Stefano Villani e le sue pecore, una straordinaria storia di montagna contemporanea

Avrete probabilmente letto da qualche parte, o sentito e visto alla radio o in TV, della storia di Stefano Villani, delle sue pecore disperse tra le cime, le pareti e i precipizi della sua Val Masino e dei reiterati tentativi, attuati con tutti i mezzi possibili, di riportarle a casa ovvero nelle stalle della sua azienda agricola alle porte della celeberrima Val di Mello, gestita insieme alla fidanzata Lucia Giacomelli.

È una storia straordinaria nel bene – per la dedizione con la quale Stefano, insieme a numerosi amici sovente giunti appositamente per aiutarlo, sta cercando di ritrovare e salvare più capi possibile – e nel male, per la perdita di una ventina di pecore purtroppo precipitate da quei ripidissimi versanti. Ma pure al netto della cronaca dei salvataggi – dei quali ne sta scrivendo in modi assolutamente avvincenti sulla propria pagina Facebook Luca Maspes, guida alpina valmasinese – autore anche delle foto che vedete qui, il quale fin da subito si è posto al fianco di Stefano per aiutarlo nelle ricerche e nelle operazioni di recupero in quota – trovo che la storia vissuta suo malgrado da Stefano rappresenti un’emblematica e potente dimostrazione di attaccamento e di passione per le proprie montagne e per la vita tra di esse in piena armonia non solo con il territorio ma pure con la sua storia, con le tradizioni e con un loro possibile e virtuoso futuro.

Ciò in quanto Stefano, abbandonando la precedente occupazione come muratore e aprendo la propria azienda agricola, alleva insieme a mucche, capre e suini neri alpini anche 50 capi di pecora ciuta, una razza ovina autoctona originaria della Valtellina e dell’Alto Lario (la vedete nella foto qui sopra) conosciuta per essere la più piccola delle Alpi e tra le pochissime dotata di corna simili a quelle delle capre la quale, dopo aver seriamente rischiato l’estinzione (solo 10 anni fa se ne contavano appena tre dozzine di capi ragionevolmente “puri”) è stata salvata all’ultimo minuto grazie a un progetto di recupero della Rete alpina Pro Patrimonio Montano (PatriMont) insieme a un gruppo di allevatori locali. Oggi se ne contano circa 400 capi e quello di Stefano Villani è l’unico allevamento della specie in Val Masino, cosa che rende il suo lavoro encomiabile al punto da essere riconosciuto da una menzione speciale agli “Oscar Green” 2023 di Coldiretti, e parimenti dimostra che il suo sforzo per salvare gli animali dispersi in quota ancora più importante.

Per tutto ciò vorrei contribuire nel mio piccolo a far conoscere e sostenere “Vita da greggeun’adozione a distanza, simbolica, della piccola Sion, trovata in compagnia della sua mamma e di altre pecore smarrite in quota, recuperata da Stefano in una notte buia nella Valle dei Sione e salvata dalle rocce impervie e traditrici, portata a valle, in braccio, da Marco, nipotino di Stefano e dal fratello Mauro. È un’adozione simbolica nel senso che attraverso Sion si avrà la possibilità di adottare tutto il gregge coprendo per quanto possibile le ingenti spese sostenute da Stefano per le missioni di recupero – spesso anche con elicotteri, immaginatevi con che costi! – delle sue pecore.

Come funziona lo spiega Lucia in un post sulla sua pagina Facebook, che qui riporto nei punti essenziali:

  1. Ogni singola adozione ha un valore di € 50 o € 100 (bonifico bancario da concordare insieme, l’Iban vi verrà mandato tramite Whatsapp o mail perché al bonifico effettuato corrisponde la data scontrino elettronico).
  2. Avete diritto al ritiro di un corrispettivo in prodotti dell’azienda agricola Villani Stefano.
  3. Ogni singola adozione andrà interamente nelle spese che abbiamo affrontato e stiamo affrontando per il recupero delle pecore in quota con l’elicottero.
  4. Una volta effettuato il pagamento, vi verrà spedito a casa tutto il necessario per l’adozione (abbiamo così bisogno del vostro nome, cognome, indirizzo, via, cap e numero di telefono).
  5. Nella busta troverete la carta di identità con i dati anagrafici dell’agnellina Sion, una lettera di ringraziamento con annessa poesia, lo scontrino elettronico).
  6. Il ritiro dei prodotti potrà essere effettuato passando direttamente in azienda in Val Masino già  dai prossimi giorni fino ai primi di maggio. Non sono previste spedizioni dei prodotti.

