Domenica scorsa, a Milano, ragionando di montagne, outdoor, comunità, rigenerazione, futuro

Qualche immagine di “Rigenerarsi: outdoor e comunità”, l’incontro tenutosi domenica scorsa a Milano, da e/n enoteca naturale per il ciclo “Spore” curato da Campo Base Project al quale ho partecipato insieme a Sofia Blu Cremaschi di SlipmodeAgnese Moroni di Protect Our Winters Italy e Davide Branca di The Outdoor Manifesto. È stato bello e interessante confrontarsi, insieme al pubblico presente, su un tema che a volte appare fin troppo scontato e invece non lo è affatto, soprattutto in territori “difficili” come quelli montani: il fare comunità, e nello specifico dell’incontro – nel senso che era il suo tema principale – come rigenerare le comunità attraverso la presenza e l’interazione con altre comunità, quelle dei praticanti delle attività outdoor – intese innanzi tutto come quelle che si svolgono in ambiente naturale senza dinamiche massificate, come avviene per lo sci su pista.

È un tema per nulla scontato e alquanto importante per i territori montani, visto come l’industria dello sci, sia per ragioni climatiche e sia economiche, è sempre meno preponderante nel turismo di montagna mentre l’outdoor cresce costantemente anno dopo anno, presentando caratteristiche che, a differenza dello sci su pista, se ben pensate e gestite si possono armonizzare e integrare maggiormente con i territori e le comunità diventando un volano di rigenerazione non solo economica ma soprattutto sociale e culturale di grande potenzialità.

È proprio questa la direzione da seguire, per come ne abbiamo disquisito e riflettuto a Milano domenica: sostenibilità tanto ambientale quanto socioculturale, (ri)messa al centro delle comunità, interazione, integrazione, inclusione con le comunità outdoor, visione strategica comune e condivisa contestuale al territorio che includa ogni soggetto coinvolto, dai brand commerciali delle attrezzature sportive fino al singolo cittadino locale, per fare massa critica (che è una forma pienamente compiuta di “comunità”, se ci pensate bene) e adattare a quella visione le azioni della politica, non viceversa.

In ogni caso, proprio per l’importanza del tema e come ho già fatto in passato (di recente qui, ad esempio), ci tornerò sopra nuovamente.

Tutti possono andare a fare i turisti in montagna, oppure no?

Cari amici,
vorrei chiedere il vostro parere su questo tema: flussi turistici sempre più cospicui frequentano le montagne, con un aumento netto dal Covid in poi per i motivi già noti, e ciò comporta che nei luoghi maggiormente turistificati giungano spesso persone che dimostrano di non conoscere e comprendere a sufficienza la realtà montana, a volte comportandosi verso di essa in maniera opinabile e poco rispettosa. Secondo voi:

  1. È comunque un bene che chiunque, anche le persone oggi così poco affinate, possano frequentare le montagne così da poter comprendere in maniera più compiuta la loro cultura e per questo “educando” nel tempo il proprio atteggiamento al rispetto dei monti e in generale, per “induzione”, del mondo che frequentano (in pratica ciò a cui si riferisce il vecchio e un po’ retorico detto «La montagna è una scuola di vita»).
  2. Sarebbe meglio se persone così poco educate e attente al rispetto dei luoghi nei quali si trovano, in special modo quelli montani particolarmente pregiati e delicati, non li frequentassero, al fine di evitare il rischio che certi modelli comportamentali da non luoghi del mondo odierno iperantropizzato e consumista ammorbino i territori montani degradandone definitivamente la realtà e la loro cultura.

Che ne pensate?

Ovviamente potete aggiungere qualsiasi altra considerazione al riguardo (io ho cercato di condensare al meglio le posizioni principali nelle due risposte proposte), e non credo serva rimarcare che il tutto ha un valore puramente discorsivo, di confronto teorico ma non per questo meno interessante.

Grazie di cuore per i contributi che vorrete manifestare!

P.S.: sia chiaro che non voglio assolutamente affermare, con quanto sopra esposto, che sui monti possano esserci turisti di seria A e turisti di serie B e tanto meno che pure tra i più assidui frequentatori delle montagne (o tra i montanari stessi) non manchino soggetti assai poco educati e sensibili ai luoghi che frequentano e vivono. Di principio nessuno è più bravo o più buono di qualcun altro, semmai si dimostra più attento e sensibile, per personale atteggiamento e predisposizione, quando si trova in certi luoghi “speciali”. Fatto sta che la questione esiste, è di frequente (e in maniera crescente) segnalata ed è di matrice innanzi tutto culturale, dunque assolutamente importante nell’ottica dello sviluppo e della gestione del turismo nelle terre alte, di qualsiasi tipo esso sia.

