La solitudine è una di quelle condizioni umane che, da benefica e salutare per diversi aspetti che dovrebbe e potrebbe essere, è stata resa e considerata forzatamente nociva, innegabilmente pericolosa per la nostra società contemporanea la quale invece promuove in ogni modo la condivisione costante e assoluta delle nostre singole quotidianità – i social media sono l’esempio più lampante – ma che a ben vedere, e per bizzarro paradosso, è una comunità composta da persone fondamentalmente sole – si veda sempre ciò che impone l’uso dei social sugli ormai imprescindibili devices digitali, con certe scene del tipo famigliola al ristorante, padre-madre-due figli adolescenti, tutti quanti chinati sui propri smartphone, chiusi in se stessi e nella propria microsfera digitale senza scambiarsi nessuna parola se non quando si manifesti il cameriere a chiedere cose (esperienza personale recente). Naturalmente la (non) socialità imposta e pretesa dal mondo in cui viviamo è meramente funzionale a certi interessi di chi il mondo in vari modi “governa”: non è detto che siano solamente negativi, quegli interessi, ma di sicuro la più autentica socialità tra le persone da tali meccanismi subisce spesso ripercussioni notevoli. Di contro, saper gestire degli adeguati momenti di solitudine aiuta senza dubbio a vivere meglio le situazioni di socializzazione comunitaria nonché a non temere, quando si rimane soli, di dover fare i conti con sé stessi senza le possibilità di fuga offerte dalle innumerevoli distrazioni quotidiane, cosa che – mi viene da pensare, o forse da temere – è quella che più fa credere la solitudine qualcosa di negativo quando non di spaventoso per molte persone. Tuttavia in gioco qui è lo stesso principio per il quale possiamo apprezzare molto di più i momenti di gioia se abbiamo dovuto passarne di tristi e dolorosi, cosa che rappresenta un presupposto proprio e naturale dell’animo umano; semmai è la situazione opposta a rappresentare una sorta di devianza, l’incapacità di non saper stare soli e di abbisognare costantemente di qualcuno accanto grazie al quale autoreferenziarsi: uno stato di alienazione bella e buona dalla nostra condizione ordinaria che mi sembra parecchio diffuso.
Forse anche in forza delle considerazioni che ho scritto fin qui (ovvero per altre sulle quali ho dissertato in questo articolo), nel 2010 lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson decide di andare a vivere per sei mesi – dall’inizio di febbraio alla fine di luglio – nel vuoto quasi assoluto (di cose umane) della Siberia, sulle rive orientali del Lago Bajkal, in una minuscola capanna da cacciatori. Giorno dopo giorno annota le sue considerazioni in un diario cronologicamente lineare che diventa Nelle foreste siberiane (Sellerio Editore, Palermo, 2012, traduzione di Roberta Ferrara; orig. Dans le forêts de Sibérie, 2011), testimonianza in presa diretta della sua esperienza da eremita, «un esperimento e una riflessione sulla condizione umana» come si legge in quarta di copertina […]
[Immagine tratta da www.touringclub.it.](Potete leggere la recensione completa di Nelle foreste siberiane cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Posti anche certi fatti recenti di cronaca-politica-costume-gossip – fatti ordinariamente italiani, insomma, dei quali l’opinione pubblica viene forzatamente nutrita fino a renderla dipendente – mi sembra evidente che la “destra” e la “sinistra” italiche, già politicamente svaporate da decenni (Gaber docet), siano diventate soprattutto la manifestazione di due “tipi umani”, cioè due modelli psicosociali tipici rappresentativi di quella categoria un tempo definita dell’italiano medio, le cui peculiarità descrivono bene, e solo per effetto collaterale siano l’espressione delle relative “ideologie” (se ancora si possano definire tali e il termina non appaia sovradimensionato). L’opposto della fenomenologia classica, in pratica, la quale semmai imporrebbe che siano le ideologie a determinare i comportamenti: ma essendo la società italiana scarsamente (eufemismo) propensa a elaborare ideologie – e men che meno idee -, si riferisce ad esse adattandole meramente ai propri tipi umani. Non che altrove vada tanto diversamente, sia chiaro, ma diciamo che in Italia questo fenomeno assume dimensioni tali da apparire ancora più evidente fino a diventare, per molti versi, grottesco, e rappresentare lo strumento di identificazione ovvero il marcatore referenziale principale anche per la classe politica, la quale appunto non asseconda più tanto le ideologie di riferimento quanto l’elettorato umano tipico relativo.
