Non scrivete più dei bei luoghi di montagna sui social!

[La Capanna Piansecco, in val Bedretto (Cantone Ticino). Foto tratta da Facebook.]

Le montagne sono il luogo perfetto per noi umani per creare un legame forte con la natura. Secondo il principio «se lo conosci vorrai anche proteggerlo», sfruttiamo numerosi approcci diversi per avvicinare gli appassionati di sport di montagna alla protezione dell’ambiente.
Al contrario delle città e dell’Altopiano, la natura e il paesaggio delle Alpi sono ancora intatti. Ci sono luoghi in cui il turismo è intensivo e in cui le montagne vengono banalizzate. Ma se ci si sposta con le proprie gambe in montagna, non si può fare a meno di realizzare quanto siamo piccoli e deboli in confronto. Proprio grazie a queste esperienze ho deciso anch’io di battermi per la protezione della natura e dell’ambiente.
Fondamentalmente bisogna essere umili lungo il percorso, non lasciare tracce del proprio passaggio, non essere arroganti e al contempo divertirsi. Inoltre: in qualità di visitatore, contribuire alla valorizzazione delle montagne acquistando prodotti locali. Oh, e non rivelate i segreti sui posti più belli sui social media!

[Philippe Wäger, geografo, responsabile del settore Ambiente presso il segretariato centrale del Club Alpino Svizzero, intervistato da “Tio.ch” il 10 gennaio 2025.]

Messa lì così sembra una mera battuta, in verità quello degli influencer che sul web postano foto e commenti riguardanti luoghi di montagna che poi vengono invasi dai loro followers è un problema oggettivo e comune a tutti i territori turistici (non solo montani, ovviamente) che in Svizzera viene spesso analizzato dai media. Ad esempio, un articolo del luglio 2024 pubblicato su “Swissinfo.ch” dal titolo Turismo di massa improvviso: le strategie svizzere contro “l’effetto influencer”, dopo aver citato alcuni casi di “influencer” i cui contenuti social hanno generato sovraffollamenti turistici nei luoghi interessati propone tra gli altri questo possibile “rimedio”:

I diversi uffici turistici elvetici cercano di limitare i disagi con tecniche che potremmo definire “chiodo scaccia chiodo”: ingaggiando, cioè, influencer che promuovano regioni meno conosciute e che potrebbero trarre numerosi vantaggi dal turismo, riducendo così la pressione sui “best seller”, che ormai non hanno nemmeno più bisogno di pubblicità.

Una buona idea innanzi tutto per togliere pressione turistica a zone già troppo affollate e permettere la scoperta di altre località parimenti belle ma per vari motivi poco o nulla considerate dal marketing del turismo? Oppure un boomerang che rischia soltanto di ritorcersi contro chi lo “lancia” e di spostare se non moltiplicare il problema generando disagi e danni da overtourism anche in luoghi che fino a oggi ne erano rimasti pressoché immuni?

Se il turista è la prima vittima (inconsapevole) dell’iperturismo

[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]

Il turista inconsapevole, esemplare umano che si riproduce in modo seriale su vastissima scala, è concentrato su esperienze prettamente ludiche, con l’unica finalità di riempire il tempo a disposizione. Il viaggiatore consapevole invece, colui che sente, annusa, vede, viaggia per svuotarsi e in questa opera di alleggerimento va incontro al nuovo, allo sconosciuto. Il suo è un tentativo di lasciarsi alle spalle ciò che è conosciuto, un andare per andare. Oggi il turismo, e quindi anche fare turismo, è una sorta di sottoprodotto culturale che strumentalizza la circolazione umana per ridurla a consumo. Si basa su una formula: offrire e ricevere, diventata banale in virtù di uno scambio sempre più stereotipato, duplicato, omologato.

[Michil CostaFuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica, Edition Raetia, 2022, pag.22.]

Spesso coloro che si oppongono ai fenomeni di overtourism e alle conseguenze del turismo massificato sui territori coinvolti puntano il proprio dito e il biasimo sui turisti: comprensibilmente, a volte legittimamente – l’inconsapevolezza del turista rispetto ai luoghi che frequenta citata da Costa lì sopra è una colpa senza dubbio. D’altro canto, il turista è a sua volta una vittima a tutti gli effetti dell’iperturismo e non è così facile che se ne possa rendere conto, dal momento che non possiede e non gli vengono offerti (furbescamente, ovvio) gli strumenti per comprenderlo.

