Helidon Xhixha, Lugano

Domani a Lugano si inaugura un evento artistico (dacché definirlo semplicemente “mostra” è assai riduttivo) tanto spettacolare quanto affascinante, e di assoluto livello internazionale. È Lugano. Riflessi di Luce del grande artista albanese Helidon Xhixha, 20 sculture monumentali emblematiche dello stile unico dell’artista installate nel centro di Lugano, che trasformano la città svizzera in un museo a cielo aperto dove l’arte dialoga con lo spazio urbano e la Natura, elevando – si può veramente dire, in tal caso – il “contenitore” al valore e al fine culturale del “contenuto”.

Le scintillanti sculture di Xhixha, in acciaio inox, così dinamiche nelle forme, imponenti eppure armoniose, generano una relazione del tutto particolare con i luoghi in cui vengono posizionate, che per certi versi esula pure dal mero valore artistico, pur cospicuo ed evidente. Di primi acchito sembrano elementi alieni, fuori contesto, eppure da subito chi se le ritrova di fronte ne è attratto e affascinato. La forma dinamica, quasi organica pur se il materiale inossidabile la rende tanto “solida”, emana luce, riflette ciò che ha intorno, riproduce l’ambiente circostante in modo diverso più che distorto, quasi che ne accresca la dimensionalità portandola oltre il limite del visibile e del percepibile.

Sorta di “monoliti spirituali” – con il termine che qui vuole indicare lo spirito umano in primis, quello in cui si conserva l’io più profondo -, le opere di Helidon Xhixha diventano veramente lo specchio del mondo e di chi lo vive e anima, ovvero di noi tutti che, attraverso di esse, possiamo riflettere (dunque manifestare) la nostra presenza nel mondo e riflettere (cioè meditare) sul senso di essa. Sono certamente Riflessi di Luce, dunque, ma di quella luce che realmente illumina, ancor più che il mondo, la nostra interiorità.

Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più, e fate conto che avete tempo fino al 22 settembre per fare un salto a Lugano e ammirare le opere. È una visita che merita, senza alcun dubbio.

 N.B.: alcune delle foto a corredo di questo post vengono da qui.

“Cronache da Thule #4”, il magazine di RADIO THULE, questa sera alle 21.00 su RCI Radio!

Questa sera, 15 aprile duemiladiciannove, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 13a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE nel suo particolare format “magazine”, intitolato “Cronache da Thule #4”!

In questa puntata che precede la sosta “pasqual-venticinqueapril-primomaggiesca” torna la radio da sfogliare come una rivista, perché in fondo questo è RADIO THULE nel suo formato “magazine”: un contenitore di notizie e riflessioni su libri, eventi, attualità, musica, arte, idee, opinioni, facezie, disgrazie, considerazioni sul mondo che ci sta intorno a volte serie ma non troppo, altre volte ironiche ma con giudizio. Insomma: una vera e propria rivista fatta di rubriche come pagine da ascoltare, intitolata Cronache da Thule ovvero il numero 4, per questa stagione, del “magazine” di RADIO THULE!

In questa puntata (o in questo numero, per restare in tema), tra le altre cose, si parlerà: di una recentissima e storica scoperta, spiegata bene, di clima, di “azioni dal basso” per la sua difesa e di Pippi Calzelunghe, di una polemica musical-montana e di certe sue implicazioni ignorate dai più, di un nuovo e originale libro che racconta di un grande personaggio italiano (scritto da un suo collega), di una particolarissima e “sfavillante” esposizione artistica che si inaugurerà a breve a Lugano… e di molto molto altro! Il tutto, come sempre, ben accompagnato dalla consueta selezione musicale di alta qualità, una garanzia imprescindibile di RADIO THULE.

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 13 maggio, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Jovanotti, Messner, Plan de Corones, e alcune domande che bisogna porsi

Occupandomi di frequente di progetti culturali riguardanti i territori di montagna, ho seguito con divertita curiosità la querelle tra Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, e Reinhold Messner in relazione al concerto che il primo terrà – salvo decisioni future – agli oltre 2200 metri di quota di Plan de Corones, in Sud Tirolo (qui, nel sito MountCity.it, trovate un buon riassunto della questione, con ulteriori approfondimenti.) Per lo stesso motivo suddetto, mi sono fatto una personale opinione in merito, che mi permetto di proporvi dacché, credo, mette in gioco un elemento che non mi pare sia stato presente del dibattito, almeno non in modo importante come ritengo possa essere.

L’elemento si chiama contestualizzazione. Ovvero: quella riguardante tali “grandi eventi” in quota non è tanto e non solo una questione di impatto e di sostenibilità ambientale, di salvaguardia dell’ambiente naturale, di rumore o di silenzio eccetera ma, io penso, di valutare se un certo “evento” (ovvero fatto, azione, intervento, attività, progetto…) sia contestuale al luogo in cui viene realizzato, in senso materiale (dunque ciò che offre concretamente tale evento) e immateriale (ciò che genera e lascia sul posto, soprattutto culturalmente).

