Noi e i ghiacciai (che spariscono)

Credo che le immagini della località ritratta nelle fotografie qui sopra le avrete viste più volte, per quanto siano suggestive e per ciò riprodotte di frequente un po’ ovunque. Magari ci sarete pure stati, al Ghiacciaio del Rodano nel Canton Vallese, in Svizzera, in effetti uno dei luoghi più suggestivi della Confederazione e di tutto l’arco alpino. Io con voi, eppure ve le ripropongo perché l’aver ritrovato sul web l’immagine sopra, quella d’epoca – che è una vecchia fotografia datata tra il 1890 e il 1905 ricolorata – mi ha reso nuovamente evidente come il Ghiacciaio del Rodano, come pochi altri ghiacciai alpini, rappresenti una delle più drammatiche manifestazioni della deglaciazione delle Alpi dovuta ai cambiamenti climatici e al relativo riscaldamento globale, fenomeno ormai “storicizzato” dacché in corso da più di un secolo. L’immagine sotto, con la quale confronto la prima, è ovviamente recente, di qualche anno fa.

È una manifestazione drammatica non solo dal punto di vista ecologico e ambientale ma anche da quello del paesaggio e del suo valore antropologico e culturale – proprio in ciò il Ghiacciaio del Rodano risulta emblematico più di altri apparati glaciali in ritiro, in forza della sua visibilità, della vicinanza al fondovalle e della forte “presenza” referenziale e identitaria nel territorio dell’Obergoms, fondamentale nella percezione e nella considerazione del paesaggio locale. Ciò sia in un senso e nell’altro, ovvero quando c’era il ghiaccio e ora che non c’è più: è evidentissimo, qui, come il paesaggio sia totalmente cambiato, il suo elemento fondamentale e vivificante non c’è più, ora il versante è caratterizzato da forme e colori differenti, assumendo un aspetto meno luminoso (e non solo per la mancanza del riverbero glaciale) e più dimesso, più cupo e per certi versi quasi inquietante, per come la grande ferita rocciosa lasciata dalla sparizione della colata del ghiacciaio possa ricordare anche il residuo d’una grande frana e comunque qualcosa di distruttivo, non certo di ravvivante. Un’assenza che inevitabilmente modifica anche la relazione antropologica (sia inconscia che consapevole) di chiunque si trovi nel luogo, che percepirà sensazioni totalmente diverse da quelle che poteva percepire il viaggiatore di un secolo fa, il che finisce per influire anche sulla reciproca identificazione in loco – dell’uomo nel luogo e viceversa. Viene da pensare che nel ghiaccio dimorasse il Genius Loci del territorio in questione e quindi, con lo scioglimento del primo, anche il secondo stia drammaticamente svanendo.

Tutto questo, oltre al cambiamento meramente estetico che ha subito il territorio, elemento solo apparentemente primitivo e superficiale ma a sua volta basilare nella percezione e nella determinazione del paesaggio nello sguardo e nella mente della persona che vi interagisce.

Ecco perché il processo di deglaciazione delle nostre Alpi è ben più ampio, nella sua gravità e nelle relative ricadute, che se considerato dal solo punto di vista ambientale (qui c’è un bell’articolo di “SwissInfo.ch” che tratta proprio questo tema, con numerosi spin-off ad argomenti correlati). Non sparisce solo il ghiaccio ma un intero immaginario visivo e culturale, formatosi nel corso di secoli e che ora, in pochi decenni, si sta sgretolando nei suoi elementi formativi essenziali, proprio come accade ai ghiacciai. Se il loro ritiro continuerà, inesorabilmente tra qualche anno il nostro sguardo sulle Alpi sarà diverso rispetto a quello attuale e ancor più di quello del passato, e ciò senza dubbio (dacché è un processo antropologico congenito al nostro rapporto con il mondo che viviamo) cambierà anche la relazione che intessiamo e intesseremo con i territori alpini, il modus vivendi in essi, la considerazione che ne avremo, l’interazione che vi metteremo in atto e, ultima ma non ultima, la loro identità culturale, quella che identifica in primis le genti che vi abitano.

Vivremo sulle stesse montagne che abitiamo da secoli ma, per molti aspetti, vivremo altre montagne, diverse, mutate nelle forme e nelle sostanze. E chissà come le vivremo, senza più uno dei loro elementi fondanti e caratterizzanti. Chissà.

(Crediti delle immagini: la prima è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie (Prints and Photographs Division) della Biblioteca del Congresso sotto l’ID digitale ppmsc.07877 in pubblico dominio, fonte qui; la seconda è presente in diverse pagine sul web, senza fonti certe.)