 

Grazie ancora a chiunque contribuirà!

Aiutare le famiglie con disabili? No, in Lombardia si preferisce costruire seggiovie (dove non nevica più)!

[Una manifestazione dello scorso marzo a Milano contro i tagli ai caregivers lombardi. Immagine tratta da qui.]
La Regione Lombardia taglia i fondi all’assistenza dei disabili gravi e gravissimi – il cosiddetto caregiving: vengono tolti circa 10 milioni, meno di quanto la stessa Regione Lombardia ha stanziato, ad esempio, per uno dei tanti assurdi progetti di nuovi impianti sciistici o di innevamento artificiale in luoghi dove è già oggi problematico sciare e domani sarà impossibile.

Un paio di seggiovie o un tot di cannoni sparaneve al posto dell’aiuto a circa 7.000 famiglie lombarde con persone disabili.

Lombardia: «la Regione del fare» (schifo).

P.S.: qualcuno ritiene che questa mia affermazione sia “populista”? Be’, se lo sia oppure no vada a chiederlo ai familiari delle persone disabili.

La montagna che non fa comunità perde ogni possibilità di avere un futuro

[Il paese di Sauris di Sotto/Unterzahre in Carnia, provincia di Udine.]
[…] È quanto mai necessario il recupero e la rivitalizzazione della polis delle montagne, della sua dimensione di comunità civica, sociale, culturale e antropologica quanto di quella politico-amministrativa, di rappresentanza autentica, concreta e attiva per i propri territori, parimenti rivitalizzando una connessione democratica costante tra le due comunità per far che veramente la montagna possa, per quanto possibile, tornare ad avere il controllo della propria realtà e delle proprie sorti in una dimensione culturale rigenerata che finalmente possa svincolarsi da quei modelli “alieni” imposti quasi sempre attraverso modalità ingannevoli. I quali, sia chiaro, potranno ancora essere realizzati, se si riterrà il caso di farlo, ma che dovranno inevitabilmente mettere al centro delle proprie azioni la comunità, la polis della montagna, il suo benessere che è il benessere della montagna stessa in quanto territorio, paesaggio, luogo di vita e di costruzione del miglior futuro possibile. Un progetto di ampio respiro e vaste prospettive per ri-fare comunità, insomma: quanto di più indispensabile per le montagne, quanto di più inevitabile da subito e sempre più nei prossimi anni.

[Questa è l’ultima parte del mio articolo La “polis montana” e lo sgretolamento del senso di comunità: cosa dovrebbero fare le montagne, e cosa non fare, per garantirsi un futuro migliore? pubblicato il 19 aprile 2024 su “L’AltraMontagna“. Per leggerlo nella sua interezza cliccate sull’immagine qui sotto.]

La “polis montana” e lo sgretolamento del senso di comunità: cosa dovrebbero fare le montagne, e cosa non fare, per garantirsi un futuro migliore?

[Articolo originariamente pubblicato il 19 aprile 2024 su “L’AltraMontagna“.]

Platone, il grande filosofo greco considerato tra i padri fondamentali del pensiero occidentale, scrisse che per quanto Atene, la sua città – polis, in greco -, fosse un luogo fatto di case, mercati, templi e teatri, erano gli ateniesi a fare la «polis». Cioè, di un luogo abitato e antropizzato, proprio in quanto tale, sono gli abitanti a determinarne l’anima, la quale dunque è l’elemento fondamentale che dà senso al luogo stesso, alla sua realtà, a ciò di cui si compone – case mercati templi e teatri.