Dunque:
“Destra”: i maleducati, supponenti, prepotenti, menefreghisti, gradassi, ipocriti, ignoranti, bigotti, egoisti e egotisti, quelli che pensano di avere sempre ragione e gli altri sempre torto.
“Sinistra”: i sussiegosi, lamentosi, confusi, indecisi e irresoluti, ipocondriaci, indifferenti, melliflui, baciapile, ipocriti, quelli che pensano di avere sempre ragione ma si danno torto da soli.
E il “centro”, chiederà qualcuno? Be’, sempre che esista un “centro”, oggi, e che non sia semplicemente la “destra” o la “sinistra” dai caratteri meno accentuati, è diventato a sua volta la rappresentanza di un tipo umano italico ben diffuso: quello che vuole sempre mantenere il piede in due scarpe, restare nel mezzo non per mediare le posizioni ai lati ma per saltare di qua e di là in base alle proprie convenienze del momento.
Da questa bizzarria psicosociale – mi viene di definirla così, visto che di politico nel senso autentico del termine ha ben poco e men che meno di culturale – ne deriva un circolo vizioso autoalimentante, con il quale non più solo il popolo determina i governanti che merita ma pure questi secondi alimentano la fenomenologia umana dei primi facendosene manifestazione parossistica, in una corsa comune verso il degrado senza limiti apparenti. Le parti ideologiche dunque non guidano più l’evoluzione politica della società civile, anzi, non si pongono remore nel rappresentarne la parte peggiore. Che fortunatamente non è ormai più quella preponderante, visto che una fetta sempre più ampia di popolazione, ben oltre la metà, non si reca più a eleggere rappresentanti politici. Cosa negativa per certi aspetti ma per altri inevitabile e pure necessaria: forse l’unica forma di disobbedienza civile che si può ancora manifestare nel nostro mondo contemporaneo, con la speranza che vi sia correlata una altrettanto necessaria e proficua consapevolezza civica. Questa sì sarebbe la base del “tipo umano” più auspicabile da alimentare e sviluppare, nella società civile del paese.
[Foto di Rob Wicks su Unsplash.]È stata assolutamente apprezzabile la proposta della traccia, per la maturità di quest’anno, riguardante l’articolo Elogio dell’attesa nell’era di WhatsApppubblicato da Marco Belpoliti su “Repubblica” nel 2018 e in questo modo far ragionare i maturandi su un tema così contemporaneo e importante. Peccato che poi, tutto il mondo al di fuori delle mura scolastiche sia stato indotto da decenni a correre alla massima velocità, a bruciare il tempo, costretto alla fretta e all’urgenza come condizioni necessarie al fare qualsiasi cosa, come se così non fosse non si stesse facendo nulla di veramente importante. E ottenendo, come inesorabile conseguenza, che se i ragazzi che hanno svolto quella traccia alla maturità mettessero in pratica un’autentica rivalorizzazione dell’attesa nel vivere la contemporaneità, molto probabilmente verrebbero considerati dei poveri idioti, degli sfigati che non sanno stare al mondo e star dietro al suo ritmo.
Dunque? Di che stiamo parlando, realmente? Cui prodest?
La condizione dell’attesa in fondo è una significativa manifestazione del senso del limite: non posso affrettare le cose, devo rispettare un periodo di tempo che ne limita la velocità, devo aspettare che qualcosa accada per poter andare oltre. Senso del limite che è anche senso di responsabilità, capacita di giudizio, inibizione consapevole prima che imposta, cognizione della realtà obiettiva e di se stessi in relazione ad essa. Tutte cose che il mondo “no limits” contemporaneo ci ha fatto trascurare, ignorare, dimenticare. Basti pensare allo stesso WhatsApp citato da Belpoliti e ai suoi spesso famigerati “gruppi” – o ancor più agli altri social media: quanti limiti di educazione, disturbo, rispetto, decenza vengono continuamente superati? E quante stupidaggini vengono diffuse proprio perché non si vuole attendere che certe notizie vengano meglio determinate e le si commenta come fossero verità accertata e indiscussa?
