Oggi, 5 settembre, il “Geopoeta” comincia il suo cammino attraverso le “terre della percezione”

Da oggi, 5 settembre, è finalmente disponibile in tutte le librerie la nuova edizione di Geopoeta, nelle terre della percezione, l’ultimo libro di Davide S. Sapienza pubblicato da Meltemi Editore, con le illustrazioni di Vittorio Peretto, una videoopera di Marco Mensa nonché, inopinatamente, la mia prefazione. E vi dico subito che è un libro da leggere, senza se e senza ma.

Come ho già rimarcato qualche tempo fa, il Geopoeta è “il” libro di Davide Sapienza, il manifesto fondamentale di un pensiero che scaturisce dalla lunga esperienza di esplorazioni della Natura e dei paesaggi di uno dei più importanti scrittori italiani (e non solo) al riguardo della nostra generazione, il quale nel libro raffigura e fissa nero su bianco una visione – un’idea, una teoria che s’è già fatta pratica, una filosofia fatta di tanti assunti quanti sono i passi mossi nelle geografie del mondo – relazionale e esperienziale che è propria di Davide ma organica a chiunque altro si dimostri sensibile al mondo che lo circonda: la lettura del libro – consigliatissima, ribadisco – ve lo dimostra fin dalle prime pagine, facendovi sentire per così dire “autori”, voi stessi, delle parole che in quel momento state leggendo e leggerete.

Davide, al quale mi lega un’amicizia ormai di lungo corso, mi ha concesso l’enorme privilegio di scrivere la prefazione del Geopoeta. Per me affrontare questo impegno, tanto grande (da brividi, inizialmente) quanto affascinante, ha significato (e continua a significare) mettermi con ancora più dedizione nella sua scia cercando di calcare gli stessi passi, le stesse orme impresse sul corpo della Terra in un’esplorazione assoluta dello spazio e del tempo di questo nostro mondo, un cammino che va oltre il sentiero battuto della scrittura per crearne di nuovi e stra-ordinari con i quali poter esplorare ogni ambito che la percezione possa raggiungere.

Riprendendo quanto rimarca la presentazione editoriale del libro, con Davide – ovvero rileggendo Geopoeta per poi scriverne – ho capito ancora più a fondo e ribadito l’importanza di esplorare e ascoltare, di osservare e intuire e così costruire un percorso personale dei paesaggi che viviamo e siamo, un cammino materiale e immateriale stimola di continuo la riflessione attiva circa la nostra presenza nel mondo. Per tali aspetti (anche), la mia in fondo è certamente una prefazione al libro, che mi auguro sia realmente in grado di introdurvi alla sua bellezza geopoetica, ma nel testo c’è pure la testimonianza di un’introduzione a me stesso-lettore del libro e al personale paesaggio interiore che è lo specchio di quello esteriore, cioè di quelle “terre della percezione” delle quali Davide esplora la realtà e il mistero riportandone la narrazione. Anche per questo veramente Geopoeta – di nuovo cito la presentazione dell’editore – «è un libro che “viaggia” dentro e fuori di tutti noi, in equilibrio tra intuizione e immaginazione, riducendo al minimo l’approccio analitico. Attraverso le sue pagine, si sfida la percezione contemporanea del nostro rapporto con la Terra e l’Universo, valorizzando la conoscenza esperienziale come strumento di libertà. Quella che ci presenta Sapienza è un’opera che invita a scoprire e conoscere, lasciandosi guidare dal cuore e dalla mente lungo il cammino evolutivo.»

Insomma: Geopoeta è un viaggio bellissimo, affascinante, illuminante, che potete compiere attraverso la lettura e dovete poi ribadire con il cammino «nelle terre della percezione», quelle che abbiamo numerose intorno a noi – il paesaggio è percepibilmente potente nell’Artico, nel deserto sahariano o tra i ghiacciai himalayani, ma vi garantisco che lo è pure fuori dall’uscio di casa, ovunque si trovi – cioè quegli spazi del mondo che possiamo realmente scoprire e esplorare solo se sappiamo tenere non solo aperti gli occhi e la mente ma pure il cuore, l’animo, lo spirito. Perché ogni cosa di questo nostro mondo si rivela “geopoetica” se la poiesis rivelatrice ce l’abbiamo dentro – e c’è, in ognuno di noi: è il senso della nostra vita, ciò che ci rende pienamente viventi.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il pdf.]

