Enrico Camanni, “Il Cervino è nudo”

Intorno al 1930, in prossimità di un colle alpino tra il Piemonte e la Francia il cui toponimo pare risalga ad un cippo di pietra ivi presente (Petra sistaria, ovvero “sesta pietra”) misuratore di distanza dalla città più vicina, e fino ad allora abitato da pochissimi allevatori di bestiame, succede qualcosa che cambia drasticamente il destino della frequentazione ludico-ricreativa delle Alpi: nasce la prima località di villeggiatura interamente pensata a beneficio dei turisti e totalmente svincolata dalla realtà del luogo e dei suoi abitanti: Sestriere. Una vera e propria cittadella dello sci o, per meglio dire, un pezzo di città ricreato in quota, con tutti gli annessi e connessi tipici d’una grande conglomerazione urbana. È un evento che cambia totalmente e drasticamente, appunto, il modo di frequentare turisticamente la montagna dacché costruisce un nuovo immaginario alpino – anzi, di nuovo, che riproduce un immaginario sostanzialmente urbano in un contesto montano, così che il turista (per semplificare al massimo il concetto di fondo) si possa sentire a casa propria anche a 2.000 metri di altezza, in pieno inverno e con tanta neve intorno.

Sestriere diventa un progetto modello per molte altre stazioni di montagna: in particolare, solo qualche anno dopo, comincia l’edificazione di un’altra località completamente progettata a beneficio dei villeggianti e, sotto molti aspetti, di ancor più drastica realizzazione (e impatto ambientale) rispetto a Sestriere: Cervinia, nome “artificiale” (e molto ispirato all’immaginario fascista, al tempo al potere in Italia) per un agglomerato urbano che cambia i connotati di una delle zone montane più peculiari dell’arco alpino occidentale, la conca del Breuil dominata dalla iconica e spettacolare mole del Cervino.

L’essenza e la sostanza di Cervinia, di natura architettonico-urbanistica, ambientale ma ancor più antropologica, sono del tutto emblematiche in merito allo sviluppo antropico delle vallate alpine votate al turismo degli sport di montagna – in particolar modo di quelli invernali: Enrico Camanni, scrittore e giornalista torinese tra i massimi esperti italiani di cultura di montagna, ne analizza realtà, significati e conseguenze in Il Cervino è nudo (Liasion Editrice, 2008), un volumetto tanto veloce e agile (sono solo 65 pagine) quanto denso di contenuti e di riflessioni illuminanti, soprattutto per maturare un quanto mai necessario sguardo consapevole verso la realtà della montagna italiana moderna e contemporanea nonché l’altrettanto necessaria visione di un “buon” futuro per essa []

(Leggete la recensione completa de Il Cervino è nudo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Rimandare a domani è la “vera morte” (Viktor Šklovskij dixit)

L’arte si occupa sempre soltanto della vita. Cosa facciamo nell’arte? Resuscitiamo la vita. L’uomo è così occupato dalla vita che si dimentica di viverla. Dice sempre Domani, domani. E questa è la vera morte.

(Viktor Šklovskij, Testimone di un’epoca. Conversazioni con Serena Vitale, Editori Riuniti, 1979. Citato da Paolo Nori, qui.)

La “vera morte” di Šklovskij è, detta altrimenti, uno dei più netti e inflessibili atti d’accusa all’uomo contemporaneo, incapace di costruire (o costruirsi) un buon futuro nel mentre che è altrettanto incapace di conservare una buona memoria del passato. In tal modo, come già scrivevo qui poco più di un anno fa, restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica. Ovvero, “šklovskijanamente”, una vera e propria “morte” culturale, sociale e antropologica. È l’era dell’Homo Achronicus – ma se vi viene difficile dite pure “zombi”, dacché la differenza non è poi molta.

Se lo scrittore, oggi, non è che una “simpatica emorroide” (Christian Frascella dixit)

Non posso non condividere – in senso intellettual-emotivo, prima che nel senso di riportarla qui sotto – la riflessione che Christian Frascella (uno dei migliori scrittori italiani, per la cronaca, e lo ribadisco) ha postato sulla propria pagina facebook sull’essere scrittore, oggi. Ovvero sulla realtà della produzione editoriale, sul fare (e far leggere) libri, forse pure sul senso stesso dello scrivere. Anzi, sul dubbio che “scrivere”, in fin dei conti, rappresenti un’attività sensata oppure la manifestazione d’una bizzarra devianza mentale e psico-sociale. Almeno qui, dalle nostre italiche parti, dove i libri e la lettura, per dire, troppe volte ricordano inversamente il Festival di Sanremo: dove questo tutti lo disprezzano ma poi – vedi l’Auditel – lo guardano in TV, quelli tutti dicono di apprezzarli ma più nessuno o quasi legge – vedi le statistiche sul mercato editoriale.

