Sculture

Opere di Alberto Giacometti alla Biennale di Venezia nel 1962; immagine tratta dalla pagina Facebook di “Artribune”. Ovvero: quando l’arte genera altra arte, anche “incidentalmente”. Sculture, in questo caso, sia quelle di destra che quella a sinistra, tutte quante a loro modo meravigliosamente “viventi”.

Di Giacometti, uno dei più grandi artisti di sempre – e questo la foto lì sopra lo conferma pienamente, a suo modo – e delle sue terre natali alpine ho scritto di recente, qui e qui.

Uno dei più bei dipinti dell’Engadina (“senza” l’Engadina)

L’Engadina è uno dei luoghi più affascinanti delle Alpi e del mondo, inutile rimarcarlo, e nel tempo il fascino assoluto del suo paesaggio si è cercato di catturarlo in molti modi attraverso narrazioni letterarie e immagini di vario genere. Tamara de Lempicka – d’altro canto forse la più fascinosa artista della storia – in Saint Moritz (1929, esposta al Museo di Belle Arti di Orléans) ha saputo rendere il fascino engadinese senza in fondo raffigurarlo, ovvero condensandolo in una figura femminile – un autoritratto, peraltro – effigiata in un ambiente invernale dietro la quale si intravede una porzione di rocce innevate. Una figura la cui bellezza intrigante e un po’ malinconica è del tutto femminile e umana, ma che al contempo riesce a rappresentare perfettamente quella della montagna, che nell’opera sostanzialmente non si vede tuttavia l’osservatore s’immagina e della quale, per tutto questo, è come se percepisse il grande fascino – paesaggistico e non solo.

Saint Moritz è un piccolo e poco noto capolavoro di “arte alpina” senza esserlo, in effetti, ma assolutamente capace di raffigurare un immaginario di paesaggio nel modo più intenso e consono al luogo che ne è fonte e ispirazione.

Il futuro dello sci, in breve

Ci si ritrova spesso a discutere – tra addetti al settore, professionisti della montagna, studiosi di vario genere, appassionati – intorno al futuro del turismo dello sci, quello che per convenzione “istituzionalmente” stereotipata e mediaticamente imposta viene considerato “il” turismo della montagna invernale ovvero l’economia ineluttabile di essa, ma di contro che appare per vari motivi e sotto diversi punti di vista claudicante, se non già in stato comatoso. Poi, alle riflessioni che scaturiscono da tali dibattiti, di qualsiasi genere esse siano, a volte si aggiungono dati sui quali invece c’è ben poco da discutere. Come quelli indicati nella tabella sottostante, che ho trovato in questo articolo di “Swissinfo.ch” (cliccateci sopra per ingrandirla):

Ecco: nell’ottica del futuro dello sci su pista e rispetto alla realtà di fatto della montagna del presente e degli anni prossimi, ragionando grossolanamente ma fondatamente, posti tali dati possiamo considerare che il costo di produzione di un metro cubo di neve artificiale varia dai 2 Euro (clic) ai 5 Euro (clic); dunque le stazioni sciistiche italiane, che essendo sul versante Sud delle Alpi (pur con esposizioni locali apparentemente favorevoli) in genere stanno subendo maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici – non a caso devono produrre più neve artificiale, come la tabella dimostra – sono costrette a sostenere al riguardo spese quasi doppie rispetto alle località svizzere e quasi triple rispetto a quelle francesi. Oltre a tutto il resto, e  denotando che i costi suddetti sono riferiti al periodo precedente l’attuale che, come sappiamo tutti, sta registrando aumenti dei costi energetici mai riscontrati prima, con inevitabili ricadute sulle attività in questione e sui bilanci delle società di gestione, già da anni alquanto disastrati e puntellati da risorse pubbliche.

Dunque, la domanda (ri)sorge spontanea per l’ennesima volta: dove sta andando a finire lo sci su pista? O forse è ormai più corretto chiedere: come sta andando a finire?

Le mucche

[Foto di Oliver Augustijn da Unsplash.]
Avete mai guardato una mucca negli occhi? E, se sì, cosa avete visto, cosa avete percepito nel suo sguardo? E avete mai pensato a cosa lei, la mucca, abbia visto nel vostro sguardo?

La mucca credo sia una delle creature che noi umani più sottovalutiamo in assoluto, in senso specista, eppure è tra quelle fondamentali per la nostra vita e per lo sviluppo della nostra civiltà – con “nostra” intendo di questa parte di mondo e in particolare dei territori di montagna o adiacenti a essi, come è l’intera Italia. La vediamo quieta e paciosa pascolare sugli alpeggi o nei prati di pianura, la sentiamo raramente muggire e praticamente mai reagire con apparente “animalità” come fanno altri, la guardiamo quasi sempre con sufficienza, come una bestia forse un po’ stupida, poco empatica, priva di emozioni o comunque incapace di manifestarle, buona soprattutto per fare da immancabile elemento scenografico ai paesaggi montani. Di contro, è uno degli animali che più abbiamo votato al nostro assoluto servizio: le abbiamo imposto il dovere di darci latte e carne e di contro l’abbiamo spesso imprigionata in allevamenti industriali spaventosi, in condizioni criminali, senza che mai si sia rivoltata contro i suoi carcerieri umani; al di là di tali brutture, storicamente è soprattutto grazie alla mucca se la zootecnia si è sviluppata dall’Alto Medioevo in poi fin nelle forme odierne, innanzi tutto nelle zone europee a ridosso dei monti, sviluppando poi tutta un’economia fondamentale per l’evoluzione dell’intera civiltà di cui siamo parte. È un animale, insomma, che abbiamo sempre guardato, e osserviamo tutt’ora, soprattutto attraverso la sua utilità a nostro vantaggio, quasi mai osservandola come un essere vivente tale quale a noi, come tutti gli altri nel mondo che viviamo e come i tanti verso cui riserviamo ben maggiori attenzioni e considerazioni.

