Un nuovo libro sul grande Manzoni (no, non Alessandro!)

Se i Manzoni saranno ricordati, non credo sarà di certo per merito di Alessandro, autore del romanzo più servile e anonimo dell’Ottocento, piuttosto sarà grazie alle rare qualità di Piero Manzoni. Mente libera e indipendente per eccellenza, che troppo presto ha abbandonato questa nostra Italia borghese e bigotta.

(Arturo Schwarz su Piero Manzoni)

Fin da quando ho conosciuto e “studiato” (per usare un verbo assolutamente esagerato ma chiaro) l’arte di Piero Manzoni, ne ho percepito l’impatto profondamente rivoluzionario, destabilizzante, provocatore in forza d’una sagacia irriverente e al contempo geniale. Un’espressività artistica che s’affiancava a quella “madre di tutte le altre” di Lucio Fontana e da lì partiva per la tangente verso ambiti comunicativi che se da un lato i coevi dell’artista milanese (ma cremonese di nascita) per la gran parte non furono in grado di capire, per mancanza di mezzi intellettuali ma più spesso per mera meschinità  – rare eccezioni il citato Schwarz e lo stesso Fontana -, dall’altro hanno lasciato un retaggio ben più ampio e profondo di quanto si potesse credere, e che soltanto ora si apprezza in tutta la sua innovativa sostanza.

Prova ne è Piero Manzoni. Nuovi Studi, il volume curato dalla Fondazione omonima e appena pubblicato da Carlo Cambi Editore che raccoglie i contributi di numerose firme della saggistica e della critica d’arte contemporanea, e che si prefigge di sottrarre una volta per tutte la figura di Manzoni “al gioco stucchevole delle affermazioni di grandezza, delle definizioni sloganistiche ad uso del compound di riferimento, delle volgarizzazioni chiassose dell’attualità”  per dare corso al “tempo degli studi, delle indagini acuminate, delle ricostruzioni partite, in cui la dimensione dell’attualità trascolora, facendo posto alla misura lunga della storia.

Un volume (cliccate sulla copertina lì sopra per saperne di più) che fa il buon paio con la bella autobiografia firmata da Dario Biagi e uscita qualche tempo fa (della quale trovate la mia recensione qui) che certamente leggerò presto e che, per tutto quanto vi ho scritto finora, non posso che consigliarvi.

Leggere libri a bordo di astronavi interstellari

Anno 2374. Jean-Luc Picard, comandante dell’astronave USS Enterprise NCC-1701-E, legge un libro cartaceo nei propri alloggi sul ponte 4 di bordo durante un viaggio interstellare. (https://it.wikipedia.org/wiki/USS_Enterprise_(NCC-1701-E)

Resto convinto che tra qualche centinaio di anni, a bordo di una nave interstellare in viaggio superluminale tra le galassie, dopo aver controllato i principali sistemi di bordo e aver dato disposizioni sulla rotta e sul regime a cui impostare il reattore materia/antimateria per ottenere la velocità di curvatura necessaria al viaggio, il capitano si ritirerà nei propri alloggi e prima di un meritato sonno ristoratore leggerà un romanzo su… un libro cartaceo.

Sì, un libro di carta, come quelli di oggi, come quelli che da secoli nella nostra mente corrispondono nell’immagine oggettiva e nella relativa cultura al termine “libro”. Niente libri elettronici, no.

Attenzione: con la mia piccola fantasia sopra narrata non voglio assolutamente manifestare alcuna opposizione ai libri in formato digitale e ai relativi supporti. Anzi: ben vengano e ben si diffondano, così da promuovere il più possibile la letteratura e l’esercizio della lettura (nella speranza che gli editori la smettano di soffocarne lo sviluppo, però, come già denunciavo qui!) Tuttavia, più passa il tempo e più si solidifica la convinzione che, almeno per il momento – ovvero per questa generazione e per numerose prossime – per “libro” si continuerà ineluttabilmente a intendere l’oggetto cartaceo. Di più: come sostengo spesso, tale articolo rilegato, di carta o cartone o altro di funzionalmente simile e scritto/illustrato con inchiostro, comunque per ancora lungo tempo continuerà a rappresentare l’oggetto culturale per eccellenza, quello che in maniera più immediata, fruibile, economica e popolare rappresenta nel pubblico il senso del termine “cultura” e della relativa diffusione. Un oggetto di valore antropologico, un marcatore referenziale fondamentale per la cultura umana e un segno identitario inconfondibile per la civiltà, il quale, in quanto tale, non può subire alcun processo di obsolescenza né materiale e né immateriale.

Ribadisco: ben vengano i libri digitali ma, per ora e per ancora molto tempo, non scalzeranno affatto la presenza del libro e non ne scalfiranno il suo valore culturale originario semplicemente perché non ne sono e ne saranno in grado (peraltro, leggete un po’ qui che sta accadendo). Lo tengano in conto, i progettisti delle astronavi che tra qualche decennio prenderanno ad andare oltre i limiti del Sistema Solare verso nuovi pianeti e poi ancora più lontano, verso altre stelle e galassie, che un buon scaffale per mettere in ordine i libri di carta a disposizione degli equipaggi a bordo lo dovranno sicuramente predisporre. Ne sono convinto.

