Fare cose belle e buone in montagna. A Cavajone, ad esempio

Cavajone (o Cavaione) è un luogo assolutamente particolare per diversi motivi, storici, geografici, paesaggistici, politici, eppure credo che ben poche persone che non siano della zona lo conoscano.

Cavaione, innanzi tutto, è l’ultimo e più recente “pezzo” di Svizzera, entrato nella Confederazione nel 1875 dopo secoli di “sospensione” geopolitica tra Italia e Svizzera in forza di una linea di confine lungamente “ballerina”. Posto all’ingresso della Val Poschiavo in comune di Brusio, tra i 1200 e i 1600 m di quota, è un borgo sparso letteralmente abbarbicato a un versante alquanto scosceso chiuso a valle da burroni, con vista sulla piana di Tirano. Di origine alto medievale (è già citato in alcuni documenti duecenteschi come Cavalono), fino al Settecento abitato esclusivamente d’estate e solo dopo stabilmente, ma con grandi difficoltà dovute all’asprezza morfologica del territorio, il borgo ha vissuto una condizione praticamente apolide (che favorì la pratica del contrabbando, qui ancora più che altrove) fino alla citata annessione con la Confederazione Elvetica, ufficializzata nel 1875. La conseguita stabilità politica ha permesso a Cavaione di raggiungere una popolazione di 103 abitanti a fine Ottocento, per poi subire i fenomeni di abbandono e spopolamento tipici delle vallate alpine che l’hanno portato ad avere 65 abitanti nel 1950 e solo 10 oggi.

Il luogo tuttavia era e resta speciale, come detto, per tutte le sue peculiarità che contraddistinguono la residenza a Cavaione come qualcosa di quasi “eroico”, rispetto ad altri luoghi simili ma geograficamente ben più agevoli oltre che maggiormente dotati di servizi. Anche per questo nel 2016 è nata la Fondazione Cavaione, un pregevole progetto di rinascita consolidata del luogo attraverso la salvaguardia della contrada e la gestione del territorio a lungo termine. Guidata dal suo presidente Luca Plozza, la Fondazione intende promuovere attività sociali e culturali, il ripristino dei muri a secco (che presentano ben 16 km di sviluppo), la valorizzazione del paesaggio terrazzato, il ricupero dei tradizionali bait (crotti), la trasformazione della vecchia scuola in ostello, la riqualifica generale dell’abitato. L’obiettivo è il ritorno alla coltivazione della terra con rispetto verso l’equilibrio ecologico e particolare attenzione all’ambiente del luogo, senza rincorrere le sirene commerciali del mero turismo massificato ma, anzi, perseguendo la fruizione consapevole del paesaggio di Cavaione al fine di trasmettere ai visitatori la sua essenza così speciale.

A sottolineare l’importanza di questo coraggioso quanto esemplare progetto, sostenuto con una prima tranche di un milione di franchi dal Comune di Brusio, dal Cantone, dalla Confederazione, da enti pubblici e privati, nel 2020 il consigliere federale Guy Parmelin (fino allo scorso anno presidente della Confederazione Elvetica), in occasione della Festa Nazionale Svizzera, si è recato nel piccolo villaggio per rinnovare fiducia e solidarietà alla comunità locale, sottolineando come il lavoro della Fondazione abbia portato a Cavaione un futuro, una ventata di spirito innovativo proteso al futuro cercandolo nelle pieghe del suo così particolare e identificante passato. Un progetto alquanto interessante ed emblematico, anche nel mostrare come, si potrebbe ben pensare, il futuro delle Alpi e delle loro comunità lo si può trovare più facilmente, e meglio sviluppato, in piccoli e “dimenticati” villaggi come Cavaione piuttosto che nelle grandi e iperturisticizzate località di grido le quali, forse, il futuro lo stanno svendendo al più basso e irresponsabile tornaconto.

Per conoscere meglio il progetto e l’attività della Fondazione Cavaione, potete cliccare sull’immagine in testa al post o scaricare l’opuscolo che racconta nel dettaglio il progetto, qui; per saperne invece di più sulla particolare storia geopolitica di Cavaione, cliccate qui.

N.B.: parte delle informazioni utilizzate per questo mio post le ho tratte dall’articolo Una ex colonia tiranese diventata svizzera di Fernando Iseppi, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.146, agosto 2021. Le immagini fotografiche invece sono tratte dal sito web della Fondazione Cavaione e da questo articolo di “Swissinfo.ch”.