Anche perché certi modelli turistici di natura consumistica, quali sono quelli che manifesta l’overtourism, impongono la trasformazione funzionale ai loro scopi del turista (comunque già un livello inferiore rispetto al viaggiatore, Costa ha ragione) in cliente, il quale paga un prezzo e dunque pretende un servizio ovvero acquista un bene, esattamente come accade con gli articoli in vendita in un centro commerciale. È qui il nocciolo della questione e la colpa fondamentale: la mercificazione di territori, luoghi e paesaggi di grande valore ambientale e culturale, per giunta abitati, trasformati in beni di consumo e messi a valore per poter essere agevolmente venduti/acquistati dalla più ampia clientela possibile.

Così, sugli scaffali del grande “centro commerciale” che è ormai il turismo massificato, i beni/luoghi si accumulano sempre più uniformati ai modelli turistici vigenti e indistinguibili gli uni dagli altri se non per il prezzo e per ciò che tale prezzo può offrire al cliente, che viene spinto dentro il centro commerciale e li compra. La circolazione umana diventa consumo, l’offerta turistica consumismo e, inevitabilmente, entrambe finiscono per consumare territori e comunità. E si può solo immaginare – anzi, forse no – con quali conseguenze per luoghi di grande bellezza ma altrettanta delicatezza e fragilità come le montagne.

P.S. per leggere la mia “recensione” al libro FuTurismo di Michil Costa, cliccate qui.

Vado in montagna «per fuggire dal caos e dallo stress della vita in città». Ma veramente?

Quando leggiamo di articoli e testi dedicati alla frequentazione turistica delle montagne, e alle motivazioni che spingono così tante persone a passare solo qualche ora oppure giorni interi sui monti, anche a prescindere da cosa ci si vada a fare, sovente si leggono cose molto simili: «la bellezza del paesaggio», «la natura, l’aria pura», «la possibilità di relax», «la fuga dal caos e dallo stress della vita in città». Tutte motivazioni legittime e comprensibili, solo apparentemente ovvie ma invero l’ovvietà di esse è legata all’alterità ambientale che rende le montagne, e i territori naturali, diversi dagli spazi antropizzati e iperurbanizzati tipici delle nostre città.

Tuttavia, molto spesso tante di quelle persone che motivano le proprie gite o le vacanze in montagna con quelle affermazioni finiscono poi per ritrovarsi in parcheggi intasati di auto e a vagabondare con la propria per cercare un posto libero, code agli impianti di risalita come in metropolitana, poste da sci affollate come vie cittadine, sentieri sui quali si cammina in lunghe code, ristori e rifugi intasati, hotel grandi come condomini di periferia seppure certamente di pregevole qualità e super confortevoli ma che finiscono per offrire gli stessi agi che si hanno a disposizione a casa propria o si frequentano abitualmente nelle città in cui si passa il resto dell’anno.

Posto tutto ciò, dove si trova dunque la fuga dal caos della città? Dove e come ci si può rilassare? Basta farlo riproducendo le stesse dinamiche della quotidianità ordinaria ma in un contesto paesaggistico differente, che però si fa fatica a poter godere proprio perché intasato e per molti versi nascosto da tutta quella riproduzione dei modelli metropolitani di fruizione dei luoghi dai quali si viene costantemente distratti? Se i territori naturali hanno la capacità da tempo scientificamente comprovata di ristorare la mente, il corpo e l’animo dal modus vivendi opprimente, stressante e manipolatorio nel quale ci tocca vivere per buona parte dell’anno, perché non sappiamo e non vogliamo sfruttare tale fondamentale prerogativa?

Ha senso tutto ciò, rispetto a quelle motivazioni così di frequente addotte dai gitanti e dai vacanzieri montani? A me non sembra e sia chiaro: non è affatto una critica al turista che decide, più o meno consapevolmente, di usufruire di quei modelli di frequentazione turistica dei territori naturali (ma non solo di questi, ovviamente, il principio è valido anche altrove), il quale piuttosto si ritrova a essere costretto ad accettarli e subirli, per motivi vari e diversi. Tuttavia, subiti una volte, due volte, tre o quattro volte, dopo un po’ a mio parere deve diventare necessaria una riflessione al riguardo: ma sto veramente fuggendo dal caos e dallo stress della vita ordinaria, o più semplicemente cambiando la routine quotidiana, vivendo periodi di vacanza che presentano le dinamiche sopra descritte? Sto veramente ritemprandomi in un contesto del genere, o forse mi sto solo convincendo di ciò dal momento che pago un certo prezzo e in cambio ottengo servizi di cui abitualmente a casa non posso godere – fosse solo l’essere servito a pranzo e a cena da un cameriere premuroso o trovarsi una colazione abbondante che nessun bar di città potrà mai offrire, salvo rari e costosissimi casi, oppure l’area wellness appena sotto la propria camera?