Mi spiego meglio: da che la montagna è diventata un ambito turistico, prima d’elite e poi sempre più di massa, è stata sottoposta troppe volte a strategie e interventi che nulla hanno avuto (e tutt’oggi hanno) a che fare con l’ambiente montano e la sua cultura peculiare – intendendo col termine “cultura” il compendio dei significati che i monti offrono – i loro Genius Loci, in pratica. Oggi, la gran parte dell’immaginario comune legato ai monti, e alla catena alpina in particolare, è composto da elementi importati nelle terre alte da altrove, solitamente dalle città e dal pensiero urbano e attuati da centri di potere lontani (non solo come distanza geografica) dai monti: elementi che nel tempo hanno imposto modelli di sviluppo adeguati per i territori urbanizzati ma totalmente avulsi, quando non perniciosi, per i territori naturali ovvero dove l’equilibrio tra genti e ambienti fosse determinato da ben altre relazioni – antiche, tradizionali, rozze quanto si vuole ma assolutamente espressive della cultura ivi presente, dunque semmai da modernizzare e adeguare ai tempi, non certo da stravolgere oppure da cancellare e sostituire con tutt’altro. Da questo immaginario alpino comune, artificioso e deviato, scaturisce un concetto di “paesaggio” che troppe volte fa della montagna la rappresentazione di una succursale in quota della città, con infrastrutture, emergenze architettoniche, regolamentazioni urbanistiche, modifiche ambientali e del territorio, suoni, rumori, pratiche di fruizione dei luoghi, monetizzazione e patrimonializzazione delle loro peculiarità che oggi vengono considerate “normali” (spesso dagli stessi montanari, purtroppo) e che invece non c’azzeccano nulla di nulla con il contesto montano. Ciò chiaramente non vuol dire che la montagna debba essere mantenuta allo stato brado, selvaggio, che su di essa non si possa fare nulla e che ci si debba vivere ancora in anguste baite di pietra muovendosi solo a piedi e trasportando le merci a dorso di mulo. No: significa che in montagna si può fare tutto ma tutto, in un territorio così fragile (materialmente e immaterialmente) va fatto con buon senso, cioè facendo che ogni intervento sia in tutto e per tutto consono con il luogo, il suo valore, il suo ambiente e la cultura ivi presente. Il che significa pure che ogni intervento deve e dovrà sempre contribuire a salvaguardare questa cultura fondamentale (senza la quale, è bene osservarlo, la montagna muore immantinente, diventa una sorta di deserto in quota – ma come ogni altra cosa privata della propria cultura peculiare, d’altro canto) ovvero, ancora meglio, deve e dovrà contribuire a svilupparla e a farla progredire in modo da assicurarle un buon futuro – buono per se stessa, per i luoghi dai quali tale cultura scaturisce e per qualsiasi individuo che vi si relaziona, sia esso un abitante o un visitatore/ospite.

Questo, a mio modo di vedere, significa contestualizzazione, questo vuol dire contestualizzare un evento – cioè qualsiasi intervento – al luogo in cui viene realizzato e alla sua dimensione vitale. Una pratica tanto di importanza basilare (soprattutto in ambiti “delicati” come la montagna) quanto disattesa e trascurata fin troppe volte (soprattutto in montagna, già).

In base a tutto ciò, e prima di chiedermi se il concerto di Jovanotti (e qualsiasi altra iniziativa similare) sia più o meno ecosostenibile, io mi chiedo: è consono al luogo in cui viene realizzato? Vi si relaziona, lo narra, ne fornisce una rappresentazione più o meno virtuosa, o è meramente autoreferenziale e mirato a scopi e fini di tutt’altra natura? Cosa lascia, poi, sul/nel/al luogo in cui viene realizzato? Contribuisce autenticamente ad accrescerne il valore – non solo turistico ed economico ma ambientale, culturale, sociale? Sviluppa il luogo, insomma, o “sviluppa” solo se stesso e chi ne è fautore?

Ecco: questo io mi chiedo – e chiedo a chiunque si sia interessato della questione – prima di ogni altra cosa. Altrimenti il dibattito rischia di essere un mero pourparler basato senza dubbio su questioni concrete e importanti ma, alla fine, piuttosto ridondante, sterile e soprattutto superfluo per la montagna e la sua realtà concreta, presente e futura.

Io, per la cronaca, una mia risposta alle domande sopra esposte ce l’ho. Ed è piuttosto netta e incontrastabile.

Un buco nero. O un donut.

Dunque ora cosa diranno i negazionisti, i cospirazionisti, i complottisti parenti stretti dei terrapiattisti, dei no-vax, dei non-siamo-mai-stati-sulla-Luna eccetera, di questa prima storica immagine d’un buco nero?
Che in realtà non è un buco nero ma la foto appositamente sfocata di un donut?

Perché salteranno fuori anche qui prima o poi, tali “negazionisti”, c’è da esserne certi. Purtroppo i buchi neri attirano e catturano in essi qualsiasi cosa ma non ancora la madre dei cretini, quella sempre gravida. Purtroppo.

Brexit? Certo, come no!

Quest’opera è Devolved Parliament di Banksy, del 2009.
Col che non voglio affatto sostenere che il Parlamento inglese, con questa storia ormai parecchio grottesca della Brexit, si stia dimostrando un luogo pieno di Pan Troglodytes. Al contrario, mi viene da pensare che se il Parlamento inglese fosse controllato da Pan Troglodytes e non dalle attuali creature virtualmente più “evolute” nonché suddite di Sua Maestà (e malgrado Sua Maestà, probabilmente), la Brexit sarebbe uscita molto meglio. O la Gran Bretagna non sarebbe uscita affatto dalla’Unione Europea, quanto meno non come un paracadutista scemo che esca e si butti da un aereo senza il paracadute indosso: non è detto che si schianti, magari gli va di fortuna e finisce su qualcosa che attutisca il colpo, ma la probabilità che ciò possa accadere è bassa. Molto bassa.