 

Una cartolina dal Gran Zebrù

Il Gran ZebrùKönigsspitze in tedesco – è senza dubbio una delle montagne più belle delle Alpi, imponente da ogni versante e spettacolare nella sua forma perfettamente triangolare visibile da sud ovest, dal prospiciente ghiacciaio del Cevedale – la si coglie bene nell’immagine qui sopra.

Ma il Gran Zebrù è una vetta affascinante per molte altre ragioni: geografiche, geologiche, storiche, alpinistiche e non da ultimo toponomastiche, possedendo due diversi nomi nelle lingue parlate sui versanti opposti ed entrambi assai particolari. La montagna, situata esattamente sul confine tra la Valtellina e il Tirolo e quindi tra la Lombardia e l’Alto Adige, ha infatti nomi che si affiancano nella cartografia ufficiale, uno insubre, poi adottato anche in italiano (Gran Zebrù) e uno tedesco (Königsspitze, che significa “Cima del Re”) e che apparentemente non danno adito a nessuna correlazione tra di essi, ma in realtà sono legati da una leggenda che affonda le sue origini sino al medioevo. Una leggenda che parla appunto di un sovrano, Johannes Zebrusius, chiamato “il Gran Zebrù”, feudatario nel XII secolo della Gera d’Adda (territorio realmente esistente, oggi in provincia di Bergamo) il quale si innamorò (ricambiato) di Armelinda, figlia di un castellano del Lago di Como che però si opponeva alla loro relazione. Al fine di fare colpo agli occhi del padre di lei e convincerlo a dargli la figlia in sposa, Johannes prese parte a una crociata in Terrasanta, rimanendovi per quattro anni.
Al suo ritorno però ebbe una sgradita sorpresa: il padre di Armelinda non solo non aveva cambiato parere, ma addirittura aveva concesso in sposa la figlia a un nobile milanese. Costernato e depresso Zebrusius decise di abbandonare il suo feudo e l’arte della guerra e recarsi in montagna, dove avrebbe vissuto da eremita, scegliendo come dimora la val Zebrù, dominata dalla montagna. Lì visse in solitudine per trent’anni e un giorno, cercando di dimenticare il passato con la meditazione e la preghiera, e quando sentì che stava giungendo la sua ora si sdraiò su un tronco collegato a un congegno di sua invenzione, che fece precipitare sul suo corpo un grande masso bianco, sul quale egli aveva precedentemente inciso “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”. Tale masso è visibile ancora oggi, al limite inferiore del Ghiacciaio della Miniera. Lo spirito del sovrano, purificato dal dolore e da anni di privazioni, salì sino sulla vetta della montagna che divenne il “castello degli spiriti meritevoli”, del quale l’anima di Zebrusius è il re.
La leggenda e l’origine del nome italiano (e lombardo) della montagna si intrecciano: è probabile infatti che il nome Zebrù (che identifica anche un’altra vetta poco lontana, il Monte Zebrù) derivi dalla radice celtica se (“spirito buono”, “santo”) e dal termine brugh, anch’esso celtico, che significa “rocca” o “fortezza” – “castello degli spiriti buoni”, appunto.

Altre ricerche etimologiche però farebbero derivare il nome Zebrù dal latino super, cioè “sopra”, più in alto di qualsiasi altra montagna, la cima più alta (quando né l’Ortles né il Gran Zebrù erano ancora stati misurati è probabile che si ritenesse che quest’ultimo fosse il più elevato del massiccio).
Infine, nonostante la leggenda stessa possa indurlo a pensare, non vi è alcuna relazione tra di essa e il nome tedesco della montagna. Königsspitze e Königswand sembrano derivare da un errore dei topografi austriaci nel trascrivere il nome tirolese, Cunìgglspizze, che non avrebbe a che fare con König (“re”, “sovrano”) bensì con Könich, ossia “cunicolo” (il versante altoatesino della montagna è scavato da diverse miniere). Una seconda ipotesi fa comunque derivare il nome realmente dall’autorità regale, essendo la montagna posta al confine fra l’ex contea del Tirolo e il regno della Lombardia. Inoltre la forma dialettale venostana per “König” è “Kiini” (e Kiiniwant per “Königswand”), e gli etimi König e Kaiser (imperatore) ricorrono abbastanza spesso nella toponomastica montanara tirolese.

