Se ancora si vogliono piazzare croci sulle vette dei monti…

Come sa chi segue il blog, sono particolarmente sensibile alla questione “Croci sulle vette dei monti”, la cui “abitudine” di installazione trovo profondamente insensata, oggi – qui potete leggere in modo più dettagliato le mie ragioni, che sostengo da molto tempo. D’altro canto è d’uopo denotare che il piazzare una croce in cima a una montagna non ha mai rappresentato un segno di genuina devozione popolare, semmai è stato fin dall’inizio di tale pratica (nell’Ottocento) un gesto di matrice meramente urbanizzante nato lontano dai monti (ai montanari autoctoni non sono mai interessate le vette delle montagne, se non per andarci a cacciare qualche ungulato) nonché sollecitato e imposto dalla chiesa per cercare di contrastare attraversi quei segni “politici” di potere la secolarizzazione della società avviatasi con il coevo progresso civile e sociale.
Ma se si può accettare il fatto che le croci “storiche” – e con ciò si intende quelle vecchie di almeno un secolo – siano diventate parte dell’immaginario collettivo locale di certe montagne, purtroppo la pratica di piazzarne di nuove viene ancora bizzarramente sostenuta da alcuni, e questo sta accadendo anche dalle mie parti: ho sentito il dovere e la necessità, dunque, di mettere in evidenza quanto sopra con la seguente missiva alla stampa locale, che vuole pure essere una proposta di azione concreta contro quelle pratiche “crocifiggenti” dei monti eventualmente messe in atto altrove.
I toponimi che leggerete sono chiaramente quelli dei monti delle mie parti oggetto della questione; l’articolo a cui rispondo lo potete raggiungere e leggere da qui.

Nuove croci sui monti: è veramente il caso?

Mi permetto di sottoporre alcune considerazioni personali relative al ripristino, o installazione ex novo, di una croce sulla sommità di Sopra Corna, anticima del Monte Spedone, di cui avete detto nel Vostro articolo dello scorso 10 gennaio.
Premetto da subito che è massimo il rispetto dello scrivente per qualsiasi sensibilità di sorta nonché per ogni opinione teorica ovvero pratica: non è mio intento qui andare “contro” qualcuno o qualcosa né lo sarà in futuro, semplicemente desidero mettere in luce alcune ineluttabili evidenze correlate all’iniziativa annunciata.
Posto che la pratica contemporanea di installare nuove croci sulle vette dei monti trova ormai negli ambienti culturali di montagna sempre più ampie obiezioni – il grande alpinista Reinhold Messner, ad esempio, oppure il professor Annibale Salsa, uno dei più importanti antropologi italiani nonché ex presidente generale del CAI; ma è interessante denotare pure la posizione della Commissione Pastorale dell’Arcidiocesi di Trento, che si è espressa contro i “tentativi di ostentazione di una religiosità urlata, imposta, gridata. Essa non aiuta certamente a riflettere, a meditare, a contemplare la natura del creato con animo religioso” – e posto che nel concreto l’intervento sulla cima di Sopra Corna sarebbe relativo alla posa di un nuovo manufatto (per di più la precedente croce era recente in quanto risalente agli anni ’80), mi chiedo se alla valorizzazione dei nostri meravigliosi eppur spesso poco considerati territori montani servano veramente nuove croci sulle sommità oppure altri interventi più funzionali allo scopo – ripristino e manutenzione dei sentieri, restauri dei manufatti storici, segnaletica, ausili informativi-culturali, eccetera – e dunque se le pur “non esorbitanti cifre” citate nell’articolo suddetto non siano appunto meglio utilizzabili per siffatti interventi di autentica valorizzazione territoriale. Ad esempio, piuttosto che impiegare tempo e denaro per nuove croci di dubbia valenza devozionale, si potrebbero impiegare tali risorse per il recupero delle numerose antiche “tribuline” sparse lungo i sentieri della valle, esse sì testimonianze della tradizione devozionale storica della zona nonché, in frequenti casi, elementi artistici e architettonici di pregio così come importanti marcatori referenziali e identitari narranti dell’antico legame tra le montagne in oggetto e la gente che da secoli le abita.
Tutto ciò, ribadisco, senza rimarcare alcun intento meramente critico o polemista e con il più discreto riguardo verso l’oggetto di queste mie considerazioni, tanto quanto con la massima e appassionata attenzione verso una reale e proficua riscoperta culturale, oltre che sociale ed economica, delle nostre montagne.

(Ringrazio la redazione di LeccoNotizie che ha pubblicato questo mio testo.)

