Essere o non essere – satirici: è questo il problema?

je-ne-suis-pas-charlieSappiate fin da subito che, sulla questione della ormai celeberrima vignetta di Charlie Hebdo sul sisma in centro Italia, state per leggere una personale considerazione che probabilmente qualcuno troverà sgradevole, se non peggio, ma che alla fine sostanzialmente esula dal genere di discussioni spese sul tema in questi giorni, per la gran parte di fortissima e indignata critica su quella vignetta – e meno male che ormai la buriana disquisitoria è passata, così che forse si possa ora ragionare con maggior lucidità.
Sì, perché è giustissimo e assolutamente condivisibile che una vignetta del genere possa essere criticata: ciò perché è assolutamente giusto e condivisibile che vi sia una libertà di satira che permetta ad essa di essere pubblicata, con il relativo corollario di responsabilità e, nel caso, conseguenze a carico di chi ne è l’autore. Per chi non ha capito: non sto affatto difendendo la vignetta di Charlie Hebdo e non sto per nulla dissentendo con chi la sta criticando. No, sto affermando altro.
Tralasciando appunto il genere di discussioni che è scaturito sulla vignetta – che alla fine si è palesato come una sorta di vendetta/resa dei conti tra italiani e francesi, cugini mai troppo cordiali da sempre, che ha utilizzato la vignetta e il suo senso come mere buone motivazioni per partire lancia in resta, al di là che quel senso fosse effettivamente disgustoso o meno – io credo che, in buona sostanza, criticare un giornale di satira come è Charlie Hebdo, e come lo sono molti altri pubblicati ovunque, per quanto pubblica, è un po’ come criticare i film pornografici perché in certi casi mostrano scene troppo esplicite e/o estreme. Il problema è che, come non avrebbe senso la pornografia senza tali immagini (che poi sia moralmente inaccettabile o no è, appunto, questione altra, che non c’entra con il principio qui esplicitato), la vera satira non sarebbe tale se non sapesse andare in certi casi oltre le righe: e ciò non perché la satira possa e debba godere di una libertà illimitabile e non criticabile, ma proprio perché è satira, dunque forma di comunicazione che in fondo nega sé stessa fin da subito, palesandosi per sua natura per ciò che è, ovvero qualcosa che non deve essere presa sul serio se non nel principio di fondo, nel messaggio che, nel caso, essa trasmette attraverso le sue divertenti, taglienti, offensive, oltraggiose immagini.
Ribadisco: c’è semmai un eventuale discorso di responsabilità dell’autore di certe immagini che si possano ritenere troppo forti, ma la valutazione del caso non può non tener conto che, se si facesse in modo di limitare l’espressività della satira, il suo senso verrebbe sostanzialmente meno, venendo meno anche la sua inimitabile forza d’impatto, capace di lanciare messaggi con un’efficacia che molte altre forme di comunicazione non saprebbero mai conseguire. O una o l’altra, insomma: e io credo che, pur in presenza di discutibilissimi eccessi, sia ben peggiore un mondo nel quale la satira subisca censure piuttosto che sia lasciata libera di “rivendicare il diritto alla cazzata” – per citare una nota affermazione del grande, e sovente assai satiresco, Ugo Tognazzi.
Ma c’è dell’altro: quel problema sopra indicato ha un suo nocciolo ancora più profondo. Come ilmalequalcuno ha fatto notare in questi giorni, il celeberrimo giornale satirico Il Male nel 1980 dedicò un numero speciale al sisma dell’Irpinia, infarcito di vignette di ferocia pari, se non peggiore, di quelle di Charlie Hebdo. Bene, andate a controllare se quel numero suscitò una pari indignazione, allora, della vignetta francese di oggi. Non troverete nulla, ovviamente. Ecco: temo che la nostra società contemporanea, che noi sovente crediamo la più evoluta, emancipata, progredita, libera eccetera, abbia in verità fatto – non sempre ma sovente – un bel po’ di passi indietro in tema di apertura mentale, ovvero di preparazione culturale, e al contempo ne abbia fatti tanti in avanti, di passi, verso il blaterare con assai poca coscienza e percezione di ciò che si blatera – chiaramente anche grazie alla grande mano data dal web e dai social network nonché del modus operandi dell’informazione diffusa sui media nazional-popolari. Ribadisco: non sto affatto dicendo che non sia condivisibile la critica alla vignetta in questione e che non sia sacrosanto il diritto di esprimere le proprie idee. Sto semmai dicendo che tali esercizi espressivi pubblici mi sembrano ben più ispirati da impressioni del momento indotte da agenti esterni piuttosto che da una autentica e almeno un poco approfondita riflessione sul tema di essi. Anche perché, come puntualmente accade, la critica collettiva ad alzo zero come quella espletata da tanti in questi giorni alla fine non fa che donare ancora maggior importanza, rilievo e notorietà al suo bersaglio, quando invece un’ignoranza collettiva – ovvero l’ignorarla in massa, quella vignetta – l’avrebbe rapidamente relegata nel disinteresse generale, soffocando qualsiasi sua discutibile carica offensiva e/o aggressiva.
Alla fine, credo che in una società civile ed emancipata i limiti della libertà d’espressione, che in nessun caso può essere punibile, si generino automaticamente dal senso civico e dalla preparazione culturale diffusi, che essi si riferiscano poi alla satira o a che altro. Personalmente trovo altrettanto offensivi di vignette come quella in questione, ad esempio, certi servizi dei TG o numerose affermazioni di personaggi pubblici che, solo perché in posizione di “preminenza” sociale e mediatica, si credono liberi di poter dire tutto ciò che vogliono o quasi. Se togliessimo la facoltà di esprimersi a vignettisti satirici come quelli di Charlie Hebdo, la dovremmo togliere pure a numerosi politici, membri delle classi dirigenti, pseudo-giornalisti, eccetera. Tuttavia, a tal proposito, ripenso a quella nota affermazione di Voltaire sul difendere a tutti i costi la libertà di dire ciò che si vuole, e a come ciò significhi pure che, se certa gente non fosse libera di parlare, noi non sapremmo mai a quale livello di ignoranza, rozzezza e idiozia può cadere…

