“Inverno liquido” a Lecco, venerdì 10 marzo

Venerdì 10 marzo prossimo, alle ore 20.45 presso la Sala Don Ticozzi di Lecco, sarà presentato Inverno Liquidoil libro di Maurizio Dematteis Michele Nardelli pubblicato lo scorso gennaio da DeriveApprodi dedicato a «La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa» – come recita il sottotitolo – che sta riscuotendo un notevolissimo interesse e alimentando frequenti dibattiti sui temi di cui si occupa. Cosa inevitabile, mi viene da pensare, per come tali temi si manifestino come ormai altrettanto imprescindibili per i tempi che corrono e per la necessità lampante di ripensare la frequentazione turistica delle nostre montagne (nonché la vitalità socioeconomica delle loro comunità residenti): montagne che peraltro anche quest’inverno, almeno sulle Alpi, ci appaiono drammaticamente povere di neve e di buone prospettive future.

L’incontro-presentazione di Lecco, promosso dalla sezione di Lecco “Riccardo Cassin” del Club Alpino Italiano con la collaborazione delle delegazioni locali di WWF e di Legambiente, si presenta come particolarmente importante e interessante. Innanzi tutto per il prestigio dei relatori invitati e pe la varietà di competenze da essi offerte: Vanda Bonardo, Presidente di CIPRA Italia e Responsabile di Legambiente Alpi, Aldo Bonomi sociologo del territorio e autore della prefazione del libro, Adriana Baruffini, Presidente del CAI di Lecco, Pietro Corti, alpinista e scrittore, Luca Stefanoni, maestro di sci, oltre a chi vi scrive (anche in qualità di collaboratore degli autori per la stesura delle pagine del libro dedicate alle montagne lecchesi). Parimenti, l’evento è importante per la presenza dei rappresentanti delle istituzioni pubbliche dei territori montani lecchesi in diversi modi interessati dal turismo e da progetti di sviluppo relativi, di alcuni dei quali avrete certamente letto sugli organi di informazione (oppure qui sul blog): presenza sostanziale alla quale va dato merito e riconosciuta gratitudine. Il tutto, moderato da Fabio Landrini, giornalista di “Unica TV”.

Ciò mi fa personalmente augurare che nella serata di Lecco possa avviarsi un dibattito intorno alla realtà presente e futura delle montagne lecchesi (rappresentate nel libro di Dematteis e Nardelli dal “caso” dei Piani di Artavaggio) quanto più compiuto e costruttivo – compatibilmente con i tempi di un evento pubblico del genere, ovvio – ma comunque importante già nel suo verificarsi, per il quale e per i cui temi principali un libro come Inverno liquido rappresenta senza alcun dubbio uno strumento di riflessione e comprensione fondamentale. Nel confronto delle rispettive posizioni, e nella condivisione di uno spirito il più possibile franco tanto quanto costruttivo, spero che dalla serata possano uscire opinioni, considerazioni, impressioni, idee, visioni in ogni caso importanti e utili per le montagne di Lecco le quali, con le specifiche peculiarità che esibiscono e per la bellezza che offrono ai loro visitatori, rappresentano un patrimonio naturale, paesaggistico, ambientale e culturale di inestimabile valore il quale, qualsiasi attività vi si ponga in atto e vi si penserà per il futuro, merita solo di essere compreso al meglio, gestito con la massima cura e salvaguardato il più possibile. Per il bene delle montagne stesse e di noi tutti che le amiamo e che le frequentiamo nutrendoci con irrefrenabile passione del loro fascino.

P.S.: cliccando sull’immagine della locandina in testa al post la potrete scaricare in formato pdf.

Artavaggio, nemo propheta in patria

P.S. (Pre Scriptum): per chi l’abbia perso e ne fosse interessato, ripropongo di seguito l’articolo sulla questione dello sviluppo turistico dei Piani di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco – ma le cui osservzioni possono ben valere per molte altre località similari) pubblicato martedì 21 febbraio su “Valsassina News”. Come sempre, con la speranza di poter contribuire ad attivare un dibattito approfondito e consapevole riguardo il luogo, le sue peculiarità e il suo miglior futuro possibile, turistico e non solo.

