Montagne che così nemmeno in Norvegia ce ne sono (summer rewind)

[Immagine tratta da www.avventurosamente.it.]

Sono persuaso che una simile zona sciistica non esiste nell’Europa Centrale e che nemmeno quella della Norvegia più decantata, un Finse ad esempio, non abbia la varietà di pendii e di tinte di questo Campo Imperatore, illuminato da quel caldo sole d’Italia che i nostri amici di lassù mai avranno.

[Aldo BonacossaGran Sasso d’Italia, paradiso dello sci, ”Rivista Mensile del CAI”, 1923; citato in Stefano Ardito, “Più bella del Nuvolau di Cortina”, su “La Rivista del Club Alpino Italiano” nr°1, marzo 2023. Nelle immagini, due visioni panoramiche invernali e estive dell’altopiano di Campo Imperatore.]

Stefano Ardito, nell’articolo qui sopra menzionato, racconta dell’esplorazione sciistica del Gran Sasso d’Italia da parte del leggendario conte Aldo Bonacossa, figura imprescindibile nell’alpinismo del Novecento e per la conoscenza delle montagne italiane. D’altro canto, indirettamente (ma nemmeno troppo) Ardito rimette in luce la bellezza peculiare e per molti versi straordinaria di quella parte d’Appennino, dal fascino intenso e potente, il quale realmente ricorda regioni lontane e più “esotiche”: l’Europa Centrale o la Norvegia secondo Bonacossa, mentre a me vengono in mente certi altopiani dell’Asia centrale – con le dovute proporzioni ovviamente.

[Foto di Lilloleonardo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

D’altro canto tutti gli Appennini sono monti fantastici, che da lontano – cioè da quassù dove sto io, sulle Alpi – mi pare di percepire ancora (al netto dei locali) troppo poco considerati, poco apprezzati, dall’anima montana potente eppure scarsamente intesa. Come se soffrissero d’una sorta di soggezione nazionale nei confronti delle più imponenti Alpi, quando invece gli Appennini e la catena alpina hanno in fondo una sola cosa in “comune”: la Bocchetta di Altare, ove le due dorsali si originano. Per il resto gli Appennini sono un mondo montano peculiare, una catena “mediterranea” dalle cui sommità è quasi sempre visibile il mare – o più d’uno – con paesaggi di eccezionale bellezza e interesse generati anche da una relazione dell’uomo con i territori per molti aspetti più articolata e profonda di quanto accaduto per le Alpi. D’altronde, se in Italia di wilderness si volesse parlare, anche empiricamente, verrebbero in mente certi angoli appenninici più che altri alpini: territori che conservano un’anima naturale ancestrale entro la quale spesso la civiltà umana sembra lontanissima, a volte anche del tutto assente.

Insomma, c’è assolutamente da ritornare sui passi del conte Bonacossa, lombardo doc (di famiglia pavese) che dalle “sue” Alpi scese spesso a esplorare gli Appennini trovandovi sempre cose notevolissime, e lo dico innanzi tutto a me stesso. Offrono spazi e paesaggi ineluttabili, nei quali spero di vagabondare presto.

Shackleton, una leggenda imperitura

[Shackleton durante la Spedizione Nimrod in Antartide del 1908.]
Leggo su “Il Post” che è stato trovato il relitto della Quest, la nave sulla quale il 5 gennaio 1922 morì il celebre esploratore Ernest Shackleton. La Quest affondò nel 1962 durante una battuta di caccia alla foca mentre navigava al largo delle coste del Labrador, in Canada, dopo essere rimasta intrappolata e schiacciata dal ghiaccio marino, subendo così una sorte simile all’altra celebre nave di Shackleton, la leggendaria Endurance (ritrovata nel 2022 a cento anni esatti dalla morte dell’esploratore).

[La “Quest” nel 1921.]
Ogni volta che si legge da qualche parte il nome Shackleton vengono alla mente non solo paesaggi polari di infinita vastità, ghiacci a perdita d’occhio e un’idea che si associa al termine “avventura” come pochissime altre, ma è lo stesso Shackleton a illuminarsi di nuovo della propria leggenda, e sempre vividamente, nel pensiero di tanti. Fu uno degli ultimi grandi esploratori nel senso originario del termine, quelli che ancora ebbero da esplorare parti della Terra dove mai nessuno prima era giunto, e fu un uomo dalla tempra e dalla volontà d’acciaio ma pure un sognatore, un genio, per certi aspetti un pazzo e comunque una figura il cui carisma ancora oggi è assai fulgido, al punto che ogni cosa riguardi la sua vita e le imprese compiute fa notizia in giro per il mondo.