Sull’estinzione del “ribelle” nell’era contemporanea

14142036_10153995442978165_7214674882369903251_nAl di là dell’arguta ironia musical-smartphonica che presenta, quest’immagine (ovviamente scovata sul web) mi ha suscitato una certa riflessione (inevitabile e ineluttabile?) sul tempo presente e sullo stato di noi che lo viviamo e determiniamo.
Rappresenta, l’immagine, due “simboli” che in un ordinario immaginario collettivo (un po’ dilatato nel tempo, magari) rappresentano cose del tutto antitetiche: i punk (o meglio i “figli” – quasi i nipoti, ormai – degli originali!) dunque la ribellione sociale moderna per eccellenza, e i telefonini, cioè il massimo (o quasi) del conformismo consumista contemporaneo.
Ora: al di là che, cosa ovvia, non c’è nulla di male che dei punk di oggi utilizzino uno smartphone – ormai sempre meno status symbol e sempre più oggetto di quotidiana utilità (o di assai futile e stupido impiego, ma lasciamo stare…) – questo casuale accostamento dei suddetti concetti di “ribellione” e di “conformismo/sottomissione” (alle “regole” della nostra post-moderna società consumistica) mi fa chiedere: ma oggi, esistono o possono esistere ancora i “ribelli”? E, ribadisco, intendo il termine così come lo intendevano i punk originari degli anni ’70, quelli il cui motto fondamentale era “fuck the system!”, che si opponevano a tutto ciò che fosse emanazione del sistema di potere vigente mirando ad una forma di esasperata anarchia nichilista nella quale, a prescindere dai piccoli o grandi estremismi presenti, si poteva riscontrare una fonte pura di autentica energia ribelle, di opposizione vera e non di facciata, di rifiuto totale delle regole imposte e non di semplice “antagonismo” – il quale di frequente non è che una forma di protesta assolutamente funzionale e necessaria al sistema apparentemente avversato.
Insomma: si può essere ancora veri ribelli, oggi? Oppure la contemporanea società liquida, così straripante di non realtànon luoghi, non idee, non culture, non individui – ha imposto una onnipotente condizione vitale in grado di soffocare e spegnere sul nascere qualsiasi moto – più o meno culturale, sociale, politico, eccetera – di segno contrario? Inoltre, come è stato per il movimento punk – probabilmente l’ultimo grande moto di controcultura popolare internazionale apparso nella storia, capace tutt’oggi di palesare la sua influenza su molte cose, anche se a volte in modo omologato e (paradossalmente) conformista – una tale capacità di ribellione, se esiste, può essere in grado di rendersi visibile e lasciare tracce evidenti della sua azione, oppure resta sostanzialmente confinata alle iniziative del singolo ovvero a sporadici e trascurabili episodi collettivi?