Da Per una rigenerazione dell’Appennino Tosco-Emiliano: turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale nel Parco Regionale Corno alle Scale, CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo, Università di Bologna (Campus di Rimini), marzo 2020, pagg.134-135:

«Se l’obiettivo primario è quello di investire sulla stazione sciistica, è bene seguire le best practice di stazioni sciistiche di piccole-medie dimensioni che hanno messo in atto recentemente delle strategie di rivitalizzazione del turismo (WTO, 2018). […] Emerge dunque la necessità di ampliare il portfolio di attività invernali per creare nuove opportunità di spesa per i visitatori, tenendo presenti i cambiamenti nelle loro preferenze e in una prospettiva di medio-lungo termine. In questo senso, la visione preferita registrata dai turisti oggetto della nostra indagine è quella che vede il rinnovamento e l’ammodernamento degli impianti, ma legandoli al potenziamento di forme di turismo diverse. ln questa direzione può essere utile ricordare le recenti esperienze di:
Valsassina in Lombardia, una stazione sciistica a bassa quota vicino a Milano, dove l’offerta dei tre piccoli resort che compongono la stazione è stata differenziata, dirigendola verso segmenti di mercato diversi. Il primo resort, di maggiore altitudine (Piani di Bobbio), è dedicato allo sci alpino in inverno e alla MTB in estate; il secondo (Piani di Artavaggio) è specializzato in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie; il terzo (Pian delle Betulle) è focalizzato sull’estate e offre un parco avventura.
– Cervinia in Valle d’Aosta, a fronte di una diminuzione nelle precipitazioni nevose, ha attuato un efficientamento degli impianti, riducendone il numero e aumentando la capacità degli ski-lift.
– Allgäu in Bavaria (Germania) ha un’ampia varietà di attrazioni naturali e culturali, ma si è posizionata come destinazione di wellness, promuovendo la cura che prende il nome da Sebastian Kneipp, originario di quella località.»

Tra gli innumerevoli documenti che abitualmente studio in tema di territori montani e loro frequentazione, qualche giorno fa mi è ricapitato tra le mani il report sopra indicato, dedicato all’area appenninica citata ma veramente ben strutturato e ricco di analisi alquanto interessanti e utili anche a molte altre zone montane che godono di una frequentazione turistica – o che la subiscono.

In esso, nel passaggio citato, i ricercatori del Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna citano tre casi evidentemente considerati indicativi riguardo il tema in questione, tra i quali c’è quello della Valsassina, portata a esempio di una riqualificazione diversificata delle proprie aree montane in forza dell’evoluzione climatica e socioeconomica degli ultimi decenni e, dunque, indicata come modello potenziale di rigenerazione post-sciistica di successo.

Ovvero, in parole semplici: uno dei centri accademici di studi sul turismo più importanti in Italia indica, nello specifico, i Piani di Artavaggio come caso virtuoso e emblematico di stazione ex sciistica riconvertita e rigenerata (come anche io con i coautori Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo raccontato sulla guida Dol dei Tre Signori, il cui itinerario escursionistico transita proprio da Artavaggio) e invece, purtroppo, gli amministratori locali vorrebbero riportarci lo sci costruendo impianti e infrastrutture conseguenti, degradando il luogo e la sua storia recente facendola andare al contrario come fosse ferma a sessant’anni fa.

Non solo: nel frattempo si sta diffondendo un significativo fenomeno, lungo le Alpi italiane, attestato da numerosi articoli degli organi di informazione. Molte località sciistiche, o ex-sciistiche, che per un motivo o per l’altro non hanno aperto gli impianti di sci (per problemi finanziari delle società a cui fanno capo, assenza di concessioni, mancanza di gestori, eccetera) e per le quali tale chiusura è stata considerata da alcuni come «una catastrofe», «la morte della località», «la fine dell’economia locale» e via di questo passo, stanno invece vedendo un notevolissimo afflusso di gitanti, con parcheggi stracolmi, ristoranti e rifugi a pieno regime, scialpinisti e ciaspolatori un po’ ovunque, famiglie con bambini che si godono la sicurezza e la tranquillità di una gita sulla neve priva dei pericoli e dei disturbi che impianti e piste da sci inevitabilmente genererebbero, se aperti.

In pratica, dove un tempo si sciava e ora non più, e dove per questo qualcuno credeva ci sarebbe stato il “deserto”, c’è invece più gente di quando gli impianti erano funzionanti e più di altre località nelle quali i comprensori sciistici sono aperti. Cioè, sta accadendo quello che già da anni si constata ai Piani di Artavaggio, che dunque in tal senso risultano un modello turistico virtuoso (e profetico, appunto) divenuto col tempo esemplare per tante altre località montane rimaste senza impianti e piste da sci.