[La nave “Endurance” in Antartide nel 1915.]
Poi, a me, viene anche in mente un libro dei tanti scritti sul grande esploratore britannico, che spiega in modo mirabile com’è nata la leggenda attorno alla sua figura, e questa è l’occasione buona per consigliarvelo: La lunga notte di Shackleton di Mirella Tenderini, che racconta innanzi tutto la famosa e famigerata spedizione della nave Endurance in Antartide del 1914-1916 ma pure molte significative vicende della vita di Shackleton che rivelano molto dell’uomo, del suo carattere, del pensiero e delle visioni che lo hanno reso così influente e indimenticabile. Leggetelo: sono certo che vi piacerà parecchio.

Un autorevole appello contro la cementificazione “olimpica” delle Alpi lombarde e venete

A tanti appassionati di montagna il nome di Luca Calvi non giungerà nuovo, ancor più se frequentano eventi pubblici – serate, proiezioni, festival – con la presenza di noti alpinisti. Calvi è uno dei più formidabili traduttori in circolazione (non solo di cose di montagna) e poi storico dell’alpinismo, alpinista a sua volta, docente universitario e non ultimo scrittore: del suo recente Lost in Translation ho scritto qui. Ma per tutto questo – e viceversa – Luca Calvi è un grande appassionato, studioso, culture e frequentatore di montagne: mi viene da pensare che soprattutto in forza di ciò ha pubblicato sulle sue pagine social una sorta di fervido appello, quasi un’invocazione rivolta alle comunità che abitano i territori interessati dalle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e della infrastrutture turistiche ad esse collegate.

Un messaggio che molti stanno commentando definendolo un piccolo ma importante “manifesto” sulla questione: sono assolutamente d’accordo con questo parere e con le considerazioni espresse da Calvi in esso, dunque ve lo propongo. Di sicuro la sua brevità è inversamente proporzionale all’importanza e al valore di quanto vi è scritto e delle riflessioni che, mi auguro, vi porterà a elaborare.

Ringrazio molto Luca che mi ha concesso di poterlo ripubblicare qui.

A tutte le località interessate.
E a chi ci abita.
ABSIT INIURIA VERBIS!
Non voglio accusare nessuno e non voglio pensare male di nessuno.
Però…
A nessuno passa per la testa che, con queste Olimpiadi, faranno alle Dolomiti (e non solo di Cortina…) e alle montagne di Bormio ciò che vent’anni fa hanno fatto al Piemonte?
Costruzioni… Cemento…. E poi, tutto a marcire.
Ma davvero pensate di valorizzare in questo modo le Dolomiti di Cortina o le montagne di Bormio, o di aiutare chi ci vive a potersi evolvere in modo sostenibile, senza devastare cioè la propria ricchezza (e unicità)?
Vi stanno gettando negli occhi al posto della sabbia decine di progetti con le promesse di piogge di milioni.
I soldi saranno intascati e spartiti. Non da voi.
A voi rimarrà lo strazio delle vostre bellezze e tanto cemento di cui non saprete che farvene.
Oltre a qualche altro ecomostro.
Salvate le Dolomiti e le montagne di Bormio da chi dice di volerle valorizzare e da chi dice di volerle preservare.
Riappropriatevi della vostra Grande Bellezza e Grande Ricchezza.
Fatevi costruire le strade e le infrastrutture, altro che impianti di qua e impianti di là. Turismo sostenibile e che funzioni almeno dieci mesi all’anno, altro che sci da pista con collegamenti e impianti su tutto l’arco alpino!
Istruite il turista, e vedrete che tornerà ringraziandovi due volte.

[Nell’immagine in testa al post: un rendering del nuovo – e orribile – Ski Stadium di Bormio; fonte www.sondriotoday.it/. Qui sopra: il rendering del più recente – ma ugualmente sconcertante – progetto della pista di bob di Cortina d’Ampezzo; fonte corrierealpi.gelocal.it.]

Walter Bonatti, 13 anni

Walter Bonatti lasciava questo nostro mondo esattamente 13 anni fa, il 13 settembre del 2011.

Chiunque l’abbia conosciuto, di persona o per sola fama, poca o tanta che fosse la sua conoscenza, credo abbia compreso da subito che una persona eccezionale come Walter sarebbe stata ben difficilmente dimenticata: ma penso che nessuno avrebbe potuto immaginare quanto Walter resti ancora vividamente presente nella mente di così tante persone, come sia costantemente ricordato e citato, quanto ancora si scriva di lui e della sua vita, come rappresenti un punto di riferimento irrinunciabile non solo per qualsiasi appassionato di montagna ma pure per tanta gente comune che di vette e scalate ne sa poco o nulla ma che si sente ispirata dalla vita, dalle avventure e dalle parole di Bonatti. Quasi come fosse ancora tra di noi – e per certi versi è veramente così.