Sono esempi banali e elementari, questi che propongo: ovviamente la questione è più articolata e profonda, sottoposta a variabili economiche e imprenditoriali che poco o nulla contemplano la qualità della permanenza turistica in un luogo ambientalmente pregiato, mirando quasi esclusivamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) al profitto, alla massimizzazione degli incassi, alla quantità delle presenze che fa utile in bilancio a fine stagione turistica e fissa limiti da dover sempre rincorrere e superare, stagione dopo stagione. Per l’industria turistica è pressoché necessario che un parcheggio il quale contenga duecento autovetture ma abbia spazio per arrivare a trecento debba essere ampliato in tal senso (magari scavando qui e là si arriva anche a quattro o cinquecento posti auto): ma può essere necessario, anzi è veramente necessario anche per chi vuole vivere la montagna in maniera autentica, pur volendo usufruire di certi comprensibili agi? Io credo che non solo non sia necessario ma, oltre una certa misura, diventi inevitabilmente deleterio per la qualità dell’esperienza di frequentazione dei luoghi e di vacanza, da una parte, e per quella dell’ospitalità offerta dalle strutture ricettive dall’altra oltre che, ovviamente, per lo stesso territorio, il suo paesaggio, la sua identità culturale, il benessere della comunità residente. Risulta fondamentale, e sempre più urgente, trovare un punto di equilibrio tra le esigenze e le necessità dei tre principali attori in gioco – il turista, l’albergatore/ristoratore/esercente commerciale, l’abitante del luogo – ma ancor di più secondo me, ribadisco, risulta imprescindibile quella riflessione di cui ho scritto prima da parte di ciascun frequentatore delle montagne e dei territori di grande pregio ambientale – quelli capaci di ristorarci nella mente, nel corpo e nello spirito, appunto, ovvero in grado di donarci una “fuga” il più possibile autentica dalle dinamiche opprimenti della vita quotidiana ordinaria. Una riflessione che si risolve in una (doppia) domanda fondamentale: è veramente la vacanza che voglio vivere in montagna? O sto correndo il rischio di ripetere le stesse cose che faccio già in città, nel resto dell’anno, autoconvincendomi che non sia così per non rovinarmi la (meritata) vacanza stessa?

Capitemi: non so affermando che la vera vacanza in montagna sia obbligatoriamente quella da passare in tenda in luoghi sperduti senza nessun confort e senza incrociare anima viva o quasi per giorni interi (esperienza che può risultare affascinante e invitante per molti e niente affatto a tanti altri). Ma nemmeno posso concepire che una vacanza in montagna sia come quelle che vedo così spesso vissute in enormi parcheggi, resort immensi, code agli impianti, resse ai banconi dei rifugi – che magari per giunta si mettono a offrire ostriche e champagne come i ristoranti gourmet del centro città o i beach club sulle spiagge più alla moda.

No, per quanto mi riguarda questa non è “vacanza”, non è «una fuga dalla città», non è relax: è solo un portarsi appresso la gabbia nella quale si vive rinchiusi per tutto il resto dell’anno. Niente di più e di tanto triste.

(Ri)trovare un equilibrio per le montagne

Come contemperare le esigenze imprenditoriali degli operatori e il desiderio di tornare a un turismo meno industriale? Basta la piena occupazione dei posti letto per garantire la qualità del settore alla quale tanto auspichiamo? Tra la voglia di futuro e il fascino dei bei tempi andati ci vorrebbe un confronto fatto con il cuore e la ragione, non necessariamente una contrapposizione, tra ciò che era bello allora e ciò che ci appare brutto oggi, riflettendo insieme sulla direzione nella quale stiamo spingendo il turismo sulle Alpi. Lo spazio per una forma di equilibrio c’è ancora: non insistere sulla costruzione di nuovi impianti nelle zone dove l’industria dello sci viaggia a gonfie vele, non andare a intaccare zone ancora inermi, là dove i numeri suggeriscono un modo diverso, più slow, di fare turismo.

[Michil CostaFuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica, Edition Raetia, 2022, pag.87.]