Chi va piano va lontano

Sabato scorso, 20 gennaio, ho avuto la fortuna di assistere all’appuntamento dedicato dal festival Presente Prossimo a Paolo Rumiz, con la prestigiosa conduzione di Davide Sapienza.
Nell’occasione Rumiz – il quale credo non abbisogno di presentazioni – ha narrato un aneddoto che ho trovato assai significativo, per come mi abbia rimembrato una lettura altrettanto emblematica e per il senso generale di quanto raccontato, che vi riporto sperando di mantenerne il più possibile la fedeltà (e chiedendo perdono in anticipo per eventuali imprecisioni di scrittura).

Durante uno dei suoi viaggi a piedi, nell’Istria, Rumiz transita attraverso un campo agricolo nel quale un trattore sta lavorando. Quando chi guida il mezzo – probabilmente il proprietario del campo – lo vede avvicinarsi, spegne il motore e si “gode” il transito del camminatore, finché questi lo raggiunge. Senza ordinari convenevoli il fattore croato gli si rivolge in perfetto idioma friulano-veneto, dicendogli: «Ti ta vé lontan.»
Rumiz, per cortesia linguistica, gli risponde in croato: «Kako ste ga dobili?», ovvero: “Come l’hai capito?”
Il fattore gli risponde: «Perché ti ta vé lento.»

Ecco: questo aneddoto di Rumiz mi ha ricordato un passaggio del fondamentale libro Il Tramonto delle identità tradizionali del grande antropologo Annibale Salsa, sul quale già disquisii qui e che ugualmente vi riporto:

È difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Questo ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. (…) La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della nostra «esperienza vissuta» (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli.

Attenzione: qui non si sta proponendo un qualche atto d’accusa alla velocità in senso lato, tanto meno al “progresso” e alla sua più o meno accentuata rapidità, nè tanto meno un qualche elogio alla lentezza, cosa in sé banale e superficiale. No, qui in questione è la frenesia imposta artificiosamente attraverso modus vivendi distorti e funzionali a fini sovente biechi, per i quali la velocità – come sostiene Salsa – è condizione negante il pensiero e la riflessione, che invece abbisognano di pacatezza per essere formulati al meglio. Lo stesso esplorare il mondo andando a piedi esplicato da Rumiz non disconosce affatto la possibilità di spostamenti veloci, quando necessario e comodo: non è in discussione il viaggio in sé ma la capacità di viaggiare veramente, cioè di connettersi realmente con il territorio e il paesaggio attraversati nonché con le genti che li abitano e con la loro cultura identitaria e peculiare. Ove ci sia il bisogno o la volontà di conseguire ciò, non ci può e ci deve essere alcuna fretta, velocità eccessiva, frenesia, perché in tal caso non si formerà mai alcun rapporto, alcun legame con il luogo visitato o attraversato. Non solo: non si saprà nemmeno percepire un “luogo”, ma sostanzialmente si occuperà uno spazio “sterile” che finirà per essere riempito da cose ad esso avulso dacché ignorato nella sua reale identità. Si farà insomma di qualsiasi spazio un non luogo, anche dove invece il Genius Loci sia dei più potenti.

Insomma: per poter andare virtuosamente veloci senza rischiare prima o poi di schiantarsi, bisogna imparare (o riscoprire) la possibilità di andare lenti, ogni qualvolta sia possibile, sfruttando gli innumerevoli benefici fisici, intellettuali e spirituali che tale condizione dona. Fermarsi, rendersi conto del luogo in cui ci si trova, capire come si è arrivati fino lì e dove da lì si può continuare, referenziarsi geograficamente e antropologicamente, osservare e non solo vedere, ascoltare e non solo sentire, parlare, chiedere spesso, imparare e capire, se possibile, godere delle cose belle del luogo (e ogni luogo, persino il più brutto, ha cose belle che sovente non si sa vedere ovvero le ha nascoste), riappropriarsi del controllo del proprio tempo senza lasciarlo nelle mani e in balia delle volontà altrui, tornare a essere per sé stessi il punto nodale e d’incrocio dello spazio e del tempo in cui ci si trova. Tutte cose che, in fondo, si possono riassumere in quel solo termine, in quel verbo dal doppio significato che palesa il nostro legame antropologico col mondo: essere, dunque “io sono” e “io sto” – in modo per entrambi profondamente consapevole. Uno stare che presuppone una condizione di lentezza propedeutica alla sosta, all’osservazione, alla percezione, certamente ben più che una condizione di velocità, di fretta, di frenesia, la quale fa perdere non solo la percezione del luogo, dello spazio e del tempo ma, appunto, la cognizione di sé stessi cioè dell’essere in quanto “sono”.

