L’intelligenza artificiale c’è. Quell’altra, invece?

Sto seguendo – con la curiosità dell’incompetente che vorrebbe provare a capirci qualcosa, non solo tecnologicamente – la questione dell’Intelligenza Artificiale. Non utilizzo ancora sistemi IA (uso l’acronimo all’italiana) non perché non voglia o li tema ma, appunto, perché vorrei capirci qualcosa di più per non sfruttarli solo come un mero giochetto divertente, e posso ben credere a quelli che li ritengono la prossima svolta epocale nel progresso tecnologico umano, la nuova rivoluzione dopo quella dei social media.

Detto ciò sto già pensando a come i sistemi di IA potrebbero intervenire anche nella relazione tra civiltà umana e paesaggio e contribuirne a migliorare l’equilibrio in termini tanto ecologici quanto culturali, ad esempio. Ma, al di là di tali riflessioni, per quanto sto leggendo sul tema, tra opinioni che celebrano entusiasticamente l’IA e altre che ne parlano suscitando inquietudini da romanzo distopico, al momento mi viene da pensare in primis a una cosa: molto semplicemente la questione è quella di un rapporto tra due intelligenze, una biologica umana e una sintetica artificiale. Se entrambe si mantengono attive in forza delle rispettive peculiarità, e ovviamente un tale “invito” concerne più la prima della seconda, non vedo che problemi ci potranno essere. Se invece una delle due tende a “disattivarsi” – e di nuovo è evidente a quale mi stia riferendo – anche perché lasci acriticamente fare alla seconda nel caso di decisioni logiche da intraprendere, allora i problemi sorgeranno e non saranno affatto semplici da risolvere.

Ad esempio, qualcuno ha paventato il rischio che l’IA diventi talmente capace di “ragionare” da diventare più brava dei musicisti nello scrivere canzoni di successo o degli scrittori nel comporre storie intriganti da leggere. Ma se ciò dovesse accadere, sarà più merito dell’IA o demerito delle suddette figure? Lo chiedo dal momento che altri, su tale aspetto del tema, segnalano che le macchine, ancora per lungo tempo o forse per sempre, non possederanno una delle doti fondamentali della mente umana, la fantasia. Che è assolutamente causa-effetto della libertà virtualmente assoluta del pensiero, cioè di qualcosa che, pur a fronte di innumerevoli algoritmi logici elaborabili da una macchina, formalmente saprà sempre escogitare una nuova e originale idea da concretizzare.

Cosa verissima, fortunatamente; ma, da parte mia, è proprio da questa evidenza che semmai nascono i timori, interamente a scapito della razza umana. Una certa parte della quale, non piccola, la capacità di fantasticare e preservare la libertà assoluta del pensiero l’ha smarrita o dimenticata da tempo. Su tali individui anche l’IA più stupida temo avrà vita facile, ecco.

Fare cose belle e buone, in montagna: sul Monte Tamaro (Canton Ticino, Svizzera), ad esempio

Il comprensorio turistico situato sul Monte Tamaro (Canton Ticino, Svizzera), sommità delle Prealpi Luganesi alta 1962 m tra Sopraceneri, Sottoceneri e Lago Maggiore, è stato uno dei primi in assoluto nelle Alpi a chiudere per ragioni climatiche la propria attività sciistica e convertirla a meramente estiva, attrezzandosi di conseguenza: in tal senso e tutt’oggi rappresenta un modello di lungimiranza e intelligenza imprenditorial-turistica esemplare al riguardo, anche in forza del notevole successo, per nulla scontato ma conseguito e ben consolidato fino a oggi.

