C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Sommelier

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Sommelier, ad esempio. Ecco com’era tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco com’è oggi:

Altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto:

Andrea Aschedamini: da Cervinia al cielo, e ritorno

Per tutta la stagione estiva ovvero fino al 30 settembre prossimo, presso il Grand Hotel Cervino di Cervinia, si può visitare una mostra fotografica tanto bella quanto significativa: Dal cielo di Cervinia, con gli scatti di Andrea Aschedamini, la cura di Luciano Bolzoni e l’egida di Alpes Officina Culturale, anche quest’anno promotrice di alcune intriganti proposte culturali nella località ai piedi della Gran Becca.

Andrea Aschedamini, nato a Milano, appassionato di montagna, specializzato in fotografia di viaggio, che definisce se stesso “fotolitografo”, fondatore con Cristina Locatelli dell’Agenzia different.photography, è autore e co-autore di numerosi volumi, servizi fotografici per varie riviste, mostre, progetti di narrazione fotografica. Io lo ricordo innanzi tutto (ma sono di parte) per un volume sublime, Umauns sainza amur sun ervas sainza flur, nel quale ha raccontato a modo suo l’Engadina (ecco perché sono di parte) con una sensibilità verso i luoghi e le loro peculiarità, le inaspettate sinergie, gli angoli più apparentemente noti e quelli più nascosti, veramente profonda e emozionante. Un luogo montano speciale, l’Engadina, che negli scatti di Aschedamini si può ri-scoprire e apprezzare con altrettanto speciale suggestione (per saperne di più sul volume, cliccate sull’immagine qui sotto).

La mostra Dal cielo di Cervinia propone a sua volta un “diverso” sguardo in un “diverso” tempo sul paesaggio e le architetture di Cervinia, sotto questo aspetto un luogo tanto amato da molti quanto deprecato da altri ma in ciò, ovvero in questa propria dicotomia architettonico-urbanistica (nonché paesaggistica) così evidente, capace di rivelare molto del rapporto che l’uomo ha intessuto con i territori montani che ha inteso urbanizzare nell’ultimo secolo, quando la frequentazione delle montagne ha assunto la fisionomia attuale e parimenti l’immaginario comune al riguardo. Come ha scritto Luciano Bolzoni nel presentare la mostra, «[…] Poi esiste un’altra Cervinia, quella che in una giornata fuori stagione può essere sorvolata dagli sguardi di un fotografo come Andrea Aschedamini che decide di alzarsi dalla conca per comprenderne la forma, le vie, i suoi spazi, le sue architetture».

Una mostra dalle innumerevoli valenze – artistiche, architettoniche, culturali, antropologiche, eccetera – che merita assolutamente una visita (e tornerò a parlarne al riguardo, a breve). Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa al post.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Presena

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio Presena, ad esempio. Ecco com’era negli anni Settanta:

[Immagine tratta da retrofutur.org.]
Com’era nei primi anni Duemila:

Ecco com’è oggi:


(Qui potete vedere com’era e com’è il Ghiacciaio della Marmolada.)

N.B.: qualcuno, non qui ma altrove, ha osservato che l’immagine centrale che io avevo inizialmente riferito al 1980 sia invece degli anni Duemila e non sia estiva ma invernale. Probabilmente è vero, ma è bene sapere che per creare la comparazione fotografica ho utilizzato l’immagine in questione ricavandola da una sezione del sito pontedilegnotonale.com (dunque il sito della località in questione) con la dicitura che vedete nella riproduzione dell’immagine qui sotto, in basso a sinistra, la quale mi ha tratto in inganno – dunque chiedo scusa per questa mia svista. Anche a me pareva strano che fosse una foto così vetusta, ma come mettere in dubbio la dicitura di chi l’ha diffusa? Sul Presena ci ho sciato innumerevoli volte, le ultime suppergiù a cavallo del 2000 e fino ad allora il ghiacciaio, già in smagrimento, restava morfologicamente simile agli anni precedenti; in ogni caso il web è pieno di immagini del Presena e di quando vi si praticava sci estivo, da fine anni Sessanta fino ai primi anni Duemila, dunque verificare e comparare ulteriormente è attività assai facile.

Tuttavia, consentitemi di notare che, se la foto non è degli anni Ottanta ma dei Duemila, la questione è ancora più grave: in vent’anni, e non in quaranta, il ghiacciaio è sostanzialmente scomparso. Che poi la foto sia invernale e non estiva, poco conta: a parte il fatto che sui ghiacciai sovente c’è(ra) più neve a inizio estate che in pieno inverno, la differenza di morfologia del ghiacciaio è comunque definita e evidente a prescindere dalla neve che lo copre e la perdita di massa, spessore, estensione del corpo glaciale è a dir poco spaventosa, al di là di ogni altro dettaglio.

È ora di dire BASTA con lo sci estivo

Così oggi, 20 luglio 2022, il comprensorio per lo sci estivo del Passo dello Stelvio deve chiudere impianti e piste: troppo caldo, niente neve sul ghiacciaio, ruscelli d’acqua in superficie, crepacci ormai aperti lungo i tracciati di discesa: vedete un articolo che ne dà notizia, lì sopra, tratto da “Il Dolomiti” (cliccateci sopra per leggerlo). Sui social, ove questa e le notizie similari rimbalzano, quasi tutti commentano: «era ora!»

«Sospensione temporanea […] Speriamo che le prime perturbazioni possano migliorare la situazione» invece dicono i responsabili degli impianti dello Stelvio.
“Migliorare la situazione”? Di ghiacciai ovunque ridotti in uno stato drammatico e deprimente? Ma veramente c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di andare lassù a “divertirsi”?