«Una forma di equilibrio»: la locuzione che usa Costa nel suo libro nei riguardi del turismo montano contemporaneo è pure, a tutti gli effetti, una definizione perfetta di “montagna”. Le montagne sono anche una manifestazione di equilibrio, tanto in senso geomorfologico, quello primario e più evidente, quanto in molti altri sensi, meno visibili ma altrettanto fondamentali per il rapporto che l’uomo vi intrattiene. Vivere, abitare, frequentare le montagne sono pratiche di costante ricerca di un equilibrio, che consenta di restarci – stanzialmente o per solo poche ore – con vantaggi reciproci per l’uomo e per i monti; invece troppo spesso quell’equilibrio lo si è voluto rompere per deviarne i vantaggi soltanto da una parte e non per tutta la comunità umana ma solo per pochi. Lo ha fatto forse più di ogni altra cosa l’industria dello sci e del turismo di massa, con conseguenze ormai sotto gli occhi di tutti (tutti quelli che li vogliono vedere e comprendere, certamente: ma è la maggioranza delle persone, ormai): continuare con tale rottura è una cosa non solo illogica ma viepiù, col passare del tempo, pericolosa. La montagna disequilibrata, sfruttata, consumata e devastata sia nel suo territorio quanto nella propria cultura diventa inesorabilmente inabitabile e non solo in termini ambientali ma pure economici, sociali, culturali: il che, lo ribadisco per l’ennesima volta, non significa che non ci si possa fare nulla ma che ogni cosa venga fatta – appunto – in maniera equilibrata. Cioè con buon senso e non a senso unico, per il guadagno di pochi e il danno di molti.

Buon senso, già: sembra facile per il super evoluto uomo contemporaneo, invece a quanto pare non lo è affatto e troppe volte in montagna lo si constata benissimo, purtroppo.

I rifugi di montagna, e i NON rifugi di montagna

Il Rifugio è un presidio di ospitalità in quota sobrio, essenziale e sostenibile, presidio culturale e del territorio, centro di attività divulgative, formative, educative e di apprendimento propedeutiche alla conoscenza e alla corretta frequentazione della Montagna. Non è un albergo ma un laboratorio del “fare montagna” che sa contenere insieme etica dell’alpinismo, socialità, accoglienza, alta performance in ambiente, turismo consapevole, rispetto e tutela del Paesaggio montano.

[Dal Regolamento strutture ricettive del Club Alpino Italiano, titolo 1 (preambolo).]

Camere eleganti, cucina gourmet, spa e viste Dolomitiche: al Rifugio Fredarola Harbor, a 2370m, scopri un rifugio escursionistico con camere lussuose e zona wellness con sauna finlandese, biosauna, bagno turco, piscine panoramiche e aree relax.

[Dalla home page del sito web https://www.fredarola.it/.]

In realtà non sarebbe nemmeno un problema che in una struttura di ristorazione a 2400 metri di quota vengano offerte ostriche e champagne: ancor più che una devianza culturale rappresenta il segno di una disfunzione psicologica (biunivoca, sia chiaro: di chi offre e di chi consuma) ma ognuno è libero di fare ciò che vuole, se non arreca danni al luogo e alle persone: anche di rendersi enogastronomicamente grottesco.

Il problema semmai è a monte ed è molto più semplice: il Fredarola non è un rifugio.

Ribadisco: il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio…

…E così via, all’infinito ovvero fino a che tale devianza denominativa non venga finalmente risolta giuridicamente ovunque, sulle nostre montagne, distinguendo chiaramente i veri rifugi – che non devono essere obbligatoriamente spartani ma non possono offrire servizi e agi alberghieri – da quelli che si fanno chiamare così ma che in realtà sono hotel a più stelle e ristoranti gourmet.

(Obiettivamente, il Fredarola è bellissimo. Ma non è un rifugio. Immagini tratte da www.fredarola.it.)

Nell’attesa che ciò avvenga, chiedo che qualche lussuoso bagno situato sui lungomari della Versilia o sulle spiagge della Costa Smeralda finalmente offra polenta fumante, stinco e vin brulé a Ferragosto. Per giusta par condicio, no?

P.S.: le Dolomiti sono Patrimonio Unesco, già. Ma “patrimonio” cosa, dove, quando?

P.S.#2: su questo tema ne avevo già scritto qui.

P.S.#3: grazie a Fabio Balocco che mi ha segnalato l’articolo sopra riportato.