Geopoeta, nelle terre della percezione, che oltre a quanto sopra esposto dona ai suoi lettori anche la videoopera “Contrafforte Pliocenico” di Marco Mensa per Ethnos e le mirabili illustrazioni di Vittorio Peretto, è – lo denoto ancora – uno dei libri più importanti, forse il più importante, usciti in Italia sul tema della nostra relazione con il mondo, i paesaggi, la Natura, il tempo in divenire che viviamo. Una lettura realmente imperdibile, tenetene ben conto.

Una montagna delle Alpi bellissima e quasi sconosciuta (ma che potrete conoscere presto!)

[Foto di Daniel R. su Unsplash.]
Il Bietschhorn, che vedete nelle immagini, è senza dubbio una delle montagne più belle e scenografiche delle Alpi. La sua piramide isolata e così acuminata, che appare pressoché perfetta da quasi tutti i suoi versanti, si eleva per almeno 2500 metri dai fondovalle sottostanti e sembra un missile puntato verso il cielo.

Eppure, nonostante in loco venga soprannominato “Il Re del Vallese” – il cantone svizzero nel quale si trova – il Bietschhorn è una montagna pressoché sconosciuta al grande pubblico e a buona parte degli stessi frequentatori dei monti*. Come mai?

[Immagine tratta da mountainfieldguide.com.]
Be’, probabilmente perché per soli 66 metri non raggiunge la fatidica quota dei 4000 e dunque non viene annoverato tra le vette che, in forza di tale convenzione altitudinale e culturale, sono considerate le più importanti e prestigiose delle Alpi, quelle che ogni alpinista più o meno capace ambisce a salire per potersene vantare. Anche se il Bietschhorn, rispetto a molti dei “quattromila” alpini, in quanto a bellezza e imponenza vince a mani basse.

[Immagine di Björn Sothmann, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Di contro, proprio perché “Il Re del Vallese” è solo un tremilanovecento, appare tra i protagonisti principali del bellissimo libro I 3900 delle Alpi, scritto dalla celebre guida alpina – nonché raffinato autore letterario – Alberto Paleari, insieme alle altre 48 cime delle Alpi che, come il Bietschhorn, per solo una manciata di metri non vengono annoverate tra i “quattromila” ma non per questo risultano vette meno belle, maestose, imponenti oltre che capaci di narrare storie di montagna notevoli e affascinanti. Storie che Paleari, insieme agli altri autori Erminio Ferrari e Marco Volken, hanno raccontato nel libro facendone un testo intrigante e divertente da leggere – anche per chi non si cimenti con l’alpinismo e di conquistare quelle montagne non abbia alcuna intenzione – per di più dotato di un corredo di fotografie sovente fenomenali.

Avrò il grande privilegio di presentare I 3900 delle Alpi chiacchierando con Alberto Paleari domenica 3 agosto prossimo presso il Rifugio Del Grande Camerini, in Valmalenco, non distante da alcuni altri “tremilanovecento” del Gruppo del Bernina e di fronte ad un’altra grande montagna, il Disgrazia. Sarà uno degli appuntamenti dell’edizione 2025 di “VALMALEGGO”, la rassegna letteraria che porta libri e autori nei rifugi della Valmalenco curata da Marina Morpurgo, della quale vedete il programma completo nella locandina.

Dunque, se potete e vorrete salire fino al Rifugio, vi aspettiamo per passare un intrigante pomeriggio a raccontare di grandi montagne, grandi storie, grandi alpinisti (e non solo), grandi bellezze alpine, grazie a un gran bel libro e ospitati in un luogo di grandissimo fascino. Non mancate!

 *: anche se forse qualcuno si sarà ricordato, a leggerne il toponimo, che il Bietschhorn è la montagna il cui versante settentrionale a fine maggio scorso è crollato e ha innescato la catastrofica frana che ha distrutto il villaggio di Blatten, un evento parossistico le cui immagini hanno fatto il giro del mondo diffondendo così anche il nome del monte come mai prima era accaduto.