In fondo la saggezza popolare, in tutta la sua apparente semplicità, lo dice da secoli: chi va piano va sano e va lontano. Arriverà dopo rispetto a chi va forte, ma certamente non correrà il rischio di smarrirsi per aver perso la giusta direzione per colpa della fretta o, peggio, di schiantarsi, e potrà dire di aver veramente viaggiato e visitato il mondo: perché, più che ogni altra cosa, il viaggio è il viaggiatore, e il “mondo” è quello che egli si porta dentro. Senza limiti di capienza, statene certi.

“Sulla” carrozza di John Ruskin

Quella che vedete nell’immagine è la carrozza di un personaggio poco noto da noi: John Ruskin, scrittore, poeta, viaggiatore, critico d’arte tra i più influenti della sua epoca, da me apprezzato soprattutto per essere colui che forse più di altri ha saputo costruire l’immaginario moderno-contemporaneo alpino ovvero il modo con il quale noi intendiamo le montagne – ad esempio è sua la celeberrima espressione “Le montagne sono le grandi cattedrali della Terra”.

Perché ve ne parlo? Beh, perché quella cesta con dentro una specie di tinozza che si vede sul tetto della carrozza (conservata a Brantwood, la storica residenza in Cumbria dove Ruskin visse fino a lungo e ove morì) non serviva a raccogliere o conservare acqua per abluzioni e altre cose utili durante gli spostamenti, ma era piena di libri. Libri da leggere che Ruskin portava sempre con sé al fine di averli a disposizione per i propri studi o per le semplici letture ricreative.
Una “libreria da viaggio” piuttosto bizzarra, certo, ma evidentemente al suo proprietario faceva comodo così.

È una cosa che mi ha incuriosito e affascinato. Un po’ come se oggi andassimo in vacanza lontano da casa e ci portassimo, oltre al necessario corredo da viaggio, un grosso trolley pieno di libri, ecco.

Altri tempi, certo: oggi ci sono gli e-reader a consentirci di risparmiare quell’ottocentesca fatica. Ma, pure con tali tecnologie a nostra disposizione, quanti fanno qualcosa di assimilabile?

Alla conoscenza del “custode” di un nostro inestimabile tesoro montano (e non solo), con Sergio Poli e l’ERSAF in RADIO THULE!

Questa sera, 15 gennaio duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 5a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata Il custode del tesoro dei monti!

Se l’Italia è ovunque e da chiunque considerato il Bel paese, è grazie senza dubbio al suo inestimabile patrimonio culturale, storico e artistico, ma non di meno è grazie al suo altrettanto incommensurabile patrimonio naturale, che in primis dà forma e valore al paesaggio italiano. Nelle aree rurali e meno antropizzate del paese, montagne, foreste, pascoli, corsi d’acqua e ogni altra cosa ad essi afferente rappresentano un grande e meraviglioso tesoro della collettività; tuttavia, come ogni cosa altamente preziosa, questo tesoro deve essere custodito, salvaguardato, gestito e valorizzato al meglio. In Lombardia tali compiti sono di competenza dell’ERSAF, l’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste: un ente (che ovviamente ha omologhi anche nelle altre regioni) tanto importante e imprescindibile, per il lavoro che compie, quanto poco conosciuto e apprezzato dalla maggioranza delle persone.

Lo andremo a conoscere meglio nella prossima puntata di RADIO THULE, lunedì 15 gennaio alle ore 21.00 su RCI Radio, grazie a un ospite assai prestigioso: Sergio Poli, funzionario ERSAF e figura centrale per la gestione del patrimonio agricolo e forestale nei territori lariani, lecchesi e valsassinesi. Con lui scopriremo come l’ERSAF gestisce il suddetto patrimonio regionale – che tra le tante cose comprende anche i sentieri, molte strutture ricettive nonché l’amministrazione della parte lombarda del Parco Nazionale dello Stelvio e di altre aree protette regionali – e, ancor più, quanto questo nostro “tesoro” custodito dai monti che abbiamo intorno sia assolutamente prezioso e necessario non solo alla bellezza del paesaggio lombardo ma pure al benessere quotidiano di tutti noi che lo abitiamo.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

5 gennaio ’18: la visione del “sogno” di Colle di Sogno

Un antico borgo di montagna sospeso tra due valli e due orizzonti nell’oscurità d’una sera di inizio gennaio, col cielo plumbeo da cui scende leggero un qualcosa che a momenti è neve e in altri è pioggia, e i boschi d’intorno a ovattarne l’atmosfera in un silenzio struggente e quasi mistico…