Probabilmente intuirete, dal modo in cui ho posto tali domande, che le personali risposte ad esse tendono alla negazione (peraltro atteggiamento molto punk, quello “negative”!). Già, perché temo che, appunto, una delle più eclatanti vittorie che stia ottenendo il sistema in cui (e con cui) la nostra parte di mondo vive sia proprio quella di saper annullare in modo rapido, scaltro e incisivo qualsivoglia elemento di disturbo, soprattutto ove questi risulti del tutto giustificato, nel proprio moto di ribellione, alla realtà dei fatti. La passione che sovente molte persone manifestano per certe buone cause – bellissima e preziosa, sia chiaro – non ha i crismi della ribellione in senso “punk” ovvero originario: non esce dal recinto del sistema, semmai cerca di spostarne i paletti o variarne la forma. Questione di atteggiamento, senza dubbio (il nichilismo iconoclasta punk non è certamente un modus vivendi così condivisibile da tutti!) ma pure, io temo, di perdita d’un certo nerbo indocile e potenzialmente eversivo che noi uomini d’oggi non abbiamo più, almeno in questo momento storico. Colpa del benessere diffuso, della perdita di valori, di senso civico o di consapevolezza politica, della strategia di depressione culturale così ben diffusa dai media nazional-popolari o più semplicemente di imperante apatia ovvero di qualsiasi altra cosa possibile e immaginabile… beh, fatto sta che di cosa sia la “ribellione” – al di là, ribadisco, di peculiari esperienze individuali e piuttosto solinghe – credo ce ne siamo dimenticati.
Magari, dirà qualcuno, è meglio così. Magari no, penso io. Diceva Camus: “Cos’è un ribelle? Un uomo che dice no.” Oggi, invece, ci fanno dire “sì” anche quando non vogliamo o non sappiamo cosa comporterà: è la società sempre più liquida, e quando sei immerso in un liquido non serve a nulla dire o pure urlare “no!” pensando così di non bagnarti o, peggio, di non affogare!

Camminare è un atto di progresso civile (Davide Sapienza dixit)

La società che tutti insieme abbiamo creato manda un messaggio chiaro: se non ti sottoponi alla produzione di massa, sei fuori. L’unica via di uscita è tornare a vivere secondo il diritto selvatico, recuperare le gambe, riconoscere che i nostri piedi sono più intelligenti di tanti cervelli riuniti in un Parlamento o a un vertice mondiale della sostenibilità: in quei luoghi, nessuno sa cosa sia il Cammino di una civiltà.

(Davide SapienzaCamminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014, pag.94; in ebook su Feltrinelli.)

Sapienza-2Ha ragione, Sapienza: se si vuole trovare un aspetto positivo nella società contemporanea, è quello – paradossale – di aiutarci a (ri)mettere in luce ciò che può realmente salvarci dalla sua all’apparenza irrefrenabile decadenza – culturale, soprattutto, ma non solo. E quasi sempre si tratta di azioni semplici, primarie, primordiali eppure fondamentali, virtuosamente olistiche, profondissime nella loro essenza e profondissimamente umane. Come il camminare, appunto, pratica che -chi legge il blog ormai lo saprà – trovo personalmente necessaria al fine di potersi ancora dire creature intelligenti, per quanto sia – in tutta la sua semplicità, appunto – un’azione ricolma di innumerevoli sensi, significati, accezioni, sostanze, concetti, nozioni, culture, saggezze. Tutte cose che possono renderci migliori ergo rendere migliore il mondo in cui viviamo, ben più di Parlamenti politici e vertici mondiali di esperti di chissà cosa – proprio come afferma Davide Sapienza.

P.S.: cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Camminando.