Per maggiori informazioni e per aderire alla raccolta fondi potete scrivere alla mail giacomelli.lucia@alice.it o al numero Whatsapp 340.7077315.

Lucia aggiunge che in programma c’è anche una lotteria per la quale come primo premio ci sarà un quadro donato da un artista riconosciuto a livello nazionale; ugualmente il ricavato andrà totalmente a favore del gregge.

Questo è quanto. Purtroppo all’appello mancano ancora una trentina di pecore, la cui ricerca è ora resa oltre modo difficile dalla neve caduta in quota che cancella le tracce, rende l’avvistamento quasi impossibile e l’eventuale recupero parecchio pericoloso. Tuttavia Stefano e i suoi amici non disperano di ritrovare tutti i rimanenti capi dispersi – l’ultimo volo di perlustrazione, come ne ha scritto Luca Maspes, è di qualche giorno fa, infruttuoso – e per tutto questo, mi auguro che pur solo da lontano ma, come visto, comunque in modo estremamente importante, tanti altri amici possano sostenerlo fino all’ultimo in questa incredibile tanto quanto emblematica storia.

P.S.: ringrazio di cuore Luca Maspes per avermi concesso la pubblicazione delle sue fotografie; sulla sua pagina Facebook ne trovate molte altre insieme a numerosi e impressionanti video.

A Corte Grande, navigando sul paesaggio

L’alpe di Corte Grande, sopra Albaredo nel ramo omonimo delle Valli del Bitto, è uno di quei posti che, nel giungerci, nell’attraversarlo e nell’osservarlo, ogni volta mi dona una sensazione di armonia veramente rara. O, forse potrei dire meglio, di equilibrio, di concordia naturale, di eufonia geografica. L’ampia schiena prativa che si protende dal versante sudoccidentale del Monte Baitridana, placidamente bombata fin lungo i suoi bordi boscosi che poi piuttosto repentinamente precipitano verso i solchi della Valle del Bitto e delle laterali Val Fregera e Valle Piazza, sembra galleggiare sul paesaggio, come un’enorme zattera che naviga tranquilla verso l’altro versante della valle, a ponente, e poi oltre, in direzione delle vette rocciose dominate dal Pizzo dei Tre Signori. A tale pontone luminosamente erboso, al quale il Sole regala quasi sempre una fremente festa di luce e calore, fanno da “casseri” due filari di baite armoniose e ben tenute, una prospiciente la “prua” dell’alpe e l’altra di poco arretrata, la cui posizione potrebbe far invidia anche al tenutario d’una villa su chissà quale prestigiosa costa marina.

Peraltro, da Corte Grande ricordo di esserci transitato, anni fa, in una mattina autunnale di fitte brume che ingolfavano il solco vallivo fino a una quota appena inferiore a quella del piano prativo, mentre al di sopra il cielo terso brillava di azzurra magnificenza. In una tale situazione sembrava veramente di stare sulla coperta di un grande bastimento in navigazione su quelle nebbie dense e uniformi se non, correndo ancora più sulle inesorabili ali della fantasia, direttamente in cielo, a chissà quale quota d’altro canto indeterminabile vista la mancanza di visibilità sottostante, un volo soave e sereno in equilibrio sull’impalpabile superficie nebulosa nell’attesa di “attraccare” posandosi sul paesaggio alpestre una volta ricomparso grazie allo svanimento di quelle brume.

Ecco, insomma, un posto di rara grazia, non sfacciata e spettacolare o monumentale… equilibrata, appunto, d’un equilibrio innanzi tutto naturale ma che con pari intensità si manifesta nel viandante che da Corte Grande transita, regalandogli una simile sensazione di equilibrio, misura, armonia, e di concordia con il paesaggio d’intorno – quello che percepisco io ogni volta che passo di lì.