Piuttosto, non sarebbe finalmente il caso di considerare chiusa, a tempo indeterminato, l’epoca dello sci estivo?

Non tanto e non solo per una questione ambientale e ecologica ma – dal mio punto di vista innanzi tuttoper una questione di decenza, di rispetto verso la montagna e verso i ghiacciai, adoperandosi di contro non per cercare di riaprire gli impianti quanto prima ma per mitigare il più possibile l’agonia del ghiacciaio, elemento di regolazione climatica e serbatoio di acqua potabile la cui importanza, inutile dirlo, è ormai fondamentale per tutti.

Posta la realtà che stiamo vivendo e il futuro che probabilmente ci aspetta, pensare ancora di poter e voler andare a sciare lassù è, a mio parere, un vero e proprio atto di arroganza e prepotenza. Gli agonisti se ne faranno una ragione: prepareranno la stagione invernale in altri modi; i turisti se ne devono fare un dovere, una manifestazione di senso civico, di educazione ambientale, di amore vero per le montagne.

Se poi le condizioni cambieranno e tornerà un clima che consentirà di sciare in piena estate senza che ciò appaia come una sorta di violenza ambientale, ne saremo tutti felici. Ma ora bisogna dire basta con lo sci estivo. Basta.

(Nelle due foto, i ghiacciai dello Stelvio e di Cervinia/Zermatt il giorno 20 luglio 2022.)

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai)

[Foto di Fabrizio Lunardi da Unsplash.]
In alcune delle chiacchierate con amici nella realtà e sul web sorte intorno ai tragici fatti della Marmolada, e in generale sul tema “ghiacciai e cambiamenti climatici”, sono saltate fuori le reciproche esperienze di sci estivo sui numerosi ghiacciai alpini che consentivano tale pratica. Intorno agli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso, forse la massima “età dell’oro” dello sci estivo, solo sulle Alpi italiane vi erano suppergiù una ventina di comprensori, senza contare gli impianti sciistici non in ambito glaciale che in certi anni particolarmente nevosi restavano aperti per una certa parte dell’estate, sfruttando l’innevamento residuo. Oggi, di quei comprensori italiani ne rimangono solo due: (Cervinia, peraltro sfruttando unicamente gli impianti sul versante svizzero di Zermatt) e il Passo dello Stelvio, che peraltro offrono poche piste rispetto a un tempo e condizioni a dir poco deprimenti.

Ripensando alle chiacchierate prima citate, ho riflettuto sul fatto che, se in tema di cambiamenti climatici le diffuse immagini fotografiche comparative sullo stato di un tempo e su quello attuale di numerosi ghiacciai rappresentano un’ottima e immediata dimostrazione di ciò che sta avvenendo, per certi versi comparare le immagini passate dei ghiacciai sui quali fino a non molti anni fa si sciava d’estate con quelle attuali e constatare le loro sconsolanti condizioni, sovente accentuate nella loro cupezza dai rottami delle infrastrutture sciistiche rimaste lassù, è persino più emblematico. Su molte di quelle misere lingue di ghiaccio scuro, quasi sempre prive di neve residua, a volte coperte dai teli geotessili per cercare di difenderle dai raggi solari (ma non certo per “salvarle”, come si usa dire in questi casi), in tanti casi ormai prossime all’estinzione totale, qualche decennio fa c’erano piste d’ogni difficoltà, impianti di risalita e migliaia di appassionati che sciavano immaginandosi di essere nel pieno dell’inverno a fine luglio: un “prodigio naturale” tanto emozionante e suggestivo quanto divertente.

Invece, in pochi anni, a una velocità realmente sconcertante, è finito e sparito quasi tutto. In quelle località, realmente la montagna è diventata un’altra cosa rispetto a ciò che era, il suo paesaggio è ora inesorabilmente percepito e considerato in modi totalmente differenti rispetto a qualche tempo fa, la sensazione è quella di un luogo differente se non proprio “altro”, il che genera di conseguenza una relazione antropica con esso altrettanto differente, gioco forza, probabilmente anche di tono cupo ed effetto repulsivo quando invece un tempo risultava in ogni senso attrattiva e affascinante – anche solo per il fatto che dove una volta c’erano ampie distese glaciali innevate oggi spesso ci sono soltanto vaste e sterili pietraie.

In una serie di post che inizia da questo vi proporrò dunque alcune immagini, poche ma emblematiche (a volte di bassa qualità digitale, ma hanno i loro anni!), dei ghiacciai alpini al tempo in cui vi si praticava sci estivo e altre che ne mostrano le condizioni attuali. È un ulteriore, forse banale ma io spero comunque significativo contributo per capire non solo l’importanza della questione climatica ma pure – sotto certi aspetti anche di più – quanto le montagne stanno cambiando e cambieranno nei prossimi anni, anche quelle sulle quali magari negli anni scorsi abbiamo passato piacevoli e confortevoli momenti e ora facilmente ci sembreranno luoghi che tutto sono fuorché gradevoli e accoglienti.

Inizio con il ghiacciaio oggi tragicamente sulla bocca di tutti, quello della Marmolada, sul quale si è praticato lo sci estivo fino al 2006:

Il ghiacciaio nel 1995, con alcune delle piste presenti, sul versante che a NE scende verso il Passo di Fedaia.
La parte alta del ghiacciaio, sempre nel 1995, vista da poco sotto Punta Serauta verso la cresta sommitale della Marmolada.
Immagine del 12 luglio 2022, ore 10.10, tratta dalla webcam della stazione funiviaria di Punta Serauta (più o meno dalla stessa zona da cui è stata presa l’immagine qui sopra), che mostra ciò che resta della parte alta del ghiacciaio.