AA.VV., “Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio”

Progetto2Qualche tempo fa pubblicavo un articolo, qui nel blog, nel quale sostenevo come dalla montagna – la derelitta (in Italia) montagna, zona del paese troppe volte e per troppo tempo lasciata dalla politica ai margini delle strategie di sviluppo e di progresso nonché costretta ad un declino culturale autonichilista ovvero indotto dall’imposizione di modelli di gestione amministrativa del tutto avulsi dal peculiare contesto ambientale, sociale, antropologico e quant’altro – potesse discendere la salvezza (culturale, ma non solo) della nostra società. Ciò perché – scrivevo e ne sono certo oggi più di allora – la montagna, nonostante tutto, ha conservato alcuni dei valori culturali fondamentali per il buon vivere collettivo che la società del piano, quella post-moderna, post-industriale, post-urbana, sempre più in balìa della società liquida e assediata dalla pandemia dei non luoghi (per citare due concetti cardine della sociologia contemporanea), ha smarrito e ora necessita terribilmente.
Posto ciò, trovo Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio, ponderoso tanto quanto tematicamente ricco volume pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna (una delle migliori associazioni culturali nelle Alpi italiane in tema di ricerca, studio e promozione dei processi culturali per la riscoperta e la valorizzazione della storia sociale delle comunità di Valle Imagna, in primis, ma delle dinamiche di salvaguardia e sviluppo delle zone montane in genere) una lettura fondamentale per quanto inizialmente affermato, nonostante sia una pubblicazione edita nel 2007. Anzi, potrei anche dire che questi (quasi) 10 anni di distanza dalla pubblicazione originaria ne abbiano pure accresciuto il valore (continua…)

Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Leggete la recensione completa di Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Radio Alice: il web, i social, l’open source – ma 40 anni fa!

(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo.
Beh… quasi ovunque, ecco.
Per saperne di più sul libro, cliccate sulle immagini in testa e in coda all’articolo…)

Copertine_Radio-AliceVorrei prendere le mosse, per la mia personale narrazione del lavoro effettuato per creare questo libro – anzi, per raccontarvi della genesi e della sostanza del mio rapporto con Radio Alice – da una domanda che posi a Valerio quando, lo scorso gennaio, mi recai a casa sua per la chiacchierata che poi trovate anche nel libro. Una domanda che io feci a lui e che lui subito ha rifatto a me, che poi ha posto ai lettori di Giap, il blog di Wu Ming, e che trovo comunque inevitabilmente fondamentale sotto tutti i punti di vista – ancor più per me, che su Radio Alice ho appunto scritto un libro: “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”

Io, quando Alice nacque, avevo 5 anni, sono nato nel 1971. E sono nato in un piccolo paese di provincia, vicino a Lecco, quindi non ho certo vissuto, nemmeno dal racconto dei miei compaesani, il contesto sociale, politico, culturale, ideologico di quegli anni così come invece l’hanno certamente vissuto quelli che abitavano nelle grandi città e nei centri lungo l’Italia intera nelle cui piazze si attuava la contrapposizione, sovente violenta, tra operai, studenti, autonomi e quanti altri con le forze dello stato, che fossero dell’ordine, istituzionali, eccetera.

Quando l’editore mi ha proposto di scrivere questo libro – oltre che perché spero apprezzi il mio modo di scrivere – fondamentalmente credo l’abbia fatto sapendo che io faccio radio da più di 25 anni, in una piccola emittente che trasmette nelle provincie di Lecco e Bergamo la quale, peraltro, anch’essa è nata nella sua prima forma trasmittente verso la fine del 1976. Come molti, conoscevo Radio Alice di nome ma ben poco nei fatti, nel senso che avevo solo una vaga idea che avesse fatto qualcosa di importante, e che il suo nome contasse molto nella storia della radiofonia libera italiana, ma non molto più di questo. Ho cominciato dunque a interessarmi alla storia della radio e, inesorabilmente nonché ingenuamente, appunto, ho scoperto un universo… che ho esplorato e che, dopo qualche giorno, mi ha fatto dire, tra me e me: con tutta ‘sta roba che è già stata scritta ove si può trovare di tutto e di più, cos’altro posso scrivere, io? E vi confesso che, per qualche attimo, ho pensato di rinunciare, di chiamare l’editore e dirgli: «Senti, ma hai provato a vedere quanta roba c’è, su Radio Alice? Qui c’è il rischio di scrivere cose già scritte!»