Old Man and the Gun

Ho visto Old Man and the Gun, del 2018, diretto da David Lowery.

È un film che si potrebbe definire “sartoriale” per come sia stato letteralmente cucito addosso a Robert Redford, il suo interprete principale, sotto ogni punto di vista: sia al Redford attore, la cui carriera viene omaggiata in vari modi ovvero con varie citazioni (più o meno evidenti) nel film e che si è conclusa proprio con quest’opera, e sia al Redford personaggio pubblico, il cui carisma monumentale rappresenta la vera e solida base sulla quale il film è stato costruito. In effetti la storia vera di Forrest Tucker, ladro incallito tanto quanto gentiluomo, sorta di Arsenio Lupin a stelle e strisce con in “curriculum” 30 evasioni dal carcere e innumerevoli rapine di varia natura, che Redford interpreta, diventa parecchio secondaria, in quanto oggetto del film, di fronte all’interpretazione del grande attore americano, il quale a sua volta si prende la vicenda umana di Tucker e, con l’aiuto di Lowery in qualità di regista e sceneggiatore (che viene facile immaginare al più completo servizio del grande Redford, proprio come un buon sarto con il proprio cliente), la indossa trasformando Tucker in se stesso. più che il contrario. In tal modo lo spettatore “non vede” l’attore che interpreta un personaggio realmente vissuto ma l’attore che racconta la propria carriera e, in parte, la propria storia umana utilizzando la vicenda di Tucker come consono strumento narrativo e performativo.

In sé Old Man and the Gun sarebbe un film piuttosto ordinario, certamente carino, piacevole ma niente di trascendentale, tuttavia, messo nelle mani e sul corpo di Robert Redford, diventa veramente molto di più. Sarebbe un po’ come – giocando di fantasia – se si ammirasse Pablo Picasso (un nome a caso per dire un grande artista conosciuto pressoché da tutti) che dipinga un quadro non così eccezionale: c’è comunque il grande Picasso, lì che sta dipingendo, uno dei più importanti artisti di sempre che traccia i segni e spande i colori sulla tela, ergo l’opera è comunque un gran lavoro. Ecco.

Una visione doverosa, insomma, ma che sicuramente vi piacerà.

Ultrasuoni #19: Michel Petrucciani, quando Dio scese sulla Terra per suonare il piano

E così un giorno Dio (quello vero, non l’altro fittizio delle varie religioni), scese dal cielo qui sulla Terra, prese sembianze umane ma del tutto speciali, si mise al piano, cominciò a suonare. E per il tempo in cui restò quaggiù si fece chiamare Michel Petrucciani.

Questo mi viene da credere, se penso al grande pianista francese. Musicista realmente unico, di talento sovrumano, geniale, virtuoso ben oltre il funambolico, potente, capace di rendere affascinante ogni singola nota suonata e, per giunta, dotato di altrettanto sovrumane forza di volontà e energia vitale grazie alle quali ha saputo vincere la propria malattia ricavando da essa ulteriore vivacità e di contro, ovvero per gli stessi motivi, decidendo di vivere la propria esistenza nel modo più pieno possibile, senza farsi mancare nulla di virtuoso o di dannato, tra alcol, donne, sostanze proibite, eccessi vari e assortiti – sembra che un giorno disse al suo manager: «Voglio avere almeno cinque donne contemporaneamente, voglio fare un milione di dollari in una sola notte!». Il tutto, se possibile, sempre vissuto con una personalità insuperabile e comunque mirabile, anche perché tutto quanto reso carburante possente per la sua arte musicale e fremente energia da spandere ogni qualvolta saliva su un palco e mandava letteralmente in visibilio gli spettatori dei suoi concerti. D’altro canto egli stesso, di questo suo atteggiamento nei confronti della vita e delle difficoltà fisiche e pratiche che doveva superare quotidianamente, diceva: «La mia filosofia è quella di divertirmi davvero e non lasciare mai che nulla mi impedisca di fare quello che voglio fare. È come guidare una macchina, aspettando un incidente. Non è il modo di guidare una macchina ma, se hai un incidente, hai un incidente, punto. C’est la vie!».

