[Escavatori a oltre 3000 metri di quota sul ghiacciaio Pitztaler, in Austria, per la costruzione di piste da sci. Immagine tratta da www.meteoweb.eu.]Mi pongo spesso la domanda su quanto possa essere giusto, conveniente, utile e necessario, oppure no, pubblicare spesso articoli che riferiscono di progetti e opere chiaramente impattanti sui territori montani che ne vengono coinvolti. Ce ne sono parecchie, in giro per le nostre montagne, e dunque quegli articoli diventano frequenti, anche grazie alle numerose segnalazioni che amici, conoscenti e contatti mi inviano (per le quali li ringrazio molto): in essi tento di proporre delle informazioni e relative considerazioni che innanzi tutto aiutino chi legge a capire meglio ciò che sta accadendo e a ricavarne una propria idea. Ovviamente io la mia ce l’ho e la rendo il più possibile chiara ma qualsiasi dibattito tra visioni differenti, quando civile, fondato e ben articolato è sempre importante e utile.
Però, ribadisco, di cose apparentemente (o palesemente) brutte e insensate sulle nostre montagne ve ne sono parecchie: i miei articoli ne segnalano solo una parte ma, nonostante ciò, il timore di mettere in evidenza solo cose irritanti e desolanti riguardo le montagne è costante.
D’altro canto, quando si viene a sapere di quelle cose brutte, come si può restare in silenzio? O quanto meno non domandarsi cosa stia succedendo e se sia giusto, o sbagliato, rispetto al luogo coinvolto? Posto per giunta che siamo una società che tende spesso al disinteresse, al fare spallucce e a non voler essere coinvolta oppure al lamentarsi, anche legittimamente, senza tuttavia andare oltre e rendere concreta la propria critica, a farne un atto realmente civico e dunque politico, all’osservare certe cose evidentemente errate ma concludendo che «tanto non si può fare nulla».
Be’, cinquant’anni fa, durante gli “anni di piombo”, in un pezzo per il “Corriere della Sera” con il quale collaborava Italo Calvino scrisse alcune cose che mi sono appuntato e, a mio parere, valgono molto riguardo a quanto ho scritto lì sopra.
Lo Stato, oggi, consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono
scrisse, rimarcando poi l’importanza di prendere posizione soprattutto quando le istituzioni appaiono più inefficienti perché
è in questi momenti che si decide la sorte delle nazioni e degli ordinamenti sociali.
Ecco, fatte le debite proporzioni, ma pure considerando la frequente inefficienza delle istituzioni nella gestione amministrativa e politica dei territori montani, queste parole di Calvino mi danno una potenziale buona risposta alla domanda posta prima. Di fronte a molte brutture imposte attraverso metodi sovente ambigui e discutibili ai territori montani e a iniziative che sotto ogni punto di vista appaiono nocive per essi e dannosi per le comunità che li abitano ma per le quali vengono spesi un sacco di soldi pubblici, il che rende il danno doppio se non triplo al pari della beffa, non ci si può mostrare arrendevoli, o già arresi senza nemmeno batter ciglio, e non si può non prendere una posizione consapevole, articolata e motivata non tanto con la pretesa di imporre la propria “verità” ma per chiedere fermamente che quelle opere e quei progetti siano messi pienamente in chiaro, discussi, dibattuti. In altre parole, per non lasciare che la sorte di quei territori, di chi li abita e li frequenta con passione autentica sia decisa da altri e altrove in base a interessi avulsi dal contesto locale quanto non antitetici, per di più arrendendosi a tale condizione per mera mancanza di senso civico, di relazione culturale con il territorio coinvolto o perché, appunto, si pensa che «tanto non si può fare nulla».
[Immagine tratta da www.gasparilavori.it.]Molto spesso l’imposizione di progetti e opere fuori contesto, insensate e impattanti alle montagne rappresenta anche, se non soprattutto, proprio la manifestazione di un’inefficienza istituzionale che impedisce a chi la dimostra di comprendere la nocività di quei progetti oppure, viceversa, di imporli per fini contrapposti a quelli che promuovono il bene del territorio e della sua comunità. È un’inefficienza anche questa, in fondo, di decisori istituzionali che non sanno o non vogliono amministrare i propri territori in maniera efficiente. Come ci si può arrendere senza prendere posizione contro situazioni del genere?