E se il riferimento di Platone, come detto, era Atene, «polis» è nel principio qualsiasi luogo abitato «da una comunità di individui e famiglie tenute assieme da molteplici legami etnici, religiosi, economici, ecc.» come recita la definizione del termine. Comunità, non casualmente, è proprio il termine che venne scelto quando nel 1971 furono istituiti gli enti territoriali locali nati per l’amministrazione di territori geograficamente omogenei con funzioni sovracomunali, denominati appunto comunità montane. In effetti la montagna, ambito dotato di peculiarità geografiche e ambientali speciali e di conseguenti complessità, ha imposto all’uomo fin da quanto vi si stabilì stanzialmente secoli addietro la necessità di fare comunità ben più che altrove, al fine di sopravvivere alle condizioni difficili quando non ostili delle terre alte. La città si è fatta comunità attraverso modalità per così dire più spontanee, scaturenti dalla propria natura urbana (urbs, città in latino ma con accezione di «spazio nel quale si insediano gli edifici», differente dalla polis definita da Platone), almeno fino a che le trasformazioni della modernità e della post-modernità non abbiamo parecchio sfibrato le capacità di fare comunità delle città di oggi. In ogni caso quella urbana è nella sostanza una natura opposta a quella propriamente detta, nella quale invece si sviluppa la comunità di montagna e con la quale deve inesorabilmente rapportarsi in una relazione che, come accennato, abbisogna necessariamente di unire le forze di tutti per perseguire intenti comuni, in primis quelli di sussistenza. D’altro canto la montagna si fa comunità anche in senso antropologico, in forza della relazione che si costruisce tra il luogo con le sue peculiarità speciali – ben differenti da quelle cittadine e non solo per il paesaggio – e chi lo abita, e parimenti si fa comunità per le sue caratteristiche geomorfologiche, per come le valli montane avvolgano, racchiudano e proteggano, oppure isolino, le genti che le abitano, costrette nel bene e nel male a interagire in uno spazio comune ben definito, dunque altrettanto identitario.

[La borgata San Martino di Stroppo, capitale medievale dell’alta Valle Maira. Immagine tratta da www.alpicuneesi.it.]
Insomma, per tutto quanto rimarcato la montagna è viva, e si mantiene tale in ogni aspetto, se viva e vitale è la sua comunità; viceversa, stante la propria realtà difficile, non potrà sfuggire ai fenomeni di svigorimento socioeconomico e culturale che hanno colpito, e a volte devitalizzato, numerosi territori montani. Questa evidenza comporta che, riguardo qualsiasi intervento venga messo in atto sui monti e di qualunque genere – politico, amministrativo, economico, infrastrutturale, eccetera -, uno dei suoi punti fermi deve e dovrà sempre essere la comunità nel suo insieme, soggetto principale dei benefici derivanti dall’azione compiuta.

Ecco: si provi a rintracciare questo punto fermo, il conseguire benefici concreti e durevoli a vantaggio delle comunità dei territori montani, nei numerosi progetti di infrastrutturazione ad uso del turismo di massa e dei suoi modelli commerciali realizzati o proposti sulle montagne. Si constati se c’è la comunità, in quei progetti, se è presente non solo come oggetto economico ma soprattutto come soggetto sociopolitico. Ben difficilmente la si trova, o anche solo la si intravvede. Non c’è, non è contemplata o, per meglio dire, non è contemplabile, evidentemente.

[La montagna in preda al turismo di massa che diventa “luna park” a discapito di ogni altra sua peculiarità.]
Sia chiaro: che il modello turistico oggi imperante in montagna – nelle sue varie forme ma con identica sostanza – non sia in grado di fare comunità non è mancanza o colpa recente. Fin da quando il turismo è diventato fenomeno di massa invadendo innumerevoli vallate alpine e appenniniche adatte ai suoi scopi, subitamente le comunità di quelle vallate sono state spinte da parte, quando non calpestate. D’altro canto quel modello turistico galoppante sull’onda del boom economico prometteva ai montanari un benessere prima impensabile, dunque incontestabile, e così è stato per qualche lustro; tuttavia non rivelava ciò che pretendeva in cambio per ottenere i propri scopi: che non poteva ammettere la comunità, la polis montana, la quale invece doveva essere – e infatti è stata – disgregata e frammentata, sfilacciando e sovente spezzando i legami che la tenevano insieme, come recita la definizione del termine, per fare in modo che chiunque vi facesse parte potesse e dovesse porsi al servizio degli scopi del turismo e delle esigenze del turista, nuovo e indiscusso protagonista della realtà montana in quanto strumento funzionale a quegli scopi e ai tornaconti di chi ne beneficiava… [⇒⇒⇒ continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

[Rottami sciistici e scheletri alberghieri all’Alpe Bianca in Valle di Viù, provincia di Torino.]
P.S.: tutti gli articoli che ho scritto per “L’AltraMontagna” e lì pubblicati li potete trovare qui.