Al solito, io poi provo a contestualizzare questi temi alla dimensione montana, peraltro una di quelli nei quali in anni recenti la pseudofilosofia “no limits” si è fatta imperante e dal semplice ambito sportivo è dilagata fino a determinare molte altre realtà. Si pensi all’overtourism che attanaglia sempre più località montane, manifestazione del superamento dei limiti della capacità turistica locale oppure, in modo ancora più evidente, alla necessità e/o alla pretesa dei comprensori sciistici di installare impianti di risalita di sempre maggiore capacità e velocità ovunque vi sia un pendio adatto, anche dove questo rappresenti una zona tutelata o da tutelare (il caso del Vallone delle Cime Bianche è un esempio significativo al riguardo) e per ottenere, tra gli altri obiettivi, lo smaltimento immediato delle code dei fruitori di quegli impianti proprio perché l’eventuale attesa troppo lunga per salire su una funivia è un elemento di grande detrimento dell’apprezzamento turistico della località in cui ci si trova.
Eppure banalmente mi ricordo, io che non sono più così giovane, di giornate sciistiche in località allora dotate di skilift o tutt’al più di seggiovie a due posti o di funivie con cabine dalla capienza limitata – perché non c’era null’altro di più “performante”, ai tempi – e di conseguenti attese per decine di minuti prima di accaparrarsi il proprio piattello dello skilift e risalire in cima alla pista… “Preistoria”, certamente: ma non mi pare che la sera si tornasse a casa dalle piste da sci incazzati neri per le lunghe attese agli impianti come invece accade oggi in questo e in mille altri ambiti della quotidianità! Proviamo a far attendere gli sciatori di oggi una mezz’ora ad ogni risalita: scommetto che gli avvocati dell’area alpina si ritroverebbero da gestire cause agli impiantisti per anni di lavoro ininterrotto! È cambiato il mondo, è cambiato il nostro modo di vederlo, percepirlo e viverlo: ma come è cambiato? Attenzione, non è una domanda che sottintende una visione passatista e nostalgica del passato, semmai che pretende una risposta ovvero una riflessione su cosa evidentemente sia andato storto, nell’evoluzione del nostro modus vivendi rispetto a qualche lustro fa. Andare costantemente di fretta, pretendere tutto e subito, superare sempre qualsiasi limite ci si para davanti, giudicare l’attesa come una irritante seccatura… va bene tutto ciò? È il mondo migliore al quale possiamo ambire?
«Il tempo è denaro», certamente, ma se mal utilizzato e gestito provoca sperperi di “valore” (umano) ben peggiori. Convinti – per una mera illusione – di non poter e dover consumare inutilmente tempo, come l’attesa può far ritenere che accada, finiamo per consumare noi stessi e la nostra vita oltre che il valore di ciò che facciamo in essa. Così, il non saper attendere e il conseguente andare sempre troppo veloci, troppo di fretta, ci fa perdere le cose migliori della vita spingendola con conseguente maggior rapidità verso il suo epilogo.
Al riguardo, nel leggere e meditare sull’elogio dell’attesa, mi sono ricordato di un passaggio assolutamente illuminante tratto da un libro che, non a caso, parla di vita in montagna: Il tramonto delle identità tradizionali di Annibale Salsa, che mi sembra un’ideale riflessione finale (ma è una “fine” che deve rappresentare il principio di una maggiore e migliore consapevolezza personale) sul tema del quale vi ho fin qui scritto:
È difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Questo ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della nostra «esperienza vissuta» (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli.
RAGIONI PER LE QUALI MI SONO ISOLATO IN UNA CAPANNA
Parlavo troppo
Desideravo il silenzio
Troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare
Ero geloso di Robinson
Fa più caldo qui che nella mia casa di Parigi
Perché sono stufo di fare acquisti
Per essere libero di urlare e vivere nudo
Perché detesto il telefono e il rumore dei motori.