[Sbancamenti sulle piste di Cortina, qualche mese fa.]Io penso che non si può, e per me stesso credo che l’essere parte di una società civile (inevitabilmente: alla fine lo è anche l’eremita che vive isolato in un bosco ma con quel bosco e con il luogo d’intorno interagisce, dunque vi genera una presenza “politica”) debba comportare il dovere, che è parimenti un diritto, di «prendere posizione», esattamente come sosteneva Calvino, senza sentirsi in possesso di verità assolute ma facendolo in modo motivato, razionale e consapevole così da dare forza e valore alle proprie opinioni e alle azioni civiche che si vogliano mettere in atto. Il tutto, mi ripeto di nuovo, con l’obiettivo di generare quella cognizione diffusa del luogo chi si abita e si frequenta che sta alla base della più compiuta relazione culturale con esso e con il suo paesaggio il quale è la somma degli elementi geografici e della presenza umana mediata dalla relativa cognizione culturale. Cioè, per farla breve: il paesaggio siamo noi e noi siamo il paesaggio, dunque se in esso accade qualcosa che non va bene e che appare chiaramente dannoso è come se tale danno lo subissimo noi che lo viviamo. Si può restare passivi, arrendevoli, disinteressati e/o inermi di fronte a questa realtà?
No, non si può. E questo è quanto io ritengo massimamente importante, al riguardo.
In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.
LA FELICITÀ (IN MONTAGNA) NON SI PUÒ PRENOTARE
Su “montagna.tv” Paolo Paci ragiona sull’obbligo sempre più diffuso di prenotazione per la fruizione di molti luoghi montani al fine di contrastare l’overtourism. «Tutto comprensibile, tutto ragionevole. Ma (posso dirlo?): che tristezza! Dolomiti in vendita a chi ha lo smartphone più veloce, e il resto delle Alpi non è messo meglio» sostiene Paci. La soluzione? «Cambiare meta. Valorizzare le valli minori, la mezza montagna, i luoghi spopolati che paradossalmente, in tempi di overtourism, costituiscono il grosso delle Alpi (e degli Appennini).»
SULLE OLIMPIADI GLI SVIZZERI NON SI FIDANO DELL’ITALIA?
Pare che la Svizzera si fidi poco dell’organizzazione di Milano-Cortina 2026. Il quotidiano “Il Bernina” informa che il Cantone Grigioni prevede una spesa di 5,5 milioni di franchi per gestire il traffico durante i Giochi olimpici, e che al riguardo è previsto un contributo dall’Italia. Tuttavia la granconsigliera cantonale Anita Mazzetta non è ancora totalmente convinta dalle promesse italiane: «Dato che i costi dei Giochi olimpici stanno già sfuggendo di mano, non sono ancora ottimista», ha emblematicamente dichiarato.
CLIMA, MONTAGNE E GHIACCIAI: SERVE LA RESPONSABILITÀ DI TUTTI
In un recente passaggio a Bolzano, il climatologo Luca Mercalli ha rilasciato alla testa “Salto.bz” un’intervista breve ma densa di cose significativesu crisi climatica e territori montani (cliccate sull’immagine per ascoltarla). «Quali conseguenze ci saranno per le nostre montagne e i nostri ghiacciai? Il turismo estivo e quello invernale dovranno adattarsi.» E si è appellato alla responsabilità diffusa, individuale e collettiva: una cosa che in effetti appare ancora assai carente, nella nostra svagata e deresponsabilizzata società.
UNA BELLA VITTORIA “DAL BASSO” A TUTELA DEL PARCO DELL’ADAMELLO
Il progetto della centralina idroelettrica costruita in Val Adamé, nel Parco dell’Adamello (già sotto attacco da altre parti), si è scontrato con i vincoli naturalistici dell’area: le opere eseguite non autorizzate e non conformi dovranno essere demolite. È una bella vittoria del Comitato per la Difesa del Parco dell’Adamello e la dimostrazione di come l’azione civica “dal basso” sia efficace e indispensabile per la tutela delle nostre montagne ove la politica non sia in grado di (e/o non voglia) garantirla.