Se ci siete stati, se il luogo lo conoscete o se magari ci passerete, un giorno, mi saprete dire se anche voi afferrate qualcosa del genere – ma se non ci siete mai stati andateci, nel caso poi continuando per l’Alpe Piazza o per la facile e spettacolare vetta del Monte Lago. Forse, saprete intuire altre particolari doti che questa zona delle Alpi Lombarde offre in modi ben più significativi che altrove, e che ne fanno un territorio di raro pregio e di autentico, intenso nonché, appunto, armonioso valore alpino.

Il vuoto del ghiacciaio

I ghiacciai, lo sanno anche i sassi ormai, sono tra i migliori indicatori naturali in assoluto dei cambiamenti climatici sia negli aspetti scientifici sia in quelli paesaggistici, per come la loro grande mole renda evidenti e inoppugnabili a tutti le variazioni che subiscono, anche nel breve periodo, in forza di quei cambiamenti. Per tale motivo vengono così spesso fotografati e mostrati al pubblico: basta affiancare due immagini dello stesso ghiacciaio (di qualsiasi angolo del pianeta, ormai) riprese oggi e solo qualche anno fa, se non decenni fa, per rilevare le sconcertanti perdite di estensione e di massa subite anche da parte di chi non sappia nemmeno cosa sia la glaciologia.

Tuttavia, un’evidenza forse ancora più sconcertante, riguardo il ritiro dei ghiacciai, è constatare non tanto ciò che ne resta ma ciò che già non c’è più: il vuoto lasciato dalla scomparsa della massa glaciale, l’alveo ricolmo di aria e niente altro, la mancanza percepibile e drammatica nel paesaggio ove il ghiacciaio si trova(va). L’immagine che vedete lì sopra, scattata da Alberto Prina (lo scorso maggio, anche se le condizioni erano già quelle di fine estate) e che io traggo dalla pagina Facebook di Jacopo Merizzi – guida alpina, scalatore leggendario, uno dei celeberrimi numi tutelari di quel sublime territorio alpino che è la Val Masino e il suo gioiello-nel-gioiello, la Val di Mello – rende perfettamente l’idea della quale vi sto scrivendo. Mostra il vuoto lasciato dalla scomparsa della lingua valliva del Ghiacciaio della (o del) Ventina, in alta Valmalenco nel gruppo del Disgrazia, con i due enormi cordoni morenici laterali che contenevano una conseguente, gigantesca massa di ghiaccio la cui fronte un tempo lambiva i rifugi sul fondovalle, visibili nell’immagine (se la ingrandite cliccandoci sopra li noterete meglio), e che in un secolo è totalmente sparita, lasciando solamente il nulla. Oggi il ghiacciaio si sta sempre più ritirando nel circo sommitale della valle e ne fuoriesce una lingua stretta e magra, in parte ricoperta da detrito, che non riesce più nemmeno a ricordare o rimarcare a chi non l’avesse mai vista ciò che era un tempo.

Il nulla, già. Una volta quel nulla era ghiaccio, dunque acqua (potabile), era un paesaggio differente, ambientalmente più ricco, era una montagna apparentemente più vitale, era la dimostrazione di un clima ben diverso. Oggi è la prova inequivocabile di un dramma climatico in corso del quale ancora troppo poco siamo capaci di concepire la portata e le conseguenze, dunque di formulare la necessaria resilienza – che, per certi versi e in circostanze estreme, sta già diventando pratica di sopravvivenza.

Le immagini del ritiro e dello sfacelo dei ghiacciai sono fondamentali e indispensabili dacché inequivocabili in ciò che mostrano e raccontano, senza lasciare posto ad alcun dubbio. Tuttavia, ribadisco, lo sono pure le immagini che non li mostrano più, i ghiacciai, proprio perché non ci sono più. Il vuoto che si coglie tanto chiaramente da esse, se posso così dire, è un po’ il vuoto che c’è nella nostra anima di fronte ai cambiamenti climatici e del mondo nel quale viviamo, che probabilmente col passare del tempo diventerà sempre più un altro mondo, un altro paesaggio. Simile per certi aspetti, diverso per molti altri. C’è solo da augurarci che quel vuoto glaciale non rappresenti a suo modo anche il vuoto delle coscienze e delle volontà umane nel cogliere, comprendere e, per quanto possibile, agire. Affinché resti solo parziale, il vuoto, magari ancora colmabile, in qualche modo, e non diventi invece totale, definitivamente.