È un privilegio, questo, riservato a pochi grandi personaggi del nostro tempo, figure che definiamo per questo “leggendarie” ma il cui portato – storico, culturale, umano – è stato e resta un indelebile elemento della nostra più concreta realtà col quale ci viene spontaneo, naturale ispirare almeno una parte del nostro modo di viverla e di comprenderne la quotidianità. D’altro canto Bonatti disse – citato da Angelo Ponta, uno dei curatori dell’Archivio del grande alpinista conservato al Museo della Montagna di Torino (dal quale proviene l’immagine in testa al post), nel bell’articolo pubblicato su “Vogue Italia” nell’ottobre 2020 – a dimostrazione di come anche la cultura mainstream conservi nitida la memoria nei suoi riguardi – che «Fa paura ciò che non si conosce. Quindi io faccio del mio meglio per conoscere, e conoscendo riduco la mia paura.» Un obiettivo, quello della conoscenza, che è – dovrebbe essere – parte di ogni essere umano in quanto creatura intelligente e senziente (cosa peraltro eternata da Dante nella Divina Commedia con quel celeberrimo passaggio del Canto XXVI dell’Inferno) e forse anche per questo motivo Bonatti resta così presente e conosciuto da tante persone: perché tenercelo bene a mente ci aiuta a conoscere meglio il mondo in cui viviamo nonché, probabilmente, un po’ anche noi stessi.

Riccardo Cassin

Qualche giorno fa, cioè il 6 agosto, si è ricordata la scomparsa di Riccardo Cassin, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, che ha lasciato questo mondo nel 2009. Vivendo vicino a Lecco, ebbi modo di ascoltarlo in diverse serate sulle sue imprese alpinistiche e di scambiarci insieme qualche fugace chiacchiera durante un evento insolitamente poco affollato sulle imprese dei lecchesi in Patagonia in un rione cittadino al quale presenziava un altro grandissimo alpinista di Lecco, Casimiro Ferrari. Cassin stava ancora relativamente bene, era loquace e gioviale con tutti; mi bastarono quei pochi istanti per capire quanto fosse generoso, leale, rigoroso e al contempo mentalmente aperto, a suo modo carismatico: non come l’amico Walter Bonatti, circondato da un’aura quasi sovrumana, semmai dotato di un carisma più “genuino” ma non per questo meno percepibile e influente.

Lo scorso maggio “Montagna.tv” ha dedicato un articolo alle immagini di grandi alpinisti realizzate dal fotografo americano Jim Herrington. Una serie che si apre proprio con uno scatto di Riccardo Cassin di grandissima e commovente potenza, la cui visione mi ha colpito molto.

Così al riguardo racconta Herrington: «Lo avevo cercato a lungo, ma non ero riuscito a incontrarlo. Non parlo italiano, a quel tempo Internet era meno diffuso e meno potente di oggi. Poi mi è arrivata una telefonata da Lecco. Vieni, fai in fretta, Riccardo non ne ha più per molto. Quando me lo sono trovato davanti, Riccardo Cassin non riusciva più a parlare, ma sono sicuro che capisse. Guardava fuori dalla finestra, verso il lago, aveva la famiglia intorno. La morte è un momento straordinariamente privato, mi sono sentito un intruso, un paparazzo. Quello è stato il primo ritratto a un alpinista che ho scattato fuori dagli Stati Uniti» conclude significativamente il fotografo americano, quasi a voler rimarcare la grandezza planetaria di Cassin e la sua fama che tuttavia più che di mera gloria era espressione di rispetto e riverenza assolute.

Herrington racconta che Cassin «guardava fuori dalla finestra, verso il lago». A me piace immaginare che il suo sguardo dalle finestre di casa, oltre al lago e al prospiciente Monte Barro, riuscisse a cogliere verso nord anche la “sua” Grignetta e che, nella visione del celeberrimo profilo reso acuminato dalle innumerevoli guglie, torri, pinnacoli arrampicati chissà quante volte, Cassin abbia ritrovato la pace ultima interiore necessaria per lasciare serenamente il mondo, portandosi con sé nella mente quella visione di bellezza e valore incommensurabili, così preziosa per ascendere da par suo le vette celesti. La stessa visione che, ogni volta si ammiri la Grignetta e le altre grandi montagne lecchesi, ci riporta inevitabilmente a Cassin, spero ancora per lungo tempo.