Ecco perché fin da quando è stato reso noto il progetto di “ritorno” dello sci ad Artavaggio e di costruzione dei relativi impianti e infrastrutture, ho subito affermato che era ed è una follia. Persino un prestigioso ente accademico di ricerca “forestiero”, ma che elabora studi scientifici per l’intero territorio montano italiano e non solo, ha ritenuto emblematico elevare la località valsassinese a esempio e modello, come detto: posto ciò, è veramente un gran peccato che gli amministratori locali non lo capiscano, non vedano e non percepiscano questa realtà. È un peccato che, come sembra, ignorino – o vogliano scientemente ignorare – il grande valore e il prestigio che Artavaggio si è costruita negli ultimi anni, e che invece minaccino di farla ritornare a essere un’anonima, banale, trascurabile stazione sciistica, che dilapiderebbe in breve tempo il patrimonio di consensi costruito negli anni e per giunta resterebbe a costante rischio di fallimento – economico, turistico, ambientale, culturale.

Mi piacerebbe moltissimo dirimere tali inquietudini e i relativi dubbi – che so hanno come me tanti altri frequentatori di Artavaggio e delle montagne della Valsassina. Perché, ribadisco, non c’è solo in gioco la mera questione “sci sì/sci no”, ma l’intero territorio e il suo buon nome, la storia virtuosa costruita negli ultimi anni, l’ambiente naturale e il paesaggio, l’apprezzamento di molti estimatori della sua bellezza e delle sue peculiarità, il suo futuro e quello della comunità residente. Bisogna proprio sperare che tutto questo lo vogliano finalmente comprendere, quelli che hanno nelle mani il destino di Artavaggio. Per il bene del luogo e di tutti.

Martedì, su “Valsassina News”

Nel mentre che qualcuno vorrebbe installare nella conca dei Piani di Artavaggio una nuova seggiovia per riportarvi lo sci su pista, come se la località fosse ferma agli anni Settanta, il CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna produce un report su “turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale” e indica al riguardo tre modelli di sviluppo ritenuti per diverse ragioni esemplari: Allgäu in Germania per il turismo del wellness, Cervinia per lo sci su pista e la Valsassina per la differenziazione dell’offerta turistica, citando nello specifico i Piani di Artavaggio specializzati «in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie».

Posta una tale prestigiosa attestazione accademica, la cui importanza emblematica è inutile rimarcare, la domanda che da mesi tutti (o quasi) si pongono diventa ancora più pressante: perché ricostruire seggiovie e riportare lo sci su pista a Artavaggio?

Ho espresso le mie considerazioni al riguardo in un articolo pubblicato martedì scorso, 21 febbraio, su “Valsassina News”, la cui redazione ringrazio di cuore per l’attenzione e lo spazio dedicatomi. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerlo.

Morterone, il (più) piccolo paese che racconta grandi storie

[Scorcio di Morterone nella stagione estiva, con alcuni dei suoi nuclei sparsi. Foto di Emibuzz, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Qualche settimana fa l’Istat ha certificato che Morterone, il minuscolo paese disteso sulle bellissime ondulazioni montane del versante orientale del Resegone – in provincia di Lecco ma idrograficamente già bergamasco – resta ancora il comune più piccolo d’Italia, con soli 31 abitanti. Questa è in effetti la principale peculiarità per la quale Morterone risulta conosciuto ai più, oltre al fatto di esserlo tra gli escursionisti che vi giungono per affrontare i sentieri che portano alla vetta del Resegone, su questo versante più semplici che dal lato lecchese. Percorrerli è anche un modo per godere della bellezza del paesaggio locale, come ho già accennato, nonché dei tanti elementi di interesse – naturalistici, ambientali, storici, culturali – che offre e che in qualche modo acuiscono la preziosità del luogo, già sancita e “salvaguardata” dall’isolamento del paese, raggiunto da una strada parecchio impervia che richiede almeno quaranta minuti d’auto da Ballabio, comune dal quale si origina. Una strada che negli inverni passati maggiormente nevosi di quelli attuali sovente restava chiusa per giorni in forza del pericolo di valanghe, rendendo totale l’isolamento del comune e la sua “distanza” dal resto del mondo.