Nata come località sciistica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, già a metà del decennio successivo registra le prime difficoltà legate alla diminuzione delle nevicate e all’aumento delle temperature, con conseguenti difficoltà di gestione economica dell’attività. I gestori del comprensorio allestiscono un progetto per l’impianto di innevamento artificiale, il quale viene però abbandonato a causa delle forti opposizioni di ecologisti e associazioni di salvaguardia del paesaggio. Si comincia dunque a sviluppare la stagione estiva, inizialmente con poca convinzione: «Fu una decisione sofferta, perché il Tamaro era nato proprio come destinazione invernale» dichiara Anna Celio Cattaneo, membro della famiglia che gestisce la società Monte Tamaro SA. «Stravolto l’investimento iniziale, bisognava completare l’offerta prolungando la stagione estiva e facendo investimenti supplementari, come la slittovia, il parco avventura, il ristorante, il parco giochi. Fortunatamente non ci siamo mai pentiti di questa decisione.» Infatti, chiusa definitivamente l’era sciistica nei primi anni 2000, si realizzano un parco avventura e un parco acquatico coperto alla partenza della telecabina che sale in quota, percorsi agonistici per la mountain bike, una slittovia, un ristorante con cucina gourmet, si cura in maniera ottimale la rete sentieristica e si sviluppano molte altre attività collaterali di matrice culturale, tra cui un percorso artistico con opere realizzate on site e integrate in occasione di “Una montagna d’arte”, biennale d’arte la cui prima edizione è del 2018. Senza dimenticare l’architettura contemporanea della Chiesa di Santa Maria degli Angeli, opera di Mario Botta inaugurata nel 1996.

La telecabina è attiva da aprile a novembre dunque coprendo esclusivamente la bella stagione, ma ciò basta per assicurare al Monte Tamaro la sostenibilità economica delle proprie attività, ormai sancita da un numero di frequentatori in crescita costante che nel 2016 l’ha persino resa la montagna elvetica maggiormente ricercata su Google, più del Matterhorn, della Jungfrau, del Pilatus o di altre icone assolute delle Alpi svizzere. L’epoca dello sci sembra lontanissima e, nonostante le remore iniziali e il salto nel buio che appariva la riconversione estiva delle attività, nonché grazie alla già citata lungimiranza imprenditoriale dei gestori che, appunto, appare ancora oggi emblematica soprattutto se confrontata con gli insensati esempi di accanimento terapeutico-turistico di numerose località “sciistiche” (ma che definire tali appare sempre più un eufemismo) oggi il Monte Tamaro può ben dirsi al riparo dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e in grado di sviluppare un’offerta turistica peculiare e dinamica. Obiettivamente ora non manca qualche infrastrutturazione opinabile, da mero divertimentificio alpestre, ma soprattutto nell’avvedutezza e nella capacità di visione del proprio futuro il modello del Tamaro appare ampiamente virtuoso, lo ribadisco: un “caso” che molti comprensori sciistici in balia dei cambiamenti climatici dovrebbero studiare a dovere e applicare al più presto, prima di fallire miseramente e malamente con gravi ripercussioni in primis per chi ci lavora nonché per le montagne sulle quali stanno e le loro comunità residenti.

(Tutte le immagini qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del Monte Tamaro.)

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Auguri, Signor G!

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV.)

Gaber oggi compie 83 anni e come nome, figura, personaggio, immagine, icona, resta “sinonimo” potente di pensiero – lo resterà anche quando di anni ne compirà 100 o 200 o 1.000. Sinonimo nel/del senso più alto del vocabolo, il più intenso e sagace, il più importante. Perché il pensiero tanto più è “alto” e sagace quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato e soppresso.

Fore-Veermer!

Ora divento “mainstream” pure io e mi accodo a quelli che hanno riportato/riportano del doodle di Google di venerdì 12 novembre dedicato a Jan Veermer nel 389° anniversario della nascita (anche se in verità la data del giorno in cui venne al mondo non è conosciuta con precisione), ma d’altro canto Veermer è un artista di quelli che, ogni volta che me lo sono trovato davanti (ed è accaduto parecchie volte: al Rijksmuseum, alla Mauritshuis, alla National Gallery di Londra e alla National Gallery of Ireland eccetera) ne è scaturito un incontro meraviglioso e emozionante, ergo non posso che ringraziare Google per questo doodle e per quanto mi richiama alla memoria.

