Un “potere forte” per l’Italia (ma non “per” gli italiani)

Sì, a pensarci bene forse hanno ragione, per certi aspetti, quelli che sostengono che qui ci vorrebbe qualcosa di politicamente forte, sia essa una dittatura o che altro. Ma non “per” gli italiani, semmai contro gli italiani. Contro il loro ormai cronico svacco civico, contro la loro pressoché totale mancanza di consapevolezza sociale, di coscienza culturale e di senso comunitario solidale, contro la pervicace coltivazione delle più becere ignoranze, maleducazioni, volgarità. Qualcuno o qualcosa che li rimetta in riga come dovrebbe essere in riga – civica, sociale, culturale – ogni paese realmente evoluto e avanzato, qualcuno che non persegua chi la pensa diversamente ma chi pensa in maniera totalmente conformista, chi dimostri di non avere capacità critica, libertà di pensiero, di giudizio, di discernimento delle cose della realtà quotidiana, qualcuno che punisca con consona pena ogni grave mancanza di civiltà e di buon senso.
Non più “prima gli italiani” tout court, semmai prima gli italiani che meritano di esserlo in base a ciò che l’Italia potrebbe e dovrebbe essere: uno dei paesi culturalmente più ricchi (in senso materiale e immateriale) e avanzati, capace da questo punto di vista di essere modello e guida per l’intero pianeta. Non quel paesello ridicolo, miserrimo e grottesco, bigotto e moralista, degradato e dissestato, senza speranza d’alcun buon futuro che oggi è.
Perché le vere “emergenze” (per usare un termine tanto di moda, di questi tempi), in un posto come l’Italia contemporanea, non vengono affatto da fuori il paese ma sono dentro il paese. Ovvero sono il paese, per molti aspetti: e, come emergenza delle “emergenze”, è il paese per primo a non rendersene conto – o che viene ridotto a non saper esserne consapevole.

Come dite? In questo modo dovrebbero essere perseguiti buona parte degli italiani? Embé, che problema c’è? Ci sarà più spazio (geografico e civico, sì) per gli altri cittadini più virtuosi o per chiunque altro abbia veramente a cuore il destino dell’Italia: e – ribadisco, se non lo si fosse ancora capito – a mio modo di vedere molti, troppi italiani non ce l’hanno affatto.

(Sì, quello nella foto lì sopra è il Guicciardini. Non a caso, ovviamente.)

Impingement… impicment… impichment!

Risulta estremamente interessante e assai emblematico questo articolo di Dailybest, dal quale si evince che la maggior parte degli italiani, che in queste ore invoca a destra e a manca impeachment presidenziali, in verità ha grossi problemi nello scrivere correttamente il termine impeachment, al punto da far supporre che pure in quanto a significato di esso, e in tema di relativo valore giuridico, ne sappia ancora meno. Sempre che non intenda invocare, per l’attuale Presidente della Repubblica Italiana, una patologia legata ai quattro muscoli che permettono il movimento della spalla – ovvero il cosiddetto impingement sub-acromiale. Ma non credo: gli italiani sono un popolo di commissari tecnici, primi ministri, giudici di talent show, esperti o meno di vaccini e quant’altro ma non di ortopedici tanto preparati!

A proposito: no, quel Conte che ha provato a fare il governo non è quell’altro che ha fatto l’allenatore della nazionale di calcio. Anche se in effetti i due incarichi sarebbero ormai tranquillamente sovrapponibili, nell’immaginario collettivo italiota contemporaneo, già.

In ogni caso l’intero articolo di Dailybest citato risulta significativo, appunto, per comprendere bene con chi si ha a che fare, nell’Italia dell’anno di (dis)grazia 2018. Inesorabilmente significativo, anzi, visto lo stato delle cose. Perché, se è del tutto vero che ogni popolo ha i governanti che si merita, qui pare ormai ancor più obiettivo che “certi popoli idioti non possono che avere quei governanti idioti che si meritano.” E ciò con piena par condicio, eh!

«Escalabar… Escansala… Eschizibur… Escansa…»
«Excalibur, imbecille!»

(Superfantozzi, 1986 – clic)

La fretta

Veramente non la capisco ‘sta cosa di tanta gente che la mattina mi trovo lungo la strada quotidianamente percorsa per recarmi ove lavoro, e che guidano come dei pazzi, dei forsennati, appiccicando la loro auto a quella che li precede a velocità folle – è una strada di montagna, per inciso – come fossero perennemente in ritardo – dacché io penso: ma alzatevi qualche minuto prima, che diamine! – e tutto ciò, appunto, per andare a lavorare.

Tutti quanti così entusiasti, felici, smaniosi di cominciare l’ennesima giornata lavorativa?

Non so, ma non credo.

Di contro, la sera, di ritorno dai suddetti luoghi di lavoro, quando invece per la gioia d’aver concluso quell’ennesima giornata lavorativa – e chissà quanto pesante, stancante, stressante in molti casi – e di poter tornarsene a casa propria a riposare, a rilassarsi, a coltivare le proprie passioni o semplicemente a starsene in compagnia dei propri cari (come si usava dire un tempo), ti verrebbe insomma da pensare che dovrebbero viaggiare sì veloci verso le proprie dimore la sera, piuttosto che la mattina, per tutti questi motivi…

Invece no, a trenta all’ora e non di più. Come se stessero recandosi in chissà qual terribile luogo per cui protrarre il più possibile l’arrivo, andando a velocità degne d’un calesse ottocentesco.
E io dietro, anelante di tornare a casa per rilassarmi e fare le mie cose, a osservare nello specchietto delle auto davanti a me espressioni sovente da partenza verso il fronte se non da patibolo, dacché si direbbero queste le mete verso cui stanno guidando con tale spossante lena.

Che abbiano tutti una crisi matrimoniale (o quando di affine) in corso ovvero da affrontare a casa, con conseguente crisi di rigetto?

Non so, ma non credo.

Però, se così fosse, le mogli/conviventi/fidanzate/amanti le capisco. Più di tutta quella gente, ecco.

L’uomo moderno pensa di perdere qualcosa − del tempo − quando non fa le cose in fretta; però non sa che fare del tempo che guadagna, tranne ammazzarlo.

(Erich Fromm)

Per ribadire…

Beh… Ma veramente l’elettore italiano crede (o suo malgrado spera) che dal fango possa scaturire l’oro o, tutt’al più, dell’argento pur spurio? Oppure alla peggio del ferraccio che abbia almeno una minima concretezza?

Mmm… purtroppo temo non sia così. A fronte di qualsiasi tradizione alchemica storica, in questo caso e per l’ambito al quale mi sto riferendo l’alchimia da tempo funziona al contrario, trasmutando materiali un tempo (forse) più nobili in elementi via via sempre più infimi e pesanti che si cerca di spacciare, con crescente subdolerìa, per qualcosa di “prezioso”. E se così in tanti ancora c’abboccano, come pare, non posso che ribadire e riconfermare che veramente ogni popolo ha gli alchimisti che si merita e, inesorabilmente, relativa insulsa poltiglia giallastra al posto dell’oro promesso. Poltiglia nella quale, sia chiaro, non si può nuotare, non ci si riesce: ci si resta invischiati, tremendamente insozzati e rapidamente si va a fondo.