Resta una speranza, quanto meno: che tale stato desolato (ovvero desolante) dell’editoria italiana finisca alla fine per sfoltire la massa di quelli che ancora “sognano” di fare gli scrittori e pubblicare libri – che abbiano un qualche valore letterario, intendo dire – tornando a lasciare spazio a chi i libri con siffatto valore li sa scrivere sul serio. Possibilmente, però, prima che i buoni scrittori siano morti, sepolti ed estinti, appunto (oppure, alternativa parecchio auspicabile, dopo che certe figure che infestano le direzioni editoriali delle case editrici cambino finalmente mestiere!)

Ringrazio molto Christian Frascella per il consenso alla pubblicazione del suo testo, e vi segnalo che il 29 maggio prossimo uscirà il suo nuovo romanzo, Fa troppo freddo per morire (Einaudi), che volendo è già prenotabile (ad esempio qui, ma immagino che lo sia pure altrove) e per la cui lettura credo che il testo qui sotto riprodotto rappresenti un’ottima promozione. Almeno per me lo sarebbe – dacché non ce n’era bisogno, a dire il vero.
Buona lettura!

È sempre più difficile essere il miglior scrittore non ancora sepolto della nostra epoca. La gente non si aspetta nulla da te, e tu ti aspetti troppo dalla gente. Poi, la gente! I lettori, quei quattro rimbambiti che ancora leggono romanzi invece di dedicarsi a cose più stimolanti e proficue, tipo la samba e la bamba.
Ti aggiri nel mondo compreso del tuo ruolo di rivalutabile-solo-da-morto e gli amici più cari, proprio quelli che non hanno mai letto un tuo libro, ti chiedono se scrivi ancora. Non aggiungono la parola Coglione, ma la senti lì che vibra come un fuscello al vento di ottobre.
«Sì, scrivo ancora, ahimé» rispondi.
E loro: «Ma com’è che t’è venuta ‘sta cosa? Non puoi guarire? Non puoi dedicarti a un lavoro serio?»
Loro sono ingegneri e amministratori di condominio.
«Non so fare altro.»
«Che sfiga!»
Una volta la moglie di uno di questi amici di vecchia data ha detto che aveva finito di leggere un tuo libro. L’ha definito «simpatico». E basta. Da allora, ogni volta che termini un paragrafo, ti domandi se sia «buono» o solo «simpatico», e pensi di procurarti una corda.
Un’altra volta due tuoi amici, sempre di vecchissima data, sono venuti a una tua presentazione: dopo i primi minuti e ascoltando le cazzate che eri costretto a dire, han preso a sbadigliare, cincischiare col telefono, darsi di gomito ogni volta che dicevi: «Ehm…», e sghignazzare apertamente quando ti hanno obbligato a leggere un passo del libro. Era Il panico quotidiano, il mémoire più bello e toccante che sia mai stato scritto dopo quello di Michelle Hunziker.
E l’altro giorno, al telefono, tua madre ti ha detto: «Dice tuo fratello che i tuoi libri non li trova mai all’autogrill. Perché non li vendono all’autogrill? Lo sai quanta gente passa all’autogrill? Devi dire a Einaudi di metterli all’autogrill. E a Natale, non a maggio, che così lo regalano!»
Quindi sei un grande scrittore – forse il migliore – non ancora sepolto.
Ti aggiri nel mondo. Senza proiettare ombre. Attendendo la tua dipartita per essere consegnato alla gloria eterna dei secoli a venire…
Ma attualmente non sei più significativo di un’emorroide.
Scrivi solo roba «simpatica».
(‘tacci sua).

INTERVALLO – Bologna, Libreria “Libri Liberi”

Una libreria nella quale tutti i libri presenti negli scaffali sono gratuiti. Questa è Libri Liberi di Bologna, aperta cinque anni fa da Anna Hilbe su ispirazione di altri simili librerie nel mondo e ormai diventata una piccola, preziosa “istituzione” cittadina. Un progetto di book crossing alla massima potenza, se così si può dire, che in più assume anche una funzione sociale di ritrovo, per gli abitanti della città, e di condivisione della stessa passione per i libri e la lettura. Con la certezza che un posto del genere non vada a nuocere al lavoro delle librerie tradizionali, anzi: che diventi uno strumento di amplificazione della pratica della lettura a vantaggio e beneficio in primis proprio dei librai e del mercato editoriale.

Cliccate qui per saperne di più (grazie a un articolo tratto da www.iviaggididante.com) oppure qui per visitare la pagina facebook della libreria.

 

Beat Generation Podcast

Dato che già qualche migliaio di persone (numero approssimativo) mi richiede il podcast della puntata di RADIO THULE di lunedì 12/03 dedicata alla Beat Generation, cliccate sull’immagine qui sopra e lo avrete, ascoltabile e liberamente scaricabile. Non dimenticate poi che nella pagina del blog dedicata al programma trovate l’intero archivio dei podcast, con le puntate della stagione in corso e di quelle precedenti.

Stay tuned (come dicono i conduttori radiofonici seri, cosa che io non credo di essere – e forse nemmeno ambisco di essere) e buon ascolto!