Ma non ho smesso di leggere, e dunque di penetrare sempre più a fondo nella storia della radio e, ancor più, nello spirito originario di essa. E ho cominciato a capire che un’esperienza come quella di Alice non è affatto durata per quei soli 13 mesi di vita, anzi: quella di Alice fin da subito si è prefigurata come un’esperienza assolutamente e profondamente culturale, ovvero generatrice di cultura di diversa matrice, anche perché a sua volta nata da una culla del tutto culturale. Certo, tutto è cultura: la politica, le ideologie filosofiche, la sociologia così come la musica, la poesia, creatività, e pure i bisogni quotidiani della gente comune… Appunto, insomma: una storia come quella di Radio Alice, anche a 40 anni di distanza dalla sua realtà temporale, tutt’oggi genera elementi ed esperienze culturali.

Da qui ho cominciato a lavorare, per la stesura del libro, e da qui ha preso forma sempre più complessa e definita il mio personale rapporto con Alice, cercando ed elaborando risposte molteplici a quella domanda, “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”, che ho poi posto a Valerio.

Volantino-2Innanzi tutto, dopo 40 anni resta che Alice non è affatto “morta”, non è affatto finita con l’irruzione violenta della sera del 12 marzo 1977. Come più volte mi ha sottolineato Valerio, Alice è una creatura che ha saputo quasi da subito dotarsi di vita propria: una vita che ora non contempla più una voce ma che esiste, sussiste nel tempo, è ancora identificabile ovvero la si più ancora incontrare e comprendere che da un tale incontro vi si possono ricavare tantissime cose. Per tale motivo mi è venuto in mente di scrivere il testo del libro “rivoluzionando” a mia volta la linea temporale, ovvero partendo dalla fine – dall’intervista di Ciro Lomastro, che in qualche modo dal suo punto di vista di rappresentante dello stato contro Alice, chiude la vicenda (seppur in modo assolutamente confutabile, come ben sa Valerio) – e ponendo in ultimo, nella narrazione dei fatti, la nascita della radio. Questo perché ho voluto, per così dire, togliere subito di mezzo la “fine” dell’avventura di Radio Alice e di contro fare in modo che le ultime cose che il lettore legge, e che dunque facilmente gli resteranno più vivide e impresse nella mente, a fine lettura, sono quelle relative alla nascita di Alice. La nascita ovvero il momento di massima vitalità, di vita piena e fremente. Ciò, appunto, anche per capire che Alice tutt’oggi è viva, e non è certo lo scorrere del tempo, e questi 4 decenni ormai passati, ad aver relegato la sua vitalità al mero ambito della memoria, del ricordo e della commemorazione. Tutt’altro.

Inoltre, quando leggerete il libro, noterete che è tutto scritto al presente, non con tempi verbali al passato, generalmente tipici dei saggi che narrano qualcosa di storico e storicizzato. Il motivo è lo stesso: mantenere viva, ovvero “presente nel presente”, per così dire, la presenza di Alice e la sua capacità di raccontare ancora oggi tantissime cose con valenza contemporanea, non legata ad un passato tanto bello quanto però, appunto, trascorso e non più considerabile. No, Alice non diffonde più la sua voce da un microfono ma parla direttamente a chiunque voglia ascoltarla: è un ascolto non più radiofonico ma culturale, come ribadisco, parte della nostra stessa cultura contemporanea e, in molti modi, assolutamente identificante – come anche la cultura deve essere per chi la coltivi per sé stesso come conoscenza e bagaglio formativo e istruttivo.

Radio-Alice-1-4Un’altra cosa che mi ha affascinato, dell’esperienza di Radio Alice, è quella che, con tutta evidenza e ancor più proprio se vista oggi, a distanza temporale ma non intellettuale, quella della radio si può benissimo identificare come una lunga performance artistica. E intendo ciò proprio col senso che si può trovare su un qualsiasi vocabolario: un’azione artistica, generalmente presentata ad un pubblico, che spesso investe aspetti di interdisciplinarità. Un’azione la cui essenza artistica venne dai ragazzi della radio definita maodadaismo, proprio rifacendosi direttamente ad uno dei movimenti artistici fondamentali del Novecento, il Dada col suo figlio maggiore, il Surrealismo. Presentata ad un pubblico – inutile spiegarlo – perché trasmessa dai microfoni di un radio. Interdisciplinare perché – anche qui credo sia inutile spiegarlo – il modo di fare radio inventato da Alice fu totalmente e liberissimamente interdisciplinare ovvero compendiante qualsiasi cosa che potesse essere trasmesso e diffuso pubblicamente dai microfoni della radio.