Come stanno le cose a Blatten, un mese dopo la catastrofe

[Immagine tratta da www.quotidiano.net.]
È passato quasi un mese dal disastro di Blatten, in Svizzera: come probabilmente saprete, il 28 maggio scorso il bel villaggio della Lötschental, nel Canton Vallese, è stato sepolto da una gigantesca frana di rocce, ghiaccio e neve originatasi dal cedimento di una grossa parte del versante nord del Kleines Nesthorn, una delle montagne sovrastanti la zona, per cause variamente collegate alle conseguenze del cambiamento climatico. Ne scrissi all’epoca in questo articolo, mentre su come stanno le cose ad oggi si trova un buon resoconto su “Swissinfo.ch”.

Al netto delle ovvie criticità geologiche ancora presenti, pur con il graduale assestamento del versante crollato, e della difficile gestione dei danni causati dalla frana a un’ampia parte del fondovalle e alla comunità che vi abitava, in Svizzera è già iniziato il dibattito sul futuro prossimo di Blatten: ed è una discussione parecchio interessante non solo riguardo il caso in sé ma pure per altri similari, anche se non catastrofici, che si possono trovare lungo le Alpi. D’altro canto, come già scrivevo in quest’altro articolo, ciò che è accaduto a Blatten accadrà inevitabilmente altrove, nelle Alpi: non possiamo farci nulla (se non evacuare i luoghi a rischio), temo, ma di contro possiamo da subito fare moltissimo per migliorare e sviluppare nel modo più sensato e virtuoso possibile la nostra presenza sulle montagne.

Ecco: su tale sostanziale punto ruota il dibattito avviatosi in Svizzera sul futuro di Blatten. Di recente sul sito “Nimbus.it”, che fa capo alla Società Meteorologica Italiana (SMI), è stato pubblicato un bellissimo e assai dettagliato articolo su quanto accaduto a Blatten, nel quale si trova anche un ottimo sunto del dibattito suddetto:

Le posizioni si sono polarizzate su due opposti schieramenti: secondo alcuni, i villaggi alpini rappresentano per la Svizzera un patrimonio storico e culturale irrinunciabile e dunque occorre investire nella ricostruzione del villaggio, pur immaginando una rilocalizzazione delle abitazioni in aree valutate sicure. Secondo altri, occorre riconsiderare la presenza antropica negli ambienti di alta quota, lasciando le aree glacializzate e con permafrost più suscettibili ad instabilità prive di infrastrutture antropiche e libere di evolversi in risposta alle nuove sollecitazioni ambientali in atto per effetto del cambiamento climatico.

[Immagine tratta da www.nimbus.it.]
In verità pare che le autorità e gli abitanti di Blatten abbiano già le idee ben chiare su come procedere: l’articolo di “Swissinfo.ch” denota che

Durante un’assemblea pubblica a Wiler il 12 giugno, le autorità di Blatten hanno sorpreso le persone presenti presentando una tabella di marcia per ricostruire il villaggio nei prossimi tre-cinque anni. Bellwald ha indicato due frazioni vicine risparmiate dalla frana – Eisten e Weissenried – come possibili sedi della “Nuova Blatten”, insieme al centro di Blatten.
I primi lavori inizieranno quest’anno con lo sviluppo delle due frazioni. È già in costruzione una strada di accesso d’emergenza, e saranno installati provvisoriamente acqua, fognature ed elettricità. Nel 2026 sono previsti ulteriori lavori di bonifica, tra cui lo svuotamento del lago e la canalizzazione della Lonza (il torrente che percorre la valle, il cui corso era stato bloccato dalla frana originando un lago a monte della stessa – n.d.L.).
Secondo l’ambizioso piano, i primi edifici temporanei saranno realizzati nel 2027, mentre la costruzione di un nuovo centro con immobili multifunzionali, una chiesa, un negozio e un hotel inizierà nel 2028. Il comune prevede anche la costruzione di nuove abitazioni. I primi abitanti potrebbero tornare nel centro di Blatten dal 2030.
Le 200 persone presenti hanno accolto il piano con una standing ovation ma, nonostante l’ottimismo, restano molte domande su autorizzazioni, iter politici, finanziamenti e sicurezza.