Un mostro di bravura, un genio, un apice assoluto delle possibilità umane, un personaggio unico e inimitabile, uno dei più grandi musicisti di sempre che a suo modo ha cambiato per sempre la musica. O forse fu anche di più, Petrucciani – per tornare all’incipit di questo mio scritto e a quella volta in cui deve scegliere un nuovo pianoforte da acquistare presso un celebre costruttore: entra nella grande sala ove i vari modelli sono esposti, si aggira tra di essi, ne prova qualcuno, verifica le sonorità e poi, di colpo, si gira, ne indica uno e dice: «Prendo quello!». E quando il responsabile della casa costruttrice gli osserva che il modello scelto non l’ha nemmeno provato Petrucciani risponde: «Mi ha parlato, mi ha detto “Prendi me!”». Lo acquisterà e con quel pianoforte raggiungerà le più alte vette musicali e virtuosistiche. Ecco: dicevamo, di quel Dio sceso sulla Terra all’inizio di questo mio testo?

Oltre alle varie produzioni musicali e a quanto si può ritrovare sul web in tema di esibizioni dal vivo, c’è un notevole documentario che racconta la vita del genio francese: Michel Petrucciani | Body & Soul, del regista Michael Radford. È veramente molto bello, se ne avete occasione guardatevelo – qui sopra potete vedere il trailer. L’aneddoto sulla scelta del pianoforte, che ho citato a memoria, viene da lì.

Decadenze necessarie

Ecco, ci risiamo – ma non c’erano dubbi, al riguardo.

Se qualche giorno fa i credenti della tradizione cristiana hanno celebrato la risurrezione di Gesù, c’è da augurarsi che l’intera società civile possa presto festeggiare la definitiva decadenza di questi suoi ignominiosi (autoproclamati) “rappresentanti” terreni. Anche se, fosse anche solo per il fatto che la loro esistenza rappresenta la più drastica forma di ateismo, dovrebbero essere proprio i credenti cristiani i primi a festeggiare la fine di tale perversa presenza.

Dovrebbero, già.

Cliccate sull’immagine in testa al post oppure qui per leggere l’articolato approfondimento che il portale tio.ch dedica al tema. La situazione italiana è invece al solito ben delineata e denunciata dall’Associazione Rete l’Abuso.

Sound of Metal

Ho visto Sound of Metal, del 2019, diretto da Darius Marder.

È un film spiazzante, sotto molti punti di vista. Dotato d’una trama molto labile, gioca molta parte della propria espressività su due elementi fondamentali, correlati eppure antitetici: i numerosi primi piani di Steve, il protagonista principale (l’attore inglese Riz Ahmed, molto bravo), che permettono allo spettatore di cogliere con determinata intensità gli stati d’animo che le espressioni del suo volto manifestano via via che egli s’addentra, suo malgrado, nella sua nuova e inopinata condizione di sordo, e un sonoro veramente impressionante anche perché molto giocato sull’assenza dello stesso (soluzione apparentemente ovvia ma resa con molta intelligenza, anche in senso artistico) oppure sulla sua distorsione, come quella generata dall’apparecchio acustico con il quale il protagonista spera di eliminare la propria menomazione – e dal qual effetto acustico viene il senso principale del titolo del film, che gioca sul doppio senso iniziale riguardante la musica metal suonata dal protagonista (la quale poi, per inciso, non è esattamente metal ma più noise punk).

Ma, al proposito: di quale menomazione si tratta, in verità, quella manifestata dal protagonista del film? Solo di quella uditiva o anche di una sorta di menomazione psicologica ed emotiva, che lo porta a non accettare non tanto la disfunzione in sé quanto come essa, in qualità di evento improvviso e inopinato, gli trasforma la vita in maniera ineluttabile? È una sordità dell’animo, per così dire, quella descritta da Sound of Metal, che lo porta formalmente a rifiutare il prezioso aiuto fornito da una comunità di sordi nella quale Steve viene inviato per imparare a vivere al meglio la sua nuova condizione e a generare fiducia in sé e negli altri. Ed è, conseguentemente, un farsi sordo alla fiducia verso chi veramente può aiutarlo, ben più che gli specialisti che gli impiantano l’apparecchio acustico, nonché verso se stesso: tant’è che il finale del film – improvviso e spiazzante a sua volta – è in fondo un atto di “sovversione” e di rivalsa verso il fastidioso rumore che, più che provenire dal mondo esterno così come viene còlto dall’apparecchio acustico, si genera e rimbomba dentro l’animo del protagonista.

Un’opera veramente molto bella nella sua delicata tanto quanto intensa narrazione visiva, girata con tecniche da biopic le quali tuttavia non offrono e richiedono, come sovente invece accade, l’immedesimazione dello spettatore nel protagonista: lo sguardo della cinepresa resta obiettivo e distaccato, di stampo documentaristico ma al contempo sostenuto con notevole forza espressiva (ed emotiva) dal sonoro del film, che meriterebbe veramente l’Oscar al quale è stato candidato – una delle tante guadagnate, peraltro.

Da vedere, senza alcun dubbio.