L’occhio del Gigiàt

Rimando ben volentieri il seguente invito di Pietro Lacasella e del suo blog “Alto-Rilievo / Voci di montagna” per partecipare a un’iniziativa che ritengo assolutamente importante: per le montagne, per chiunque le frequenti e per l’intero mondo nel quale viviamo. Altro che “Sapiens”, diventiamo tutti quanti Homini Gigiàt, per il bene e la salvezza dei nostri monti!

Il Gigiàt è un essere gigantesco e asimmetrico che vive in Val Masino. È un animale ibrido, meticcio, un incrocio tra il caprone e il camoscio.
Nonostante le dimensioni è difficile scorgerlo tra i boschi e le pareti della valle. Eppure ogni tanto si palesa, con sguardo vigile e attento, per sorvegliare i suoi territori e per ammonire chi su di essi non si muove in modo equilibrato e rispettoso.
Nel 2021, ad esempio, il suo mastodontico occhio è apparso sul celebre Precipizio degli Asteroidi. Sotto l’occhio si stagliava un messaggio, breve e minaccioso: «Vi vedo!». Era riferito a chi stava per modificare irrimediabilmente la valle, sfregiandone l’aspetto, ferendo la sua fisionomia così suggestiva.
Uscendo dalla Val Masino, non è difficile accorgersi delle trasformazioni che stanno progressivamente alterando il carattere dei rilievi italiani.
Questo appello, rivolto ad alpinisti, escursionisti e trailrunner, è un invito a farsi Gigiàt e quindi a sfruttare la prospettiva aerea offerta dai rilievi per documentare e segnalare le innaturali trasformazioni causate dal cambiamento climatico e, più in generale, dall’animale-uomo.
Per anni abbiamo usufruito della montagna per appagare la nostra sete di avventura o, molto più semplicemente, per godere dei benefici offerti da territori ancora parzialmente integri. Ora che questi territori sono in difficoltà, specialmente quelli coperti da ghiacci sempre meno perenni, è arrivato il momento di ricambiare il favore con un’azione di sensibilizzazione collettiva. Un’azione rivolta innanzitutto a noi stessi, per ricordarci che anche il contributo del singolo è di vitale importanza, ma soprattutto alle istituzioni, esortandole a prendere maggiormente in considerazione le esigenze ambientali del presente.
Per farvi Gigiàt e quindi per contribuire a questo sforzo divulgativo, vi invitiamo a fotografare, durante le vostre esperienze montane, tutto ciò che il vostro occhio giudica anomalo e inopportuno.
Le foto verranno pubblicate sulla pagina Instagram L’occhio del Gigiàt e successivamente raccolte in una pubblicazione.
Per sottoscrivere l’appello e per maggiori informazioni sull’iniziativa: https://occhiodelgigat.wordpress.com/

Denunciare chi danneggia il paesaggio serve a qualcosa?

Quando disquisisco qui sul blog o altrove di opere, lavori, interventi e progetti in montagna che nei fatti appaiono quanto meno discutibili se non proprio dissennati e guidati da logiche che con la cultura di montagna e la salvaguardia del paesaggio alpino stridono palesemente, qualche amico che magari a sua volta si occupa di questi argomenti me lo fa notare spesso: «tu denunci, noi denunciamo ma poi la maggior parte delle persone non capisce, a volte persino approva!» e chi agisce in quel modo, anche a fronte di danni evidenti, lo fa e continua a farlo in modo indisturbato e senza alcuna conseguenza o riconoscimento delle proprie responsabilità, scambiando furbescamente la noncuranza e l’inconsapevolezza (dovrei scrivere “ignoranza”, forse?) maggioritaria come gradimento e consenso.