[Immagine tratta da www.nimbus.it.]
Ecco: posto quanto ho affermato (e ribadito) lì sopra circa la probabilità che eventi del genere possano accadere in molte altre zone delle Alpi, dibattiti come quello di Blatten potrebbero parimenti avviarsi anche altrove. Evitando qualsiasi ottuso catastrofismo e di contro elaborando una articolata presa di coscienza su quanto sta accadendo alle nostre montagne anche in forza dell’impronta antropica, un’altra buona lezione da ricavare dal disastro svizzero sarebbe di affrontare il tema prima di doverlo sostenere dopo un altro evento così catastrofico, investendo risorse adeguate nella cura delle montagne, nella gestione, nella pianificazione e nelle buone pratiche di salvaguardia dei territori montani a favore della quotidianità di chi le vive, in questo modo alimentando la relazione culturale con esse e dunque, senza dubbio, anche la salvaguardia reciproca che vi sta alla base. Risorse che invece troppo spesso vengono ancora investite in opere, iniziative e progetti che vanno nel senso opposto a ciò, verso il reiterato sfruttamento dei territori di montagna senza alcuna considerazione della loro realtà climatica e ambientale in costante evoluzione critica.

«Prevenire è meglio che curare», dice quel noto motteggio popolare. Che vale sempre di più anche per le montagne, territori bellissimi tanto quanto fragili verso i quali dobbiamo tutti mostrare il più ampio buon senso, non certa perniciosa cattiva coscienza.

Montagne fatte “in tre”

Sapete qual è la peculiarità toponomastica di matrice storica che accomuna le tre montagne raffigurate nelle immagini? (Poste in ordine di altezza, dalla meno elevata a sinistra alla più elevata a destra; cliccateci sopra per ingrandirle.)

Be’, non è così difficile indovinarla, per chi conosca un po’ le Alpi italiane e le frequenti. Per di più, un bell’aiuto pur indiretto alla risposta esatta è proprio nel numero di vette raffigurate…

Soluzione: sono, nell’ordine, il Pizzo dei Tre Signori (2554 m, nelle Alpi Orobie tra Valle Brembana e Valtellina/Val Gerola), il Corno dei Tre Signori (3360 m, nel gruppo dell’Ertles-Cevedale tra Lombardia e Alto Adige) e il Picco dei Tre Signori (3499 m, negli Alti Tauri tra Alto Adige e Tirolo; Dreiherrenspitze in tedesco).

Montagne tripartite tra altrettanti signori e domini, appunto!

Nello specifico: la vetta del Pizzo era storicamente il punto d’incontro dei territori dello Stato di Milano, della Repubblica di Venezia e della Repubblica delle Tre Leghe Grigie, quand’essa occupava la Valtellina, mentre oggi lo è della provincia di Bergamo, la provincia di Sondrio e la provincia di Lecco. Similmente, la cima del Corno in passato era toccata dai territori della Repubblica di Venezia, del Ducato di Milano o dei Grigioni (entrambi dominanti sulla Valtellina per un certo periodo) e del Principato Vescovile di Trento, mentre oggi i territori che vi confluiscono sono quelli delle province di Brescia, Sondrio e Trento. Infine, la sommità del Picco era tripartita solo in passato (e fino al 1873) tra i domini dei vescovi di Salisburgo, dei conti del Tirolo alternativamente con i vescovi di Bressanone e dei conti di Gorizia.

Peraltro, sono montagne tutte quante accomunate pure dalla grande bellezza morfologica e paesaggistica. In tal caso si può affermare che il “tre” è un numero perfetto anche esteticamente!

In ogni caso, non sono le uniche montagne a presentare un triplice confine geopolitico, ma sono le uniche delle Alpi a sancire tale peculiarità nel proprio toponimo. Altre sommità presentano suggestive “varianti” a questo tipo di denominazione oronomastica: ad esempio il Pizzo dei Tre Confini (2824 m, nelle Alpi Orobie), la cui vetta fino al 1927 faceva da giunzione ai comuni di Vilminore di Scalve, Bondione e Lizzola – ma ancora oggi si chiama così; a questa montagna bergamasca fa il paio la Foce dei Tre Confini, in realtà un passo dell’Appennino ligure a 1408 m sul quale in passato si toccavano i confini della Repubblica di Genova, del Granducato di Toscana e del Ducato di Parma, poi del Regno di Sardegna, del Granducato di Toscana del Ducato di Parma e oggi di Liguria, Emilia-Romagna e Toscana. Poco lontano si trova invece l’Alpe Tre Potenze, montagna dell’Appennino Tosco-Emiliano alta 1940 m che anticamente segnava il triplo confine tra il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena ed il Ducato di Lucca.