Poi, partendo da queste basi, le connessioni con il mondo dell’arte sono innumerevoli: non a caso ho proprio dedicato un capitolo, nel libro, a questa matrice prettamente artistica nell’esperienza di Radio Alice, capitolo intitolato Arte radiofonica maodadaista – e anche qui da intendersi come di arte interdisciplinare: dalla letteratura, con la Alice di Lewis Carroll, la poesia rivoluzionaria di Majakovskij ma anche di Lautremont, di Rimbaud, dei poeti della beat generation,   Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola – un’arte avente espressività interdisciplinare, appunto. Ma ho trovato anche, in Radio Alice, l’ispirazione di Marcel Duchamp, uno degli artisti più rivoluzionari – non a caso – del Novecento, con la sua subordinazione del messaggio artistico al mezzo, ovvero all’opera, con cui viene diffuso, il che riporta alle teorie di Baudrillard e McLuhan, dunque anche al lato critico della storia dell’arte del Novecento… eccetera eccetera eccetera.

Radio-Alice-7E l’arte, lo sapete bene, non ha tempo, non ha scadenza. Quand’essa sia di valore, e quando sa trasmettere realmente un messaggio, un proprio senso, quando sa comunicare, insomma, vive sempre, è sostanzialmente atemporale. Per questo ancora oggi, a 40 anni di distanza, l’ascolto dei nastri di Radio Alice sa fornire una immediata sensazione di freschezza, di novità, di originalità ovvero sa parlare subito, sa raccontarci da subito molto, sa accendere una forte luce su di sé che poi si riverbera tutt’intorno. Ma a differenza di molta arte pur di valore, che anche non avendo tempo vive solo rinchiusa nella prigione del museo, Alice ancora oggi se ne resta ben lontana da qualsivoglia reclusione culturale, proprio perché lei la cultura la sa ancora generare e diffondere.

Non solo: come molta produzione artistica, non è affatto fuggita dal paventato pericolo della ripetitività, così tipico dell’arte contemporanea che ancora oggi è visto come fumo degli occhi da molti critici, anzi: Alice ha fatto della ripetitività artistica, ovvero della più assoluta e totale condivisione delle sue invenzioni in tema di linguaggio e comunicazione, un punto fermo e indiscutibile. Parlando con Valerio Minnella di questa cosa, alla fine ci siamo detti che è un po’ come se Radio Alice abbia inventato pure l’open source. Nessun copyright, nessuna rivendicazione di diritti su quanto i ragazzi avessero elaborato prima di avviare le trasmissioni e durante la vita della radio, semmai l’esatto opposto: la certezza che solo la massima condivisione di ciò che stavano facendo in radio poteva dare un senso e fornire la possibilità di raggiungere uno scopo alla radio stessa. E mi viene da dire che, se uno scopo politico, ideologico o sociale sembrerebbe non essere stato raggiunto, stante la fine violenta della radio e la disgregazione del movimento autonomo che aveva eletto Alice come propria voce, appunto, in realtà quello scopo o quegli scopi sono stati assolutamente raggiunti: il fatto che io ora sia qui a parlarvi di Alice con in mano questo libro ne è la prova lampante. Ribadisco: l’arte come la cultura non hanno ne tempo e ne scadenza, anzi, in qualche modo rafforzano il proprio valore nel tempo, e lo fanno proprio quando ciò che hanno generato continua a vivere e a diffondersi, anche se la fonte trasmittente – lo dico non tanto in senso tecnico ma più concettuale – non c’è più. Ma in realtà c’è, ha solo cambiato forma.