Per saperne ancora di più, sul Gran Zebrù – Königsspitze, sulle sue storie affascinanti e le sue antiche leggende, potete visitare la sezione a ciò dedicata del sempre illuminante sito web paesidivaltellina.it. Ancor più completo e approfondito, per come indaghi il monte sotto ogni punto di vista, è L’Anima del Gran Zebrù tra misteri e alpinisti, la monografia storica e alpinistica dedicata al Gran Zebrù scritta dall’alpinista Davide Chiesa.

Individui (tra i più) spregevoli

Il seguente articolo potrebbe sembrare un off topic, come si dice oggi, rispetto ai temi abitualmente dissertati qui sul blog. Può esserlo, lo capisco, ma ci tengo a dirvi che per me che ve lo propongo non lo è.

Apprendo da una persona della quale ho una stima infinita, di famiglia ebraica con predecessori deportati e uccisi nei lager nazisti, che qualche giorno fa s’è trovata ad assistere a una conversazione tra alcune persone normali, “bravi e onesti” cittadini magari dalle loro parti pure “stimati” – non mi sorprenderebbe affatto – una delle quali ha tranquillamente proferito che «gli ebrei son tutti bastardi» e le altre presenti, altrettanto tranquillamente, le hanno dato ragione.

Sono circostanze, queste, che mi ripugnano tanto quanto mi lasciano sconcertato, ingenuamente forse, per come non riesca a capacitarmi che possano accadere ancora, in modo così normale, nella più ordinaria quotidianità. Tuttavia devo ammettere che per certi versi chi mi ripugna di più non è colui che si permetta di proferire parole come quelle citate – chiaramente un individuo mentalmente malato che come tale andrebbe interdetto dalla società e adeguatamente curato – ma tutti gli altri, quelli che in tali casi gli danno ragione, gli tengono bordone, non contestano le sue affermazioni: per meschinità, per pusillanimità, perché privi di nerbo, buon senso, intelligenza, perché ignoranti… non importa il motivo, non ce n’è nessuno che li possa giustificare in alcun modo, al pari dei primi. Anzi, per certi versi sono anche maggiormente pericolosi di quelli, che almeno dimostrano pubblicamente ovvero palesemente la loro pericolosa devianza mentale; questi no, si nascondo viscidamente dietro consensi appena accennati, dietro risatine compiacenti, facendosi forza nell’unione con i loro simili e nel disinteresse della nostra società riguardo questi temi. Oppure sono anch’essi come i primi, pericolosi malati di mente e, in tal caso, si torna a quanto ho osservato poco sopra.

Ma la società che garantisce il diritto di espressione a tutti senza far nulla contro le parole – e le idee alla base – che ne minano il senso alle fondamenta, non è democratica e progredita, è ipocrita e retriva oltre che stupida: perché si crede fautrice di democrazia ma lo è solo fittiziamente e, anzi, di questo passo a breve non lo sarà proprio più, per nulla. Non ci possono essere mezzi termini oppure possibili compromessi, in questi casi: o quegli individui, o un’autentica società civile. Tutte due le cose insieme no, ribadisco, è impossibile.

Giusto ieri sono stati inaugurati i nuovi spazi del Memoriale della Shoah di Milano, città prossima ai presumibili luoghi di residenza di quegli individui citati dalla persona di mia conoscenza. Ecco, io porterei – anche a forza, se necessario – quei tizi al Memoriale e, oltre alla visita completa, farei leggere loro, più e più volte, i 774 nomi che riempiono il muro lì presente (lo vedete nella foto in testa al post), tutti individui partiti da Milano e deportati al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dei quali solo 27 sono tornati vivi. Più e più volte, sì, finché si rendano chiaramente conto che la responsabilità delle 747 vite cancellate citate sul muro del Memoriale è anche colpa loro, è ancora colpa loro. Una colpa che quelle loro parole rendono inesorabile, irrimediabile, imperitura.