Un caso ancora più particolare di tripartizione è quello della Cima Garibaldi, sommità dalla morfologia invero modesta alta 2843 m e posta appena sopra il Passo dello Stelvio. La vetta della montagna fu la triplice frontiera tra l’Impero Asburgico, il Regno d’Italia e la Svizzera, ma sono i toponimi tedesco Dreisprachenspitze e romancio Piz da las Trais Linguas a segnalare la vera particolarità della cima: l’essere confine tra tre differenti zone linguistiche, quella italiana del versante lombardo, quella tedesca del versante altoatesino e quella romancia del Canton Grigioni.

(Crediti delle immagini in testa al post: Pizzo dei Tre Signori, foto di Lorenui, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org; Corno dei Tre Signori, foto di Gregorini Demetrio, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org; Picco dei Tre Signori, foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

Il Mediterraneo, non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi (anche di montagna!)

Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro e quindi di città, dalle più modeste alle medie, che si tengono per mano. È mille cose al tempo stesso. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma una successione di mari. Non una civiltà, ma più civiltà ammassate l’una sull’altra. Il Mediterraneo è un crocevia. Da millenni tutto è complicato in questo mare, scompigliando e annullando la sua storia.

Sono parole di Fernand Braudel, storico francese tra i più importanti del Novecento, tratte da Mediterraneo. Storie / Incontri / Culture, bellissimo volume edito nel 2023 dal Touring Club Italiano che raccoglie articoli e saggi di vari studiosi, scienziati, scrittori, fotografi, illustratori, viaggiatori i quali, nella loro varietà di narrazioni e di contenuti, offrono un bellissimo affresco del Mare Nostrum e del rapporto che i paesi che lo racchiudono – l’Italia innanzi tutto – vi hanno sviluppato nei millenni fino a oggi e verso il futuro.

Un volume da leggere, se vi è possibile – essendo riservato ai soci del TCI, ma forse è recuperabile anche al di fuori del sodalizio.

Perché ne parlo su questo blog che fondamentalmente si occupa di paesaggi montani?

Be’, ci sono vari motivi: innanzi tutto perché di Mediterraneo ne ho scritto su un prestigioso volume, Hic Sunt Dracones, libro d’artista curato da Francesco Bertelé.

Inoltre perché il bacino del Mediterraneo in fondo è una vastissima regione montuosa, solo sottomarina dunque invisibile, che contiene montagne vaste e parecchio elevate come ad esempio il Marsili, il più esteso vulcano d’Europa, alto circa 3000 metri sul fondale marino e ancora attivo. Lo si vede bene anche da Google Maps quanto la morfologia del Mediterraneo sia variamente montuosa, in particolar modo nella zona corrispondente al Mar Tirreno (la freccia gialla indica proprio il massiccio del Marsili):

Infine perché, come già scrissi qui, il Mediterraneo è sì un mare ma piccolo rispetto ad altri ben più vasti, al punto che lo si potrebbe definire, in fondo senza eccessiva fantasia, un grandissimo “lago di montagna”: ciò perché buona parte delle sue sponde è costituita da rilievi montuosi le cui vette, spesso molto vicine alle coste, superano spesso i 2/3000 metri di altitudine, come si evince dall’immagine qui sotto sulla quale i rilievi sono indicati dalla linea rossa, mentre quella gialla evidenzia la posizione dei rilievi al di sotto dei 1000 metri di quota:

L’influenza della presenza del Mar Mediterraneo, d’altro canto, giunge forte e chiara anche sulle Alpi, non solo dal punto di vista climatico, per non parlare degli Appennini che a tutti gli effetti rappresentano una grande catena montuosa interna al bacino. È un mare in mezzo alle montagne tanto quanto una regione montuosa con un mare nel mezzo, insomma. Una relazione geografica e ambientale, nonché antropica e per ciò culturale, che non si può non considerare e apprezzare.