Ma il silenzio è rotto da un vociare ridente e rilassato, puntini luminosi risalgono la mulattiera e ravvivano le pietre delle vecchie case rinnovando continue danze d’ombre mentre per la stretta via che serpeggia tra i muri invitanti olezzi suscitano inebrianti languori e allegri convenevoli. L’antico borgo inopinatamente si ravviva pur nella notte nuvolosa, è come se rinascesse e tornasse alla mai dimenticata vita d’un tempo, almeno per quelle ore in cui i tanti presenti che sciamano nella via tra le case e i fienili si lasciano sedurre dal suo particolare, accogliente e affabulante fascino…

Tutto questo è accaduto venerdì 5 gennaio scorso nel bellissimo borgo montano di Colle di Sogno, grazie alla Fiaccolata organizzata dall’Amministrazione Comunale di Carenno (nel cui territorio il borgo è situato) in collaborazione con le associazioni locali – Pro Loco, Circolo ARCI, Museo di Cà Martì e Polisportiva Carennese – che ha “portato” ben 150 persone (dico, centocinquanta e più, nel buio della sera e con le previsioni meteo che annunciavano il brutto tempo!) a raggiungere Colle di Sogno lungo i sentieri che vi salgono dal centro di Carenno.

Sull’evento potete leggere i resoconti ad esso dedicati dalla stampa locale (ad esempio qui e qui) ma a me, che ho avuto l’onore di accompagnare due folti gruppi in visita al borgo raccontando ai presenti della storia, delle peculiarità architettoniche e urbanistiche, del paesaggio, delle leggende e del potente Genius Loci d’un luogo tanto particolare, mi preme sottolineare soprattutto un paio di cose, tra le tante sottolineabili.

Uno: l’importanza fondamentale di occasioni del genere, ovvero la necessità (che è anche il piacere) di offrire una fruizione di territori tanto secondari nei circuiti turistici “classici” quanto ricchi di meravigliosi tesori basata in primis sulla cultura. Cultura dei luoghi, delle genti che li hanno abitati lungo i secoli, cultura della vita e del rapporto tra l’uomo e la montagna ovvero l’ambiente naturale, cultura delle tradizioni e dei saperi, dell’identità locale e, ultimo ma non ultimo, consapevolezza culturale del valore di luoghi così e della potenzialità che detengono, non solo nell’ottica di processi di rinascita delle aree montane e rurali dopo decenni di degrado socioeconomico, sono solo riguardo al grande interesse turistico (o ecoturistico) di essi ma pure, forse soprattutto, di rinnovata valorizzazione della valenza antropologica di luoghi del genere, capaci di offrire opportunità di vita realmente urbana come la grande e caotica (e inquinata) città non sa più fare. Appunto: a differenza dei troppi non luoghi che ormai infarciscono le aree maggiormente antropizzate suscitando condizioni di alienazione e dissonanza cognitiva, luoghi come Colle di Sogno sono iper luoghi ancora capaci di generare identità, di offrire un potente e suggestivo storytelling, di trasmettere narrazioni culturali che, se ascoltate e comprese, possono rappresentare la migliore base sulla quale costruire rinnovati modus vivendi finalmente armonici con lo spazio d’intorno e pienamente euritmici col tempo (oltre che emblematici per altri luoghi antropizzati), cogliendo tutto il valore della tradizione passata per creare innovazione ovvero nuove tradizioni con cui costruire un futuro fremente di vita.

Due: l’ho già scritto ma lo ribadisco, l’affascinante bellezza di Colle di Sogno, nucleo montano quasi unico più che raro, sospeso sopra due valli, due comuni, due provincie, due eterogenei orizzonti (da una parte la cerchia alpina, dall’altra la pianura lombarda) così come tra passato e futuro per i quali rappresenta un presente potenzialmente ricco di prerogative e possibilità che alcuni progetti tanto visionari quanto paradigmatici stanno cercando di concretizzare. Colle di Sogno realmente può diventare un luogo in cui tentare di costruire un nuovo rapporto tra uomo e montagna, una resilienza progressiva che lasci la resistenza confinata al passato e ricostruisca la più stabile e virtuosa esistenza. Senza dubbio i primi passi verso un tale importante obiettivo sono inevitabilmente fatti di piccole cose, di un rinnovato legame con il luogo, di un dialogo con il suo Genius Loci, di una ristabilita considerazione verso di esso con la conseguente chiara consapevolezza delle sue peculiarità: esattamente quello che a Carenno si sta cercando da qualche tempo di fare. E, personalmente ne sono convinto, venerdì sera scorso un ulteriore e importante passo in avanti verso il futuro di Colle di Sogno, della montagna carennese e della sua gente – ma, per simbolica osmosi culturale, di ogni altro territorio montano assimilabile – lo si è fