Comunicare la “Montagna Sacra”

Il progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso”, dopo la presentazione pubblica ufficiale avvenuta lo scorso 26 novembre presso il Museo Nazionale della Montagna di Torino e la conseguente, necessaria “metabolizzazione” dei suoi contenuti – in corso da tempo, a dire il vero, ma certamente divenuta più compiuta dopo la suddetta presentazione, anche rispetto ad alcuni fraintendimenti al riguardo – sta programmando le prossime iniziative attraverso cui il Comitato promotore – del quale mi onoro di far parte, spero motivatamente – vuole accrescere la presa di coscienza intorno ai temi basilari del progetto e concretizzarne nella realtà la valenza.

D’altro canto sono temi fondamentali, questi, non solo per il Monveso di Forzo ma per tutte le nostre montagne, la loro realtà e il futuro che le aspetta e aspetta tutti i frequentatori di qualsiasi vetta. Per questo siamo ben consci che il progetto de “La Montagna Sacra” debba essere raccontato il più possibile e con crescente diffusione, stante la sua potente valenza emblematica e le innumerevoli possibili e proficue ricadute concrete nei territori montani in merito alla loro salvaguardia – potenzialmente in ogni territorio che subisca “turistificazioni” aggressive e invasive, ed è inutile rimarcare quanti ve ne siano un po’ ovunque, soggiogati a tali pratiche degeneranti non solo dal punto di vista ambientale. In tal senso il progetto ha tutti i crismi per diventare “iconico” e rappresentare un nuovo o differente modus operandi  facilmente applicabile con la sua filosofia concreta e pragmatica alla sostanza della gestione (politica e non solo) dei territori naturali di pregio e alla necessaria ricostruzione di una cultura ambientale consapevole, base indispensabile per qualsiasi buon sviluppo futuro delle montagne e non solo.

Queste sue caratteristiche, dunque, richiedono una comunicazione conseguentemente innovativa e efficace, che si affianchi a quella più classicamente “istituzionale” e che possa ampliare la possibilità di informazione al riguardo senza con ciò pretendere di imporre verità dogmatiche, anzi, agevolando il dibattito sempre necessario (e necessariamente costruttivo). Una comunicazione come quella offerta dal contributo sulla “Montagna Sacra” di Elena Gogna per “Lifegate”, che a quanto si può constatare dai riscontri social funziona veramente bene:

Su Selvino, le sue montagne, il suo turismo

[Panorama del centro abitato di Selvino. Foto di Ysogo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Vi ho detto (ovvero ho scritto) già alcune volte di Selvino, la località delle Prealpi bergamasche un tempo sciistica e ora protagonista, suo malgrado, di alcuni progetti per ora solo ipotizzati e a dir poco sconcertanti: di quelli che se osservati da un certo punto di vista possono apparire commercialmente e turisticamente “stuzzicanti” ma, osservati dalla parte opposta (e non solo da quella) rivelano rapidamente e con grande evidenza la loro nocività economica, culturale, sociale, ambientale.

Su Selvino già un paio di anni fa (nel marzo 2021) il Club Alpino Italiano di Bergamo, con le sue varie articolazioni sezionali, ha organizzato un incontro on line (o webinar, come si dice oggi) con tema «Il prezioso patrimonio naturalistico e lo sfruttamento per attività sportive» dell’altopiano selvinese, che risulta un contributo completo e significativo sul caso locale così come sulle tante altre situazioni similari che si possono riscontrare sulle nostre montagne. Vi propongo la registrazione Youtube di quel dibattito, ringraziando molto l’amico Federico Mangili che con Danilo Donadoni ne è stato tra gli artefici:

Clima, cibo e natura del futuro, in Valtellina

Si sente dire e si legge spesso di enogastronomia come valore culturale e identitario per i nostri territori, in particolar modo per quelli dotato di una secolare e peculiare tradizione di pietanze storicamente e antropologicamente referenziali: ottima cosa, salvo che non di rado il tutto si risolve in una banalizzazione commerciale – pur a volte in buona fede, certamente – legata al mangiare e bere certe cose perché turisticamente attraenti, che dimentica completamente o quasi l’aspetto culturale dietro il cibo e la relazione che lo lega al territorio nel quale viene prodotto e mangiato. Sia chiaro: sempre meglio gustarsi una polenta (a patto che sia autentica) in una confusa e ordinaria sagra paesana che del cibo industriale in un fast food, ma certamente un maggior approfondimento riguardo la cultura enogastronomica locale, sia dal punto di vista storico che da quello contemporaneo, non farebbe male alla salvaguardia di quei cibi così peculiari – tanto più se sono pure gustosi, ovviamente!

Insomma, è questa una piccola riflessione personale per presentarvi l’evento valtellinese di domani a Montagna in Valtellina, la cui locandina vedete lì sopra, che sicuramente va nel senso da me accennato e nel quale si disquisirà di cultura gastronomica in modi affatto superficiali e finalmente approfonditi. Perché è assolutamente vero che per certi territori peculiari, quelli montani ad esempio, mangiare i cibi locali significa per molti versi nutrirsi di quelle montagne, il che è un modo ulteriore per alimentarsi – materialmente e immaterialmente – della loro cultura e della bellezza del loro paesaggio. Qualcosa che non può che farci del gran bene, dunque.

Se siete in zona e potete, partecipate. Sono certo che si rivelerà una serata estremamente interessante.

Alessandro Gogna per “La Montagna Sacra”

Il concetto di no-limits è una bestemmia, non sta in piedi ed è l’ostacolo numero uno alla ricerca del Sacro, dove per “Sacro” si intende qualcosa di diverso da noi, soprattutto diverso dal nostro volere, dalla nostra volontà, dalla nostra intelligenza, dal nostro sapere. […] Quello che mi auguro è che sempre più persone possano accettare che tutto sommato siamo esseri limitati, che la natura è molto più potente di noi, che dobbiamo vivere insieme alla natura e non contro, come abbiamo fatto finora, e quindi sempre più persone possano entrare in questo meccanismo, secondo me, virtuoso. Basta con la civiltà dei consumi e della conquista, ma invece una civiltà che viva nell’habitat che ci è stato dato, e che stiamo rovinando.

[Alessandro Gogna, videointervista di Mirko Sotgiu per “MountainBlog” sul progetto Una Montagna sacra per il Gran Paradiso.]

Il sonno della ragione genera (anche) skidome

Il sonno della ragione genera mostri, e a Selvino genera skidome. La veglia della ragione, invece, nei territori di montagna come Selvino genererebbe vero sviluppo per la comunità e per il territorio a favore di un autentico buon futuro basato sulle peculiarità del luogo, sui reali bisogni socioeconomici dei residenti, su un turismo consono e coerente al territorio, alla sua geografia, al suo ambiente naturale e al suo patrimonio culturale.

Invece qualcuno preferisce dormire e fare sogni bislacchi senza curarsi del fatto che possano trasformarsi in incubi tremendi. Già, chissenefrega della recessione incombente, della crisi energetica, dei costi alle stelle, della transizione ecologica, delle valutazioni di impatto ambientale previste dalle normative vigenti!

Magari, poi, una cosa come lo skidome potrebbe effettivamente avere un senso. A Milano però o in qualche altra grande città, magari a fianco di qualche mega centro commerciale così da guadagnarsi l’utenza in modo immediato evitando di dover realizzare nuove strade e parcheggi ovvero consumando ancor più suolo naturale, non a Selvino! Piuttosto, quante cose a favore del territorio montano selvinese e dei bisogni primari dei suoi abitanti si potrebbero fare con cinquanta milioni di Euro, che oggi saranno pure il doppio visti i costi suddetti? Ah, scusatemi… dimenticavo: se la ragione dorme, non può dare una risposta a una domanda del genere. Inevitabilmente.

P.S.: dello skidome di Selvino ne scrissi già più di due anni fa, qui. Il tempo passa ma di saggezza non ne viene, a quanto pare.