GLI ULTIMI A POTER AMMIRARE I GHIACCIAI ALPINI
«È possibile preservare i ghiacciai delle Alpi e come farlo? I ghiacciai alpini sono difficili o quasi impossibili da preservare, altri potrebbero esserlo. Ma non preoccupatevi, la natura si adatterà rapidamente e stabilirà un nuovo equilibrio. Non si può dire lo stesso dell’uomo, soprattutto con il nostro attuale stile di vita e la necessità di una continua crescita economica. Su un pianeta con risorse naturali limitate, una crescita continua e illimitata non è possibile, e noi sembriamo aver superato la maggior parte dei limiti e delle restrizioni in questo senso.»
(È un passaggio di una interessantissima intervista al geografo ed etnologo sloveno Miha Pavšek che trovate nel sito della CIPRA, qui. Da leggere e meditare.)
Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.
Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.
[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.
Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.
[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.
Resto sempre (più) basito nel leggere i commenti alle notizie sui fatti climatici che gli organi di informazione pubblicano – ultima della serie (la vedete lì sopra) quella della testata svizzera “Tio.ch” sulla sparizione ormai imminente del Ghiacciaio del Basòdino, un tempo tra i più vasti del Cantone Ticino. Non resto basito tanto per il solito negazionismo, così forzato di fronte alla realtà delle cose da risultare ormai grottesco, o per l’ancora più ridicolo antiscientismo, quanto per la superficialità estrema con la quale, a quanto sembra, molte persone considerano la crisi climatica.
I ghiacciai delle Alpi spariscono? «Ce ne faremo una ragione», «Se si scioglie un po`di ghiaccio sarà per una giusta causa», «Prima o poi torneranno», e via di questo passo. Un atteggiamento che mi ricorda quella nota storiella del tizio che precipita da un grattacielo alto cinquanta piani e, giunto a dieci piani da terra, dice «Be’, dai, fin qui tutto bene!»
Non solo costoro non capiscono/non vogliono capire ciò che sta accadendo, ma evidentemente non capiscono nemmeno loro stessi e che ci stanno a fare al mondo.
Cos’è? Immane ignoranza della realtà? Stupidità spinta all’eccesso? Forse è il frutto di autentiche carenze cognitive, o si tratta già di conclamata demenza?
Un momento… forse ho capito. Siccome è evidente che queste persone non usano il proprio cervello, e dato che il cervello umano è composto da ben il 75-85% di acqua – una percentuale fondamentale per il suo corretto funzionamento – a loro non interessa se a breve verrà a mancare l’acqua immagazzinata nei ghiacciai scomparsi. Non gli serve, appunto.
Il negazionismo è una forma di pazzia e con i pazzi non si ragiona. Si può persuadere chi nega la realtà che la realtà è differente? Molto difficilmente.
P.S.: le immagini del Ghiacciaio del Basòdino sono tratte dal sito web della Repubblica e Cantone Ticino; quella sopra è del 1991, qualla sotto del 2022.
Lo sci, in questa stagione sta diventando un problema, la neve si scioglie al sole primaverile e praticare questo sport diventa una vera impresa. È un discorso che si sente fare spesso, ma non corrisponde alla verità, almeno in buona parte. Ormai, anche in piena estate, chi vuole praticare gli sport della neve può trovare l’ambiente ideale senza affrontare disagi di sorta.