Morterone possiede tuttavia un’altra caratteristica peculiare e assai affascinante, che forse alcuni intuiscono ma non comprendono fino in fondo – non per colpa, semmai per carenza di informazioni al riguardo. Una peculiarità della quale ad esempio ha scritto Franco Faggiani nel suo recente libro Le meraviglie delle Alpi, un capitolo del quale è dedicato all’itinerario montano della Dol dei Tre Signori – o Dorsale Orobica Lecchese – il quale da Bergamo porta alla Valtellina transitando proprio da Morterone, che rappresenta una delle possibili tappe del relativo trekking – ed è stato un grande onore e un piacere per me accompagnare Faggiani lungo questi sentieri per me domestici – o quasi – proprio in occasione della scrittura del libro (cliccate sulla copertina qui sopra per leggere la mia “recensione”).

Quello di cui alcuni probabilmente si sono resi conto, visitando Morterone, è che il paese è un non paese. Ovvero, non ha un centro come lo si può intendere ordinariamente per quasi ogni altro nucleo abitato, cioè un gruppo di case abitate più consistente di altri – che vi fanno da frazioni – presso il quale si trovano gli edifici di servizio alla comunità, la sede dell’amministrazione comunale, probabilmente la chiesa e altro di similare. Invece, il “centro” di Morterone, per come l’ho appena descritto, è (potrebbe essere) quello che vede nell’immagine qui sotto, nucleo identificato con il toponimo Morterone Chiesa perché c’è questa e, di fronte, il Municipio (potere spirituale e potere temporale significativamente dirimpettai, in pratica):

Per la cronaca, quel gruppo di case poste poche decine di metri sopra la chiesa e il Municipio formano un altro e diverso nucleo, dal toponimo Medalunga Mistica.
Poco distante c’è invece un ulteriore nucleo di case, appena più consistente (ma si tratta sempre di una decina di stabili, non di più) che le mappe denominano “Morterone”, come se questo fosse identificabile quale “centro topografico” del paese ma solo perché, ribadisco, formato da più case di altri; tuttavia anche questo “centro” nella sostanza non lo è affatto.

In realtà – e qui vengo al dunque svelando la peculiarità citata – Morterone è così perché si tratta di un tipico insediamento abitativo bergamino, fondato dalla celebre stirpe di pastori transumanti – i Bergamini, appunto – che originava da queste montagne e le cui vie rurali essi percorrevano con le loro grandi mandrie durante le transumanze stagionali tra gli alpeggi alpini e prealpini e la pianura lombarda. Lo scopo essenziale dei loro villaggi, a parte quello meramente abitativo e sussistenziale, era di divenire presidi di controllo e gestione efficienti dei pascoli sui quali sostavano le loro mandrie: non abbisognavano di fondare un paese urbanisticamente ordinario, con un centro principale e eventuali frazioni d’intorno, ma di spargersi per l’intero territorio funzionale ai loro allevamenti e ai lavori rurali correlati con tanti piccoli nuclei composti per la maggior parte delle volte da due o tre edifici – solitamente la dimora abitativa la stalla/fienile e la casera – ciascuno occupati da una delle famiglie che componevano il gruppo locale. Poi, in posizione più o meno centrale o comunque logisticamente comoda rispetto a tutti questi nuclei sparsi, veniva edificata la chiesa, luogo di culto al quale i Bergamini tenevano molto nonostante la loro fede cattolica presentasse spesso un mix di grande devozione religiosa e di molteplici credenze di natura mitologica e non di rado paganeggiante, funzionale alla particolare dimensione culturale rural-alpina che hanno elaborato nei secoli.

Questo estratto di una mappa dal web vi può dare un’idea della quantità e della frammentazione nel territorio del comune di Morterone (anche se alcuni altri toponimi secondari, o ancora meno, mancano):

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]
Per tale motivo Morterone è un “non paese” senza un vero e proprio centro urbano, e parimenti per ciò il fascino peculiare del luogo risulta ancora più esclusivo. È come se nella particolare disposizione urbanistica del comune si sia impressa nel suo territorio la storia secolare delle genti che lo hanno abitato, vissuto, modificato e dal quale hanno tratto la propria sussistenza. Un imprinting antropologico che oggi si può perfettamente cogliere da qualsiasi mappa o carta geografica si voglia consultare (vedi lì sopra) e per molti versi si può vivere allo stesso modo di secoli fa, diventando con la nostra presenza elementi in relazione con un paesaggio “supertemporale” – o, se si preferisce, fuori dal tempo – che sa ancora raccontare molte storie e rappresenta, insieme a ogni altra cosa che caratterizza Morterone, un patrimonio culturale di grande bellezza, fascino e attrattiva.