Hanno ragione, questi amici. Viene da chiedersi a cosa serva denunciare, mettere in evidenza, spiegare, argomentare, proporre alternative, quando poi tutte queste dissertazioni rimbalzano contro troppe persone prive, loro malgrado, degli strumenti culturali per capire e dunque cadono nel vuoto – sempre che nel frattempo non si venga additati come “soliti rompicoglioni” o altre simili amenità. Ci si risponde che sarebbe peggio se non si facesse tutto ciò, se si lasciasse totale campo libero a chi crede di poter fare del bene pubblico e del patrimonio ambientale ciò che vuole per perseguire i propri tornaconti personali pretendendo in cambio consensi unanimi, plausi e lodi. Viene però anche da temere che, pur auspicando che tutta questa attività di formazione d’una consapevolezza civica al riguardo e a favore della presa di coscienza della realtà concreta e oggettiva delle cose (uso tali definizioni altisonanti con tutta la modestia del caso, sia chiaro), riesca col tempo a ottenere i risultati sperati, quando ciò accadrà sarà troppo tardi e a fronte di un pubblico finalmente informato, consapevole, attento e sensibile, i danni nel frattempo perpetrati da chi detiene il potere decisionale saranno ormai vasti e irreparabili. Verrebbe pure da pensare, a prescindere dall’attività di informazione obiettiva suddetta, che sarebbe il caso di argomentare meno a passare più diffusamente a contromisure drastiche ma probabilmente meglio comprensibili da quel pubblico in gran parte disattento e allarmabile solo con le maniere più decise: ad esempio, mettere in pubblica evidenza non più l’opinabilità di un progetto e di un lavoro attraverso argomentazioni estese e dettagliate (considerazioni ritenute spesso troppo tecniciste e colte dunque ignorate da chi non sa leggere più di poche righe alla volta in perfetto stile social network) ma, più direttamente, la scemenza dell’amministratore pubblico o degli amministratori pubblici che ne sono responsabili. «Tu, sindaco, non stai sbagliando questo intervento per questa o quell’altra motivazione tecnico-scientifica, ma perché sei scemo!»: il concetto sarebbe più chiaro, no? Oppure, pretendere -ad esempio per i territori alpini come la Val di Mello, oggetto di recenti interventi alquanto discutibili e di alcuni miei relativi scritti (e sulla cui questione lì sopra vedete una mini-rassegna stampa) – non più soltanto una più attenta salvaguardia ambientale o un maggior controllo del turismo o degli accessi in generale al luogo ma proprio la chiusura dello stesso per tot anni, trovando il modo di salvaguardare le attività che ci lavorano ma di contro dicendo chiaramente e pubblicamente che «lo stavate conciando da fare schifo, tutti voi, ora è bene che ne stiate lontani per un bel po’, razza di barbari che non siete altro!»: a mali estremi, estremi rimedi, insomma, e chi protesta al riguardo si guardi prima allo specchio come chiunque altro – perché in queste circostanze le colpe sono di tutti, anche dei “buoni” a volte così tanto buoni da apparire coglioni.

Insomma, avete capito il concetto di fondo. Se uno imbratta la Monna Lisa disegnandoci sopra dei “simpatici” fiorellini rosa e dieci denunciano il fatto ma intanto cento pubblicano sul web la foto dell’opera imbrattata sui social (o altrove: non è il mezzo che conta, nella forma) commentando «Che figata! Così è più bella!», tanto lontano quella denuncia non può andare. Di contro, a furia di insistere magari tra un tot di tempo la maggioranza finalmente capirà: ma il capolavoro sarà recuperabile al proprio antico splendore o, passato così tanto tempo, si sarà ormai danneggiato permanentemente? Tuttavia, a non denunciare e passare per “soliti rompicoglioni”, non sarebbe ancora peggio?

Il dubbio resta aleggiante, insomma, ma mi torna in mente quel noto aforisma di Voltaire, «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno», dunque, personalmente, preferisco arrovellarmi in quelle domande ma intanto non restare con le mani in mano e la bocca chiusa, al contempo continuando a pensare, meditare, studiare, comprendere, agire fin dove e quanto possibile, sperando che col tempo i buoni frutti (civici) possano sempre più crescere. Perché d’altronde c’era pure Goethe che disse «Il dubbio cresce con la conoscenza» ed è un principio che, se lo si riesce a manifestare concretamente, non può che aiutare chiunque, i dubbiosi consapevoli tanto quanto i sicuri inconsapevoli. Ecco.