Un dato di fatto

[Immagine tratta da andria.news24.it, fonte originaria qui.]
Non mi piace parlare di politica intesa come l’operato dei partiti (italiani) e dei loro esponenti, lo trovo un argomento profondamente cafonesco e triviale ma, suvvia, fatemelo dire, la verità fattuale sulla politica di questo paese è molto semplice: c’è una maggioranza cialtronesca e un’opposizione buffonesca, e non c’è una “crisi” di governo ma la crisi È il governo, ovvero i governi – tutti quanti – che si sono avvicendati negli ultimi decenni alla guida di questo povero paese.
Fine.

L’architettura È paesaggio (ma a volte no!)

[Foto di AdmComSRL, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte qui.]
Per una mera suggestione personale – forse per qualcuno ingiustificata, ma tant’è – mi viene da accostare quanto ha dichiarato qualche giorno fa il celebre architetto svizzero Mario Botta in merito al “suo” Casinò di Campione d’Italia (foto sopra) con un recente progetto dell’altro stimato architetto Enrico Scaramellini, il cui cantiere aprirà quest’anno (foto sotto).

Botta ha pubblicamente dichiarato quello che tutti – io per primo che dalle sponde del Lago di Lugano sul quale si affaccia ci passo spesso – hanno da sempre pensato dell’edificio di sua progettazione a Campione e cioè, per farla breve, un obbrobrio assolutoleggete qui. A suo merito va la pubblica ammenda, per giunta piuttosto sollecita (ha impiegato poco più di dieci anni per ammettere l’errore, relativamente poco tempo), a suo demerito il tentativo di giustificarla comunque con le pressioni dei politici italiani al riguardo, il che farebbe, mi permetto di osservare, pensare a una certa mancanza di personalità (nonostante la magniloquenza della nomea da “archistar”), oltre che di visione paesaggistica.
Ecco, per l’appunto: il Casinò di Campione non è soltanto un edificio totalmente fuori scala rispetto al contesto urbano in cui è stato calato (come un gigantesco e rozzo masso in una cristalleria, l’impressione è questa) ma la sua obiettiva bruttezza deriva dalla totale mancanza di relazione con il paesaggio locale. Nessuna attinenza con la geografia, la morfologia, i cromatismi, con tutto il resto di antropico d’intorno… niente di niente.
Enrico Scaramellini – che non è “archistar” nel senso (ormai) più pacchiano del termine ma lo è, concretamente, nell’ambito della progettazione architettonica alpina – ha invece progettato a Campodolcino l’ampliamento della palestra di arrampicata. Certamente siamo di fronte a un edificio di tutt’altre dimensioni rispetto al Casinò di Campione, ma pure qui in effetti c’è l’inserimento di un volume nuovo e diverso in tutto e per tutto rispetto all’edificio esistente che gioco forza, visto l’ambiente montano, deve relazionarsi con il paesaggio circostante. Scaramellini, da mirabile progettista qual è, lo sa bene e pensa a «un inserto, un monolite che gioca con la luce e le ombre e riprende i toni del paesaggio circostante», come ha scritto sulla sua pagina facebook. Ovvero, un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso. Qui sì che c’è piena attinenza con il paesaggio; questa sì che è architettura, nel senso pieno e compiuto del termine.

Be’, visto che Mario Botta pare stia pensando, ora, a come riutilizzare il suo ciclopico edificio a Campione (secondo me, da abbattere senza indugio alcuno), mi viene da pensare che nel merito potrebbe certamente farsi ispirare da Scaramellini e dai suoi progetti. Lo so, non ne ha (avrebbe) bisogno, vista il suo curriculum architettonico e i numerosi progetti assai apprezzabili eseguiti, ma forse a volte sì – e il paesaggio ne ha bisogno sempre, di interventi ad esso armoniosi, ovunque e inevitabilmente.

Ultrasuoni #6: Argine, Le luci di Hessdalen

[Immagine tratta dal profilo facebook della band, cliccateci sopra per visitarlo.]
Mi sto riascoltando, in questi giorni, Le luci di Hessdalen, album del 2004 della band campana Argine, e mi riconfermo la stessa sensazione della prima volta che lo ascoltai e di quando scoprii gli Argine, nel 2010 con il successivo album Umori d’Autunno. Rispetto a questo, più prettamente neofolk pur tra le innumerevoli sfaccettature del suono creato dal gruppo di Corrado Videtta, in Le luci di Hessdalen risulta evidente la dimensione di “transito”, o potrei anche dire di viaggio, dalle precedenti esperienze punk/post-punk a quelle, appunto, più intimiste del folk apocalittico: un passaggio che si manifesta attraverso brani dal mood molto diverso, a volte molto elettrico, altre volte già di matrice fervidamente dark (ascoltate i brani qui sotto), ma nei quali nell’insieme si riconosce una coerenza stilistica e un gusto estetico/artistico veramente eccelsi, più unici che rari nel panorama musicale italiano e capaci di suscitare emozioni notevoli.