A pagina 103 del suo Nelle foreste siberiane (Sellerio, 2012), che sto leggendo e del quale a breve vi scriverò, lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson elenca le ragioni per le quali ha scelto di isolarsi per sei mesi in una capanna sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, tra l’inverno e l’estate del 2010, a decine di miglia da qualsiasi altra presenza umana; l’immagine lì sopra vi può far capire il luogo. Una scelta sicuramente estrema che tuttavia a molti, credo (soprattutto a chi come me sia un “discepolo” di Thoreau), sarà venuta in mente qualche volta, magari senza finire in capo al mondo (o quasi) come Tesson ma facendosi bastare una baita in qualche valle poco o nulla abitata tra le montagne a qualche ora di camino dal villaggio più vicino, oppure un isolotto disabitato a sufficiente distanza dalla costa e dalla “civiltà”. Ma se mai decidereste di farlo, per quali motivi lo fareste?
Io per questi:
Non avere più l’obbligo di controllare date e ore.
Non avere più l’obbligo di dover dire cose a qualcuno ne di dover ascoltare qualcuno.
Essere libero di poter fare cose e non di dover fare cose.
Leggere un sacco, scrivere un sacco.
Dormire tantissimo per recuperare anni di sonno arretrato.
“Sentire” il silenzio ovvero ascoltare i soli suoni della Natura.
Provare a capire quali cose della mia vita siano veramente utili e quali veramente superflue.
Osservare la Natura e il cielo stellato per ore intere.
Vivere la solitudine vera per poi (ri)vivere meglio la socialità, quando torno.
Capire se la parte selvatica che io credo di avere si manifesti sul serio o sia solo una stupidaggine.
Sperimentare la situazione vissuta da Thoreau in Walden ma pure dal protagonista del romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli.
Non doversi curare di ciò che accade nel mondo.
Ecco. Più o meno sono questi, i miei motivi. Magari voi direte: be’, ma per fare alcune di queste cose non c’è bisogno di isolarsi chissà dove per chissà quanto tempo! Forse sì, è vero, ma credo che ciò sia comunque qualcosa che ognuno può e deve decidere personalmente come fare. C’è chi ha bisogno di rumore per riuscire a concentrarsi e chi di silenzio assoluto, ad esempio: dipende da persona a persona insomma, e per esperienza personale credo che l’isolamento, idealmente in montagna, a me aiuterebbe molto a realizzarle in modo compiuto e proficuo. Che è poi ciò che conta, del farle.
Da tempo seguo sul web Alessandro Fort, psicologo, formatore e scrittore (l’ultimo libro edito è Ansia e stress, vedete la copertina qui sotto), per la mirabile capacità divulgativa attraverso la quale veicola la propria esperienza professionale e – dal mio punto di vista soprattutto – perché lo fa prendendo spesso come dimensione contestuale la montagna e l’ambiente naturale. In sostanza, Alessandro riprende a modo suo quel motteggio vecchio e, se mediato con eccessiva superficialità, fin troppo retorico che recita «La montagna è una scuola di vita» riportandolo con prezioso pragmatismo al presente e a quel valore generale di bene ecosistemico fondamentale, in senso materiale e immateriale, che la Natura possiede e offre a chiunque vi instauri una relazione culturale la quale, inevitabilmente, godrà anche dei benefici psicologici indotti dal quel valore. Che d’altro canto è attivo anche quando non si abbia la consapevolezza della sua sussistenza, come può accadere a chi viva e frequenti la Natura con fini meramente ludici o ricreativi, seppur comprenderne l’effetto ne accresce(rebbe) largamente i benefici.
