Insomma preti e poliziotti e padri e poeti e pitocchi e tutti quelli che cominciano con la «p» gli stavano sui coglioni. Perfino i montoni marchiati con la «p» non li poteva vedere, per colpa dei preti che lo avevano ingannato, per colpa del poliziotto impiccione e stupido per soprammercato, per colpa dei poeti sparlatori, per colpa del popolo con le orecchie sempre aperte, per colpa dei pitocchi che hanno il mento sporgente, e per colpa dei politicanti pelati e forse, forse anche per colpa del suo grande nemico, il Punteglias, quel vento che chiamano anche il Mazzacauras, quel vento cattivo che piombava sempre insieme alla neve muta sul suo gregge, per colpa del prete che non si prendeva la briga di benedire il suo alpeggio come si deve.
[Leo Tuor, Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, pag,73. Quella che vedete nella foto lì sopra è la Camona da Punteglias, rifugio del Club Alpino Svizzero sul versante grigionese del Tödi che prende il nome proprio dal vento citato da Tuor.]
[Foto di Tiia Monto, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]N.B.: il Piz Lunghin, montagna grigionese alta 2780 m e dunque non tra le più importanti di questa regione delle Alpi, è di contro considerata il centro idrografico d’Europa. Infatti il Piz Lunghin è formato da tre versanti principali che sovrastano a Sud la Val Bregaglia, a Est l’Alta Engadina e a Nord l’Albula: la pioggia che cade sulla montagna, se fluisce verso la Val Bregaglia attraverso il Maira, il Lago di Como, l’Adda e il Po finisce nel mar Mediterraneo, se scorre verso l’Alta Engadina tramite l’Inn e il Danubio giunge al mar Nero, se scende verso l’Albula alimenta il Reno e confluisce nel Mare del Nord ovvero nell’Oceano Atlantico.
Se può esistere un genere letterario che sia compiutamente definibile come “di montagna”, i suoi testi devono (dovrebbero) saper far parlare la montagna. E se la montagna può “parlare”, non parla certo come parlano le colline, con toni dolci e pacati, o lineari e razionali come le pianure ma di contro neanche con l’asprezza e la severità del mare, totalmente diversa. Usa un proprio linguaggio, un lessico particolare la cui forma è la stessa delle rocce, degli alberi, delle pareti, dei venti e delle bufere; ciò non toglie che possa disquisire più amabilmente come pare ci parlino certe sublimi praterie alpestri ma, nel caso, avendo sempre pinnacoli e precipizi pronti a conferire nuova durezza al linguaggio.
E se tutto ciò piò accadere, che la montagna possa parlare e che un libro possa fissare nero su bianco le sue parole, credo che tale testo, ad esempio, assomiglierebbe a Giacumbert Nau, di Leo Tuor (Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, 1a ed.orig. 1988), scrittore svizzero in lingua romancia (variante sursilvana, per la precisione) ed esponente di quella sorta di clan letterario grigionese che oggi a me appare come il vero custode (con rare eccezioni al di fuori di esso) dell’autentica parola delle montagne, ovvero della più compiuta “letteratura di montagna” in circolazione.
Giacumbert Nau è (se non sbaglio) l’esordio di Tuor, che di mestiere fa lo scrittore ma pure il pastore e il casaro in un minuscolo villaggio del Surselva (al riguardo date un occhio al meraviglioso sito web familiare dei Tuors – anche la moglie è autrice letteraria oltre che teologa), dunque non potrebbe essere più adatto a scrivere di montagne, tanto più delle sue, quelle dove da sempre vive e lavora. Forse proprio perché è il testo d’esordio, dunque non mediato da condizionamenti editoriali di sorta o da altre necessità autoriali, Giacumbert Nau appare come una formidabile manifestazione d’un linguaggio profondamente alpino, rurale, radicato e quasi ancestrale […]
[Immagine tratta da www.suedostschweiz.ch.](Potete leggere la recensione completa di Giacumbert Nau cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
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Questa stupefacente veduta prospettica di Venezia è opera del disegnatore svizzero-tedesco Matthäus Merian, celebre per tali opere geografiche e topografiche sovente incise su rame, ed è stata pubblicata a Francoforte nel 1635. Stampata in varie edizioni, la veduta della città lagunare fu molto conosciuta anche oltre i confini della Germania ed influenzò per tutto il secolo buona parte dell’iconografia veneziana. La sua fortuna derivò dalla precisione e nitidezza dell’intaglio, ricco di dettagli leggibili, oltre che dal formato oblungo che ben si addice alla forma della città.
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Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.