Stiamo diventando tutti “androidi” (senza cervello)?

Syd Mead, Concept art per Blade Runner. (http://sydmead.com/v/12/)

L’indipendenza è un valore sacro da difendere: è impensabile farsi condizionare dagli altri, farsi limitare, farsi dire che cosa fare e come vivere. Eppure, io stesso conosco moltissime persone ‒ mie coetanee, anche ‒ per cui l’essere condizionati dall’esterno, il rinchiudersi in una forma data, è diventata una specie di religione inconsapevole.

Questa citazione è tratta da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, che riflette sulla semplificazione culturale come tendenza tra le più diffuse del presente, rivelatrice di un degrado che coinvolge vari ambiti dell’esistenza, dal lavoro ai rapporti, fino alla musica e alla spiritualità, chiedendosi conseguentemente: “Quali soluzioni abbiamo per non trasformarci tutti negli androidi profetizzati da Philip K. Dick?” Testo breve tanto quanto illuminante, appunto. Vi consiglio di leggerlo e meditarvi sopra: cliccate sull’immagine per visualizzarlo interamente, dal sito di Artribune.
Poi, se vi interessa sapere la mia opinione al riguardo ovvero la risposta alla domanda dickiana posta – più avanti nell’articolo – da Caliandro “Che succede nel momento in cui la semplificazione culturale raggiunge il punto di non ritorno? Diventiamo tutti androidi?“, beh, sì, lo diventiamo. Anzi, ampia parte della popolazione lo è già diventata: spento definitivamente il cervello e meccanizzate le solite, invariabili azioni quotidiane – rompere tale routine è ormai percepita come qualcosa di potenzialmente rischioso – si è formalmente nella condizione di automi antropomorfi programmati per compiere certe attività e solo quelle ovvero comandati/comandabili a distanza in tutto e per tutto. Inclusa la funzione “OFF”.

Finalmente due libri veramente “grandi” da leggere!

Siccome di grandi libri, negli ultimi tempi, non è che ne ce siano in giro così tanti – almeno nella produzione editoriale mainstream – m’è venuto in mente di andare almeno alla ricerca di libri grandi.

E ho scoperto quale sia – a quanto pare – il più grande libro mai stampato: è l’Earth Platinum Atlas, pubblicato nel 2012 dall’editore australiano Gordon Cheers in 31 copie vendute al costo di 100.000 dollari USA l’una. Misura 1,80 per 1,40 metri e pesa 150 kg.

Tuttavia, il volume al quale l’Earth Platinum Atlas ha rubato il primato di “libro più grande del mondo” è ben più affascinante, anche solo per la sua vetustà: è il Klencke Atlas, stampato nel 1660 su iniziativa del principe olandese John Maurice of Nassau, il quale decise di omaggiare il Re Carlo II di Inghilterra – prossimo al reinsediamento sul trono dopo 9 anni di esilio – con la realizzazione di un atlante che contenesse tutta la conoscenza geografica dell’epoca. L’opera fu realizzata grazie al finanziamento di diversi mercanti, capitanati dal commerciante di zucchero Johannes Klencke, del quale prese il nome. Misura 1,75 metri in altezza e, aperto, più di 1,90 in larghezza: occorrono almeno sei persone per movimentarlo. Venne mostrato al pubblico per la prima volta nel 2010 presso la British Library, ove è conservato.

Alla faccia degli ebook e degli ereader, ecco. Andateci con uno di questi volumi a leggere sulla metro, piuttosto!

Li avete anche voi i banditi al potere? (Paolo Rumiz dixit)

“Guardi questa terra, non è meravigliosa?” mi ha chiesto una sera una contadina ucraina davanti a un oceano di messi al vento. Le ho risposto: “Potrebbe nutrire tutta Europa”. Allora lei, come a sé stessa: “Perché allora siamo così poveri? Perché milioni di noi emigrano? Perché c’è tanta terra incolta? Perché tante donne vanno in Italia a badare ai vostri vecchi?”. E poi, dopo un lungo silenzio: “Glielo dico io il motivo: siamo governati da banditi. E voi in Italia, li avete anche voi i banditi al potere?”. Ho evitato di rispondere.

(Paolo RumizTrans Europa ExpressFeltrinelli, Milano, 2011, pag.13.)

Si volesse pure continuare a evitare di rispondere, come indica Rumiz, e lo si facesse anche solo per elementari ragioni di “decenza nazionale”, sarebbe finalmente il caso di cominciare ad agire, invece, contro quei banditi. I quali, altrimenti, il futuro del paese lo ruberanno totalmente e definitivamente, presto.