Fateci caso, dunque, la prossima volta che visiterete Morterone: forse, così, riuscirete a sentirvi parte integrante della sua particolare, affascinante, speciale storia alpestre, e lo apprezzerete ancor più di prima.

Una petizione per salvare i Piani di Artavaggio

È un’iniziativa interessante e alquanto significativa, quella di «un gruppo di ventenni» del quale si fa promotore Francesco Stefanoni lanciando una petizione su Change.org (https://chng.it/NYwxVC8N22) per la salvezza dei Piani di Artavaggio dai progetti di “sviluppo turistico” dei quali ho già scritto numerose volte, sul web e sui media locali – e della quale ha scritto Marta Colombo su “La Provincia di Lecco” venerdì 3 febbraio. Importante perché rappresenta un ulteriore strumento di espressione della volontà di salvaguardia di un luogo di bellezza e storia peculiari, divenuto negli anni recenti un modello turistico citato e ammirato (scriverò a breve di ciò), che si vorrebbe degradare e banalizzare riportandovi lo sci su pista, nonostante la realtà climatica e economica che stiamo vivendo. Ed è del tutto evidente che la questione non sta nella “forma”, ovvero nella seggiovia piccola/grande o breve/lunga o quant’altro sulla quale si concentra buona parte del dibattito, ma sta nella sostanza culturale di una località che proprio grazie alla fine dell’epoca sciistica, che ad Artavaggio è stata importante ma si è inevitabilmente chiusa già a fine anni Novanta, ha saputo costruirsi un’immagine turistica e una valenza paesaggistica che, ribadisco, sono divenuti un modello ammirato e preso a esempio altrove nonché raccontato su numerosi testi – dalla guida Dol dei Tre Signori, della quale sono uno degli autori, fino al recente Inverno Liquido, volume che illustra i tanti casi di località ex sciistiche delle Alpi che hanno intrapreso un percorso di rinascita turistica più o meno di successo. Una sostanza culturale, ovvero un senso del luogo che evidentemente gli amministratori locali continuano a non capire, restando immobili sulle loro idee di “quantità” e ignorando la qualità (in senso negativo) degli effetti del loro progetto.

[Immagine tratta da familyplanet.it.]
Ma il lancio della petizione su Change,org è anche un’iniziativa altamente significativa perché viene dai giovani, da coloro i quali stanno per ereditare una montagna che nonostante la realtà di fatto viene ancora sottoposta a interventi del tutto irrazionali, fuori contesto, dannosi, funzionali a interessi che poco o nulla hanno a che vedere con la salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio – elemento fondamentale per la vitalità futura dei monti – e nemmeno con le necessità quotidiane della comunità residente, che da progetti del genere in fin dei conti ha solo da perderci. Il risultato di tutto ciò sarebbe la creazione di una banalissima stazione sciistica che non potrà mai competere con altre vicine e lontane e mostrarsi attrattiva, il degrado di un paesaggio che nel tempo è diventato sinonimo di bellezza montana prealpina e la permanente carenza di risposte alle richieste riguardanti servizi basilari che necessitano a una comunità residente in montagna per restarci a vivere nel modo migliore e più confortevole.

[Immagine tratta da montagnelagodicomo.it.]
Per tutto ciò vi invito caldamente a firmare la petizione “Salviamo i Piani di Artavaggio”, che trovate qui: https://chng.it/NYwxVC8N22. Artavaggio è un modello di rinascita turistica emblematico, apprezzato, lodato, un luogo che può fare da potente traino alla frequentazione turistica consapevole e sostenibile delle montagne valsassinesi ancor più di quanto abbia fatto finora (come conferma lo stesso sindaco di Moggio nel finale dell’articolo de “La Provincia di Lecco”, quando cita i parcheggi della funivia che sale a Artavaggio sempre pieni nei fine settimana, sostanzialmente contraddicendo il senso del progetto che vorrebbe imporre). Dunque perché rovinarlo?