La personale sensazione riconfermata di cui dicevo all’inizio nasce proprio da qui: gli Argine hanno da soli più classe della stragrande maggioranza degli altri “artisti” musicali italiani messi insieme. Sono un gioiello pressoché nascosto ai più che tuttavia, se e quando viene scoperto, brilla di luce purissima ed emette baluginii sonori preziosi, sovente incantevoli.

Ascoltate me: mandate al diavolo tanti musicistucoli pseudo-alternativi che i media vogliono farvi credere così bravi e “fighi”, e poi ascoltate gli Argine: capirete quanta distanza, e quanta differente sostanza artistica, vi sia tra loro e quelli.

Una società della cura

[Immagine tratta da fanpage.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo originario.]
Ieri una nevicata “d’altri tempi” (espressione fin troppo banale e abusata ma non priva di un suo senso sincronico) ha coperto molte parti del Nord Italia e, come al solito, tutto si è bloccato, dimostrando una volta ancora la cronica inefficienza nazionale in situazioni del genere, peraltro stavolta ampiamente annunciate e (strano ma vero!) correttamente.

Si è trattato di neve, appunto, eppure mi viene inesorabilmente da correlare quell’inefficienza pubblica recente alla ben più annosa, ampia e critica questione della gestione pubblica generale del territorio, che parimenti ad ogni evento meteorologico fuori dall’ordinario – poco o tanto che tale si manifesti – si palesa in tutta la sua deprecabile inadeguatezza. Basta un acquazzone o un temporale un po’ più forte del solito e subito l’elenco dei danni e dei dissesti s’allunga in modo sconcertante: è così da decenni – ne parlai già più di sette anni fa, qui sul blog, da buon ultimo (allora) ma non ultimo – senza alcuna apparente miglioramento nella situazione.

Al riguardo ho trovato molto belle e significative le parole di Luca Calzolari, direttore (tra le altre cose) di “Montagne360”, la rivista del Club Alpino Italiano, che ha affrontato la questione nel suo editoriale del numero di novembre. Quello che vi offro qui sotto è un estratto dell’articolo, che potete leggere nella sua interezza qui, mentre il periodico lo potete interamente leggere su Issuu, qui. Ringrazio molto Luca per l’assenso alla pubblicazione del suo testo.

[…] Intervenire in tempo ordinario con adeguate opere idrauliche, l’attenta gestione dei piani e dei regolamenti urbanistici e paesaggistici, la manutenzione del territorio e la salvaguardia dell’attività agricola e forestale basterebbero di per sé a migliorare di gran lunga lo stato di conservazione e protezione dei territori montani troppo spesso vessati dall’incuria umana. E tanta prevenzione non strutturale, che altro non è che formazione per conoscere i rischi a cui siamo sottoposti da fenomeni di questo genere e adottare i comportamenti adeguati per diminuirli (concetto che fa parte dello zaino culturale di chi va in montagna). Le parole chiave restano mitigazione e adattamento. Sul tema dei comportamenti autoprotettivi la pandemia ci ha insegnato quanto essi siano fondamentali per la resilienza individuale e della società. E allora bisogna insistere sulla costruzione di una società della cura. Una cura però che sia preventiva, non conseguente ai disastri. Una cura capace di generare valori, comportamenti e ricchezza, sia culturale sia economica. Azioni preventive e terapeutiche. Perché intervenire quando ormai è troppo tardi significa perdere per sempre (o quasi) storia, abitudini, tradizioni e relazioni sociali. […]

Due centimetri di arrosto per lato

Una tagliava da sempre l’arrosto alle due estremità prima di cucinarlo. Due centimetri buoni di carne cruda per parte. La figlia le aveva chiesto perché lo facesse e la madre le aveva risposto che non lo sapeva bene, a casa sua si era sempre fatto cosi, lo aveva visto fare dalla nonna. La figlia aveva quindi chiesto alla nonna il perché di quel taglio dell’arrosto e la nonna le aveva risposto che glielo aveva insegnato la bisnonna e che doveva sicuramente essere un trucco per farlo più buono.
La figlia aveva quindi chiesto alla bisnonna i motivi di quella carne sacrificata e lei le aveva detto che lo aveva sempre fatto perché la pentola che aveva era sempre più piccola dell’arrosto che comprava e che non poteva fare altro che accorciarlo per farcelo stare tutto intero.

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pag.20.]