Veermer è uno dei massimi geni della luce e del colore, elementi magistralmente maneggiati con i quali trasforma scene apparentemente banali in trionfi di tecnica pittorica e potenza espressiva in grado di generare innumerevoli altri mondi percettivi dentro il “mondo artistico” racchiuso nei margini della tela, la cui visione illumina della stessa luce e colora degli stessi cromatismi lo sguardo, la mente e l’animo di chi la ammira. Sublime come pochi altri della sua epoca, ecco.

Personalmente, lo omaggio qui sotto, con un’opera forse meno celeberrima di altre ma che, per il soggetto ritratto, non posso che sentire affine: Il Geografo, del 1668-1669, conservata allo Städelsches Kunstinstitut di Francoforte. Insomma: foreve-ermer!

P.S.: date un occhio a essentialveermer.com, un sito web (in inglese) che contiene un’infinità di materiali su Veermer, la sua vita, le opere e il contesto nel quale egli visse e dipinse. Per i veermeriani incalliti c’è anche una newsletter – aperiodica ma sempre molto ricca, quando viene diffusa – alla quale potersi iscrivere per ricevere sempre nuovi input sul grande artista olandese.

Bannare (le responsabilità)

[Foto di Charles Deluvio da Unsplash.]
La questione del ban dai social network dell’ignobile Presidente degli Stati Uniti d’America ancora in carica in verità tocca – a prescindere dal personaggio, inutile rimarcarlo – una questione ormai già annosa anche se relativamente recente, quella della libertà di parola e di censura degli utenti di reti sociali digitali private d’uso pubblico e “libero”. Dunque si può essere d’accordo o meno con le azioni di Twitter, Facebook e compagnia bella verso Trump o quelli come lui, ma a ben vedere la questione è un’altra, e concerne in primis – ovvero da un punto di vista culturale – la responsabilità dei soggetti in gioco, dentro e fuori il web.

Due esempi, al riguardo: da un lato l’utente “preminente” (perché pubblico personaggio o che altro: il presidente di una superpotenza mondiale, per dire) del social network che dimentica la personale responsabilità circa i contenuti dei post che rende pubblici i quali, per lo status di ampia visibilità suddetto, raggiungono milioni di followers con conseguenti potenziali danni, se manifestano messaggi “equivoci” – lo segnala Massimo Mantellini nel suo blog su “Il Post”, segnalando pure, a suo parere, la mancanza di responsabilità “tecnica” e di risolutezza da parte del social network in un caso del genere:

Donald Trump – che un ragazzino in crisi ormonale avesse 88 milioni di follower è una possibilità che chi ha immaginato l’architettura di Internet non aveva considerato – andava bannato da Twitter nel 2017. Se non prima.

Oppure la dimenticanza di responsabilità della politica, la quale consente a soggetti privati quali sono i social network di ergersi a pubblici ufficiali (non solo del web), che molto chiaramente segnala Dario Bonacina sul suo blog:

Simili sanzioni su determinate persone devono essere considerate, ma inquadrandole da un punto di vista normativo comune a tutte le piattaforme, e fatte valere da chi ha l’autorità di procedere in tal senso. Se esistono già leggi che fanno valere questo principio, vanno fatte rispettare, ma se non esistono vanno promosse, perché non si tratta di un argomento di poca importanza.

Per quanto mi riguarda, pur comprendendo inevitabilmente i ban dei social suddetti verso un soggetto come Trump, e pur avendo, in occasioni di simile natura, invocato la chiusura di presunti organi d’informazione giornalistica utilizzati per spargere fango e indecenze verso i “nemici” (“Libero” è l’esempio lampante, certamente, ma proprio perché, posta tale loro attività diffamatoria, non più identificabili come organi d’informazione, appunto), torno sempre a reinterpretare alla mia maniera quel celeberrimo aforisma (che tanti credono di Voltaire, invece no) sulla libertà d’opinione, così:

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo. Anche perché è il modo più rapido ed efficace che hai per dimostrare a chiunque quanto sei cretino e spregevole, nel caso.

Ecco.
Insomma: va bene zittire un personaggio così ripugnante, ma a patto che in forza di ciò non ci si dimentichi di quanto sia ripugnante.
In fondo è anche questa una responsabilità, che dobbiamo assumere e manifestare tutti quanti.