Sembra di leggere un testo scritto secoli fa, vero? Invece la locandina è della seconda metà degli anni Sessanta (la funivia che da Madesimo raggiunse il Pizzo Groppera venne aperta nel 1964) e in così poco tempo le montagne hanno subìto, e stanno subendo, un cambiamento che non a caso viene definito “epocale”, in forza dell’evoluzione sempre più rapida e problematica della crisi climatica. Addirittura, quella che non era ritenuta una verità plausibile, cioè il fatto che non si potesse sciare anche d’estate, sta diventando l’esatto opposto, cioè che si possa ancora sciare in inverno.[1] Se ci pensate bene, pure al netto delle evidenze legate alla crisi climatica e alla trasformazione dei paesaggi montani, è qualcosa di veramente incredibile, quasi paradossale se non fosse così oggettivo, così reale. È un capovolgimento culturale profondo del quale probabilmente non siamo in grado di cogliere l’esatto portato, anche per la realtà in costante divenire: lo consideriamo ancora alla stregua di una curiosità, un evento bizzarro al quale tutto sommato si può ancora prestare poca attenzione, visto che per il momento la nostra vita quotidiana prosegue più o meno come prima e, al proposito, a sciare ci si può ancora andare. Solo per poche settimane all’anno e a volte grazie alla neve “finta” sparata dai cannoni, certo, mentre un tempo si iniziava ovunque a novembre e si finiva sui ghiacciai in ottobre per ricominciare subito dopo.
D’altro canto, se non stiamo capendo consciamente ancora molto di quello che sta succedendo, ancora meno possiamo capire che allo stesso modo nel quale il paesaggio esteriore si sta modificando – le montagne restano verdi anche in inverno, i ghiacciai scompaiono lasciando il posto a vaste pietraie, i colori che lo sguardo coglie nei panorami hanno molti meno bianchi e più toni opachi – sta cambiando anche il paesaggio interiore, quello che ci portiamo dentro e rappresenta il riflesso del mondo che abbiano intorno con il quale interagiamo anche solo semplicemente standoci. La nostra presenza nei luoghi che abitiamo o frequentiamo, anche solo per poche ore, si esplica in una relazione di tipo culturale che contribuisce a farci percepire il paesaggio (il quale è un costrutto, come diceva Lucius Burckhardt: una cosa che esiste nel momento in cui viene concepita), del quale noi stessi siamo parte. Dunque, il capovolgimento suddetto va ad agire su questa nostra relazione culturale, stravolgendola di conseguenza e pressoché inevitabilmente, finendo per modificare anche la nostra identità referenziale nel momento in cui si attiva tale relazione. Per dirla in breve: se cambia il paesaggio esteriore, cambiando quello interiore, cambiamo anche noi stessi e tutto avviene senza che, probabilmente, ce ne rendiamo conto.
[Gli skilift che fino agli anni Ottanta del Novecento servivano il versante nord del Pizzo Groppera, sulle cui piste fino ad allora si poteva sciare spesso anche in estate. Nelle immagini sopra: alcune vedute dello stesso Pizzo Groppera dal versante di Madesimo e da quello della Val di Lei.]Quella locandina delle funivie di Madesimo, in buona sostanza, è come una fotografia di come eravamo (noi, non il luogo) sessant’anni fa grazie alla quale possiamo – e a mio parere dobbiamo – cercare di capire quanto siamo cambiati da allora, sia per ragioni naturali e sia per motivi indotti, incidentali, artificiosi, meditandoci sopra. In fondo, se allora si poteva sciare anche d’estate sul Groppera e oggi non più è il problema minore: ciò che conta è tutto il resto e noi che ci stiamo dentro, è il paesaggio che è noi e noi che siamo il paesaggio. E se non vediamo, trascuriamo o non capiamo quanto profondamente sta cambiando, e dunque come parimenti stiamo cambiando noi, be’, allora sì abbiamo un bel problema. Bello cioè brutto, certamente.
[1] È curioso notare che fino a qualche tempo fa il Pizzo Groppera era considerata una montagna molto adatta a ospitare un ghiacciaio. Al riguardo in un rapporto glaciologico del 1931 si può leggere che «In questi ultimi tempi è scomparso il Ghiacciaietto del Pizzo Groppera (m. 2948) riportato ancora sulle carte dell’I..G.M. e nella guida del C.A.I. Al suo posto v’è un discreto nevaio. La morena freschissima non alberga ancora un filo di erba. Ora è da osservare che il Groppera, nel versante settentrionale, ch’è quello della Val di Lei, ha condizioni più atte alla conservazione di un ghiacciaio che non il Carden (dorsale poco distante nela zona del Pizzo Ferré e del suo ghiacciaio, un tempo assai vasto e tutt’oggi presente anche se in fortissima riduzione – n.d.L.)».