Un brutto clima (mentale)

«Facciamo azioni di sensibilizzazione e sperimentiamo nuove pratiche e comportamenti con test sulla popolazione. Ma solitamente aderiscono persone che sono già sensibili al tema. Difficile andare oltre. Si ritiene che siano problemi che riguardano altre regioni o un futuro troppo lontano. Molti temono di dovere rinunciare a qualcosa, a una zona di comfort e si chiedono perché devono fare qualcosa che apparentemente riduce la propria qualità di vita. Il tema del cambiamento climatico non è nuovo. Eppure siamo nella stessa situazione di 30 anni fa, quando al Summit della Terra a Rio venne creata la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Solo che adesso il tempo stringe. E ognuno deve fare la propria parte, non solo le istituzioni. […] Bisogna per forza fare un weekend al mese in una capitale europea spostandosi in auto o in aereo, quando nelle nostre valli ci sono luoghi incantevoli? A bloccarci è il timore di perdere un certo standard di vita. E anche la pigrizia, dal momento che si ritiene sempre che può pensarci qualcun altro a queste cose.»

[Francesca Cellina, ricercatrice presso l’Istituto sostenibilità applicata all’ambiente costruito della SUPSI – Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, intervistata da Patrick Macini in Ma chi se ne frega del cambiamento climatico… su “Tio.ch”, 01 giugno 2022.]

Ecco: e se uno dei problemi fondamentali alla base della questione relativa ai cambiamenti climatici e del nostro necessario adattamento a essi fosse la mancanza di un diffuso cambiamento mentale che sappia farci comprendere pienamente la portata del fenomeno in corso e l’esigenza ineluttabile di fare qualcosa? E, intendo dire, fare qualcosa non solo per il clima ma, in primis, per noi stessi e la nostra vita sul pianeta.

Come possiamo dirci Sapiens se non sappiamo nemmeno conseguire una così basilare e vitale sapienza?

Il “Patto del non racconto”

Vi sono luoghi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo.
Ormai abbiamo fatto il giro del globo e il globo è finito. Più conosciamo in superficie ogni spazio remoto, meno sappiamo penetrarlo nel dettaglio.
Più cediamo alla spettacolarizzazione, più rinunciamo a conoscere per davvero questi ultimi spazi selvaggi, ormai ridotti a piccoli scenari di “imprese” umane, troppo umane.
Pochi giorni fa, abbiamo affrontato un’inedita ed entusiasmante esplorazione, al confine tra escursionismo ed alpinismo, tra arrampicata ed avventura.
Abbiamo collezionato una serie di incontri e sensazioni così singolari ed inattese che hanno via via rafforzato in noi l’idea che per riproporre questo viaggio occorre stabilire un’alleanza e un patto con i più fidati compagni di cordata: il Patto del non racconto!

Quanto sopra è un piccolo sunto di ciò che si può leggere nel sito vendul.org riguardo il Patto del non racconto, un modo nuovo anzi no, ancestrale e per ciò “diverso”, quasi sovversivo rispetto all’ordinarietà imperante, di esplorare il mondo in cui viviamo, qualsiasi esso sia – una montagna remota oppure un boschetto trascurato dietro casa – e ricavarne consapevolezza.

Perché scegliere di non raccontare, una volta ogni tanto, qualcosa di bello e interessante che si è vissuto? Perché le narrazioni che la società odierna ci impone tendono a superficializzare l’esperienza personale e a travasarne la memoria in ambiti virtuali che rapidamente la svaporano e cancellano. Si rischia così di perdere il senso profondo di ciò che si è fatto e il retaggio esperienziale – patrimonio prettamente personale – che ne può scaturire: come lo si fosse fatto in modo automatico, insensibile, spinti da impulsi esteriori che impongono l’apparenza e cancellano l’essenza. Invece, forse, narrare solamente a se stessi ciò che si è vissuto, forma fondamentale e ancestrale dacché naturale, appunto, di decantazione e maturazione dell’esperienza, può diventare il modo migliore per poi trasmetterlo ad altri: in altre forme, più evolute, approfondite, coinvolgenti, proprio perché scaturenti da una fonte totalmente meditata, consapevole, fatta propria, esclusiva e dunque di valore unico.

Il Patto del non racconto lo propone il Collettivo Vendül, un gruppo di professionisti, persone, amici, che condividono un pensiero comune: agevolare l’esperienza entro gli ambienti naturali come dimensione privilegiata per favorire processi educativi, formativi e di apprendimento. Le esplorazioni e le esperienze del Patto sono iniziate lo scorso anno con notevole successo e riprenderanno il prossimo ottobre: per chi volesse saperne di più, avere le necessarie informazioni riservate e per consultare la mappa: info@vendul.org.