Ho chiesto ad Alessandro di spiegarmi rapidamente come nasca la correlazione tra montagna e psicologia che propone, e così mi ha risposto:
La montagna è per me la natura senza alcuna gara con niente e nessuno, è il luogo in cui ignoro l’orologio e mi regolo con il giro del sole. La montagna dà spazio alla parte primitiva del mio essere dove bevo l’acqua del ruscello, osservo il cielo per sentire l’arrivo della pioggia o raccolgo il mugo. Lì ci sono cose vere come terra, acqua, aria, legno…tutti elementi che riporto nel mio lavoro quale strumento di contrasto dell’ansia e dello stress, ma più in generale per mantenere l’equilibrio interiore mio e delle persone che a me si affidano. Camminare sui sentieri è riscoprire quell’animo avventuriero in via di estinzione, sostituito dalla frenetica omologazione sportiva, ed è il modo migliore per contrastare la fretta che il mondo impone, spingendo a non vedere nulla di ciò che sta attorno. Una cosa che mi rattrista poiché chi non vede la natura e le sue creature non vede neppure gli esseri umani.
Posto tutto ciò, ho formulato ad Alessandro il desiderio di poter proporre a chi legge queste mie pagine qualche suo contributo sulle tematiche delle quali si occupa, e molto gentilmente mi ha concesso un articolo (sublime, ma è la mia opinione personale) che è stato originariamente pubblicato sul magazine “Treviso Città&Storie” – essendo lui trevigiano di adozione (e mestrino di nascita) – dall’intrigante titolo Cosa significa naturale?
Lo potete leggere di seguito, e ringrazio ancora Alessandro Fort per tale concessione e per la preziosa amicizia.
Cosa significa naturale?
Tutti si dicono amanti della natura, ma che cosa intendono esattamente per natura?
Per alcuni l’attraversare il giardinetto in città è già entrare nella natura selvaggia e pericolosa, comprensibile se li si immagina vivere al quarto piano di un condominio con ascensore che li porta su e giù ogni giorno. Mia madre quando vedeva un campo, un bosco o comunque un’area non edificata diceva che gli faceva tristezza.
La maggior parte delle persone la pensa come lei, nel senso che quando non c’è nessun oggetto, intervento o costruzione derivante dall’azione umana, ritiene non vi sia niente di bello da vedere e interessante da fare. Da tale prospettiva un bosco è solo un bosco, ma se ci si piazza un po’ di corde su cui arrampicarsi e una ventina di cartelli illustrativi, diventa un bellissimo parco in cui stare a contatto con la natura.
Sul primordiale conflitto uomo natura è cresciuta l’ingordigia commerciale a sua volta alimentata dalla rincorsa delle novità. Il mito della natura diventa pretesto per piazzare giostre di plastica, segnaletiche ridondanti, costruzioni di cemento e aggeggi in acciaio, ma anche strade e mezzi di trasporto (dal fuoristrada alla mountain bike) che rendono il transito veloce e distratto fino a trasformare il bosco, la spiaggia o la campagna sfondi appena percepiti. La cultura della semplice natura non è remunerativa rispetto al mercato di massa, una moltitudine di zombie attratti dai colori di rumorose giostre, che dicono di cercare i silenzi delle vallate e i riflessi delle onde, ma li guardano sulla carta patinata dei dépliant, non nella realtà.
La natura non ha bisogno dell’uomo per sopravvivere, a parte sopravvivere a un uomo predatorio quanto antropocentrico e convinto che l’universo esista in sua funzione e che senza di lui non avrebbe alcun significato. Quando si parla di investimenti per la valorizzazione dell’ambiente significa alimentare l’ingordigia di chi propone strade, costruzioni o parchi a tema, perché il vero modo per favorire la natura è non fare nulla e lasciarle esprimere le sue forme. Se proprio si vogliono spendere soldi, beh.. si potrebbero valutare interventi di deantropizzazione, eliminando qualche strada, qualche cartello e tanto altro. La natura non ha bisogno nemmeno dell’ossessionante smania di sportivizzare tutto, inquinando la natura di colori artificiali, di rumori artificiali, di odori artificiali, di materiali artificiali e di eventi agonistici a suon di fischietti, altoparlanti e classifiche.
Si sta perdendo sempre di più il vero concetto di naturale, fino a quando un giorno qualcuno proporrà di spianare le montagne, asfaltare i sentieri, cementificare gli oceani e pavimentare i deserti, per fare attività colorate, rumorose e protocollate da regole codificate in un rassicurante e omologato ambiente pieno di manufatti in plastica, acciaio, cemento e qualche altro materiale della futura voracità industriale.