Le definizioni contano

Mi viene da pensare che ad esempio quei due tizi là, quello di Roma e quello di Milano (dico loro ma vale anche per altri, nel caso), forse sbagliano a far le cose che fanno perché è sbagliato il modo con il quale si fanno definire. Cioè, voglio dire: se si facessero correttamente chiamare l’uno Presidente del Consiglio dei Ministri e l’altro Presidente della Giunta Regionale, e non invece “premier” e “governatore” come tanti sui media li chiamano sbagliando grossolanamente (nonché ingiustificatamente, per giunta) senza che loro stessi per primi abbiano da obiettare come dovrebbero, magari, chiamandoli nel suddetto modo giusto, direbbero cose altrettanto giuste e farebbero ciò che è giusto fare. Invece, chissà, può essere che dicano cose che poi non fanno e fanno cose che non dovrebbero proprio perché così tanti li denominano come non dovrebbero invece di come sarebbe opportuno facessero. Ecco.

È un po’ – se mi passate l’”allegoria” – come se aveste a che fare con un pittore, dal quale dunque vi aspettate delle tele dipinte, ma vi ostinate a chiamarlo imbianchino. Se quello non obietta nulla su tale pur errata definizione, finirà per assecondarvi e tinteggiarvi muri, forse anche con gran maestria, ma resta il fatto che non è ciò che avrebbe dovuto fare, essendo lui pittore e non imbianchino.

Perché insomma, mi preme rimarcarlo, le parole sono sempre importanti. Anche nelle piccole cose, anche dove sembrerebbero quisquilie, questioni trascurabili e invece no, sono spesso quelle più emblematiche e rivelatrici di come vanno le cose, qui. Già.

Niente di meglio da fare

[Foto di Alexas_Fotos da Pixabay.]
Ma, io mi chiedo: i politici non avranno proprio niente di meglio e di più utile da fare, che fare i politici?

Chiedo, eh!

Chi si farebbe operare da un architetto?

Il filosofo e sociologo Slavoj Žižek con la maglietta che reca il motto di Bartleby, lo scrivano di Melville. Foto tratta da “Artribune”, dall’articolo citato e linkato nel post.

[…] Chi si farebbe operare da un architetto? Chi si farebbe costruire la casa da un biologo? Chi si farebbe difendere in tribunale da un dentista? Perché invece presidenti e amministratori di imprese culturali (teatri, musei, festival, fondazioni) possono essere persone che non sanno nulla di finanza, controllo di gestione, contabilità, contrattualistica, risorse umane? Perché avvocati, medici, architetti non ci si improvvisa, mentre amministratori sì? Perché gestire decine e decine di milioni e centinaia di persone può essere per autodidatti e operare un essere umano, affrontare una causa in tribunale o progettare un ponte no?
[…]
Allora nella politica di oggi non ripongo speranze, ahimè; nel senso di responsabilità delle persone, invece, sì. Il più delle volte sono persone di pregio e con meriti sociali e creativi importanti. Appello: per favore, mettete da parte l’ego, la voglia di poltrona o di medaglie. E imparate a dire: “Grazie ma, no, non è il mio mestiere”.

(Fabio Severino su “Artribune” #50, in un editoriale intitolato I would prefer not to – sì, è la celebre affermazione di Bartleby, lo scrivano di Melville – nel quale riflette sagacemente su competenze (non) richieste e improvvisazione in politica, una realtà molto italiana per la quale – per dirla in modo suggestivo – gente che non sa fare, fa cose che dovrebbero fare altri a cui tocca invece fare tutt’altro. Leggete l’illuminante articolo nella sua interezza qui o cliccando sull’immagine in testa al post.)

Nel giusto

(Photo credit: Gerd Altmann da Pixabay)

Quando esprimete un’opinione personale su certe cose della politica e quelli di destra pensano che siete di sinistra mentre quelli di sinistra pensano che siete di destra, la realtà è che molto probabilmente siete nel giusto.
E siete pure molto più avanti rispetto a quelli. Ecco.

Ascoltando la radio, in auto

Viaggio in auto, faccio zapping radiofonico e a volte mi capita di intercettare, su qualche emittente nazionale, dei programmi nei quali si dibatte di cose politiche e all’uopo vengono fatti intervenire dei politici, esponenti più o meno noti dei vari partiti, li ascolto per un po’ e passa solo qualche istante perché la solita domanda, nell’ascoltare i tizi intervistati e ciò che dicono, mi sorga spontanea: ma come diavolo si fa a dare credito a individui del genere e, persino, a eleggerli propri rappresentanti in Parlamento?

(Photo credit: tim striker da Pixabay)
Così, ogni volta l’occasione mi è propizia per riselezionare «MEDIA» e tornare ad ascoltare qualche buon album musicale, lasciando quelli e le loro scempiaggini politichesi all’ineluttabile oblio della modulazione di frequenza radiofonica mentre guido l’auto verso la mia destinazione. Ecco.

N.B.: per quanto riguarda la TV, invece, il problema non si pone. Non la guardo, e amen.