Ma, ribadisco, provate a guardare una mucca negli occhi. Se lo fate, lei probabilmente ricambierà lo sguardo e vi osserverà fissamente; come voi verso di lei, ugualmente in quegli istanti cercherà di relazionarsi a voi, in un modo tanto elementare come quello offerto dagli occhi eppure potenzialmente intenso, profondo e “dialogante” come nessun altro senso forse può fare. E provate a immaginare, con quel suo sguardo, cosa vi stia chiedendo. Perché qualcosa ce lo chiede, io credo, e in fondo comprenderà essa stessa che noi umani siamo le creature del mondo che quotidianamente vive più importanti per lei, quelle con cui deve intrattenere la relazione principale. Di più: sono certo che non si fermi solo a questo il suo pensiero, che quel suo fare così docilmente “tonto” non sia affatto il segno di scarsa intelligenza ma forse il contrario, sia un modo di osservarci senza dare troppo nell’occhio e, chissà, nel frattempo per studiarci e capirci – e capire cosa ci facciamo realmente al mondo – come noi, che continuiamo a osservarle con sufficienza e un po’ di scherno pensando al formaggio, al cioccolato al latte e a profumate bistecche, non sappiamo invece fare. E dunque, se così fosse, chi sarebbe veramente l’animale, tra i due?

Per tutto ciò sono molto curioso di poter vedere, appena possibile, Cow, il film della regista inglese Andrea Arnold – apprezzatissimo dalla critica, il cui trailer vedete qui sopra – che, dice la presentazione, «esplora la vita di una mucca da latte, offrendoci la possibilità di osservare da vicino la sua realtà quotidiana e facendoci riflettere su quale grande servizio ci offra» nonché ci fa pensare proprio sulla nostra relazione con animali del genere, così importanti per noi, attraverso il loro punto di vista – sta qui la novità sostanziale del film in forza dell’animale in questione. Più in generale Cow ci costringe a riflettere sulla nostra relazione con l’intero ambiente naturale, verso il quale – altra drammatica supponenza nostra – ci sentiamo sempre così superiori e dominanti ma generando di continuo prove dell’insussistenza di una tale condizione.

Spero di vederlo presto, ripeto, così come di tornare a dialogare attraverso lo sguardo reciproco con qualche mucca, in giro per le montagne, e “scambiarci” qualcosa di sicuramente interessante, ecco.

Nove città alpine impegnate per il clima

[Panorama di Briga-Glis. Foto di Daniel Reust, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
A proposito di clima, in senso generale ma con particolare attenzione alla regione alpina, lo scorso anno è stato avviato da parte della Convenzione delle Alpi il progetto Climate Action in Alpine Towns che nel corso del 2022 impegnerà nove città alpine a realizzare interventi per il clima in termini di pianificazione territoriale e partecipazione dei cittadini – cosa quanto mai importante e necessaria in tali contesti, anche come forma di sensibilizzazione attiva verso la politica amministrativa che troppo spesso risulta assente – si veda il post che ho pubblicato qualche giorno fa, per dire. Il progetto sarà realizzato nel quadro della Presidenza svizzera della Convenzione delle Alpi e dell’Agenda territoriale 2030 nell’arco dei prossimi due anni; in esso verrà pure elaborato un rapporto scientifico sulla situazione di queste città alpine e le relative ripercussioni territoriali in tema di clima e aspetti correlati con il proposito di integrare alcuni dei risultati del rapporto con misure concrete.

La percezione diffusa delle Alpi è spesso rurale e non urbana. Tuttavia, circa un terzo degli abitanti vive in città alpine densamente popolate con peculiarità specifiche e altrettanto specifiche criticità ecologiche e ambientali. Come si può sviluppare un’azione climatica a bassa soglia nella pianificazione territoriale? Come coinvolgere maggiormente la società civile in questi processi di pianificazione? In che modo la partecipazione modifica la consapevolezza di queste persone e quindi anche la qualità della vita? Queste e altre domande costituiscono il fulcro del progetto; trovarvi risposte valide (e sempre più necessarie, d’altronde) ne rappresentano lo scopo principale.

Le nove città partecipanti al progetto sono Annecy e Chambéry in Francia, Briga-Glis in Svizzera, Belluno e Trento in Italia, Sonthofen in Germania, Villach in Austria, Idrija e Tolmino in Slovenia.

Potete saperne di più su Climate Action in Alpine Towns visitando il sito del progetto, qui.