggi, fortunatamente, alcuni di questi borghi stanno cominciando a rinascere sfruttando al meglio le innovazioni tecnologiche e la rivoluzione informatica che ha mostrato la capacità di sovvertire i fenomeni di degrado economico, culturale e sociale del quale le terre alte hanno sofferto per decenni, anche in forza di un turismo del tutto dissociato dal loro contesto storico. Finalmente le statistiche segnalano un lieve incremento legato in molti casi a giovani che mostrano non soltanto di voler ancora sognare, ma che stanno mostrando di saper tradurre il sogno di una vita più legata alla Natura in una realtà quotidiana sostenibile e consapevole.
È un processo di importanza fondamentale, questo, perché l’identità dei luoghi montani, e di un territorio così profondamente vissuto come quello percorso dalla DOL in particolare, vive della vita delle genti che li abitano e non solo facendone una mera residenza ma sapendo intessere una relazione intensa e armoniosa, il cui valore si riflette poi negli abitanti stessi e nel loro essere testimoni consapevoli e preziosi della bellezza dei monti su cui vivono. […]

(Dall’introduzione della Guida “Dol dei Tre Signori” alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori montani più spettacolari delle Alpi lombarde: per saperne di più cliccate sull’immagine oppure qui.)

Ultrasuoni #7: No Means No, Big Dick

È possibile suonare un gran pezzo punk/hardcore solamente con il basso e la batteria?
Be’, probabilmente no.

A meno che non vi chiamiate Wright, siate fratelli – Rob e John – e siate il bassista e il batterista dei No Means No, una delle più originali punk band mai apparse nel panorama musicale.

Il pezzo in questione è Big Dick, autentico virtuosismo ritmico che rende affermativa, in modo più unico che raro, la risposta alla mia domanda iniziale e dimostra la grande perizia tecnica e il sensazionale affiatamento della “premiata ditta ritmica Wright”, un’intesa musicale probabilmente favorita dal legame di sangue fra i due ma non per questo così scontata e, dunque, comunque sorprendente.

Fatto sta che Big Dick è un gran pezzo punk, appunto, tanto originale nella sua struttura “minimalista” (ma ad ascoltarlo non pare affatto così!) quanto trascinante (l’assenza degli altri strumenti a ben vedere acuisce la pulsante energia del brano) e risulta forse quello più celebre di un album, Wrong, uscito nel 1989, ricolmo di colpi di genio musicali ovvero di altri pezzi sublimi al punto da non dimostrare affatto la sua vetustà, anzi, rimanendo ad oggi un’autentica pietra miliare e un esempio di come si potesse (possa) suonare veemente punk/hardcore con la raffinatezza del più colto jazz e la perizia più tecnico progressive rock – senza contare la potenza dei testi, che miscelavano graffiante ironia a profonda intelligenza.

Dunque , loro potevano suonare un gran pezzo punk/hardcore solamente con il basso e la batteria (e poi con tutti gli altri strumenti, ovvio). E lo ribadisco: yes means yes!

USA, tutto come “previsto”

[Immagine tratta dal web, presente su vari siti e pagine social.]
Personalmente, dopo i pur impressionanti fatti di ieri a Washington, non credo che l’America sia sull’orlo di una guerra civile e nemmeno che abbia subito un tentativo di colpo di stato – basta osservare le foto dei tizi entrati nello United States Capitol per comprenderlo, ridendo non poco (risate tanto sarcastiche quanto seppellenti, sia chiaro).

Ovvero, non lo è ancora ma lo sarà. Nel senso che i primi e prodromici passi sulla via che la potrebbe portare verso quella sorte sono già stati compiuti, non da ieri ma da tempo tuttavia ieri, senza dubbio, in maniera più palese.

Magari avverrà tra uno, dieci o cinquant’anni ma accadrà, se l’America stessa non saprà evitarlo. Oppure nel caso che a volerla realizzare, quella sorte, sia proprio l’America stessa: dacché l’azione dei teppisti trumpiani (il quale, pur in tutta la sua indecenza, non è una causa ma già un effetto di tale situazione) è più ridicola e grottesca che pericolosa, però che nell’America profonda sia radicata da decenni un’anima nazistoide, violenta ed estremista, mai eliminata e anzi funzionale ergo sobillata da certe parti del sistema di potere (a proposito: le forze dell’ordine di Washington e dintorni dovranno spiegare un po’ di cose, al riguardo), è verità ormai ben risaputa.

In ogni caso, credo (temo) che quei tanti romanzi distopici che negli anni hanno descritto gli USA in preda a forme di totalitarismo di vario genere – primo tra tutti, anche per “potenziale veridicità”, Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood (ma ne trovate altri in questo elenco, posto che per molti di essi è proprio l’America il paese di riferimento) – saranno da considerare molto meno distopici e fantascientifici di quanto lo siano oggi.

Insomma, per gli USA il peggio deve ancora venire – soprattutto se nessun “meglio” saprà fare qualcosa altrimenti, appunto. In fondo sono già molte, le distopie letterarie e artistiche in genere, a essere divenute realtà effettiva: non ci sarà granché da sorprendersene, dunque, se anche questa lo diverrà.