Radio-Alice-1-2Quanto ho detto sull’invenzione dell’open source da parte di Alice mi dà modo di ricollegarmi ad un’altra buonissima risposta alla solita domanda “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”… Resta la forza premonitrice se non profetica della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione messa in atto da Alice, che appunto era allora preveggente e ora è realizzata, concreta, presente. E mi riferisco a come Alice abbia saputo realizzare, anni e anni prima di quello che poi oggi è il cosiddetto web 2.0 (anche se la definizione, come mi ha spiegato bene Valerio che di queste cose se ne intende, è piuttosto impropria e fuori luogo, nel senso che oggi gli diamo), una vera e propria rete sociale, le cui connessioni non viaggiavano sui cavi della banda larga o del wifi ma attraverso le onde FM e le linee telefoniche, per le quali la radio faceva da server – sia in senso tecnico che in senso umano, come ha ben evidenziato Massimiliano Panarari su La Stampa, in un articolo scritto in occasione dei 40 anni esatti dalla prima trasmissione di Radio Alice.

Anche riguardo questi temi ho voluto concentrare l’attenzione dei lettori del libro con un capitolo intitolato Alice, la social radio. Perché veramente Alice ha funzionato come oggi funzionano i social network o, nella definizione italiana che trovo anche più significativa di quella comune anglofona, le reti sociali ovvero, perché anche in questo modo quella messa in atto da Alice è stata una vera e propria profonda rivoluzione, se non una autentica trasformazione paradigmatica che ha innovato non solo perché ha proposto qualcosa di nuovo rispetto a quanto c’era prima, ma perché ha proprio preso le carte in tavola allora e le ha gettate via, mettendone su quella tavola di totalmente nuove e diverse, per certi versi mai viste prima.

Radio-Alice-AntennaVi voglio leggere una definizione molto adatta a descrivere tale rivoluzione, che “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò pur in presenza di strumenti sostanzialmente invariati – infatti la radio in quanto strumento tecnologico c’era già prima di Alice… Bene: vi sto spacciando questa come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice. In realtà è una definizione di “web” che si può trovare giustappunto in internet. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, la cui storia la si può descrivere tranquillamente con parole create oggi per descrivere cose d’oggi, cose contemporanee. E che invece Alice rende valide persino per un qualcosa accaduto 40 anni fa.

Eccone un’altra buona: «consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi da diversi legami sociali. (…) Esempi di questi soggetti sono le comunità di sostenitori di eventi, quelle unite da problematiche strettamente lavorative e di tutela sindacale del diritto nel lavoro, che permettono di materializzare, organizzare e arricchire di nuovi contatti la rete di relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, facilitando la gestione dei rapporti sociali e consentendo la comunicazione e la condivisione» In cosa consiste tutto ciò? Di cosa si sta parlando? Verrebbe da rispondere di Radio Alice, senza alcun dubbio. Invece è una definizione di “social network”. Ecco: direi che ora non si possa proprio più dubitare che, a 40 anni di distanza, Radio Alice non solo sia viva e vegeta ma sia pure assolutamente narrante e con una moltitudine di argomentazioni, temi, storie, esperienze, rivelazioni, insegnamenti che veramente poche altre cose saprebbero mettere in campo.

Per finire: lo scorso gennaio, quando come vi ho detto ho incontrato Valerio per registrare la chiacchierata che poi potete leggere nel libro, e dopo che ci siamo salutato e abbiamo preso per tornarcene a casa, ho chiesto a mia moglie, che era con me, cosa ne pensasse dell’incontro e della chiacchierata. La prima cosa che mi ha detto è stata assolutamente significativa, soprattutto perché detta da una persona che non conosceva la storia di Radio Alice – un po’ come me – e non aveva ancora letto il manoscritto del libro: mi ha detto che è sempre interessante conoscere persone che hanno saputo fare la storia, e sentire i loro racconti ancora oggi così “contemporanei”, che si possono sentire ancora tanto propri e condivisibili. Ecco, a 40 anni dalla sua nascita, Radio Alice è viva e vegeta anche per chi non l’ha conosciuta se non solo oggi e anche se “non parla più”: noi che siamo qui oggi ma, spero soprattutto, questo libro è la prova evidente di ciò. E posso proprio affermare che, in questo libro, ho cercato (spero nel modo migliore possibile) non solo di narrare una storia, ma di raccontare la storia di una radio e dei suoi creatori che hanno fatto la storia.

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web
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P.S.: tutte le immagini pubblicate in questo articolo sono tratte dal libro, al quale si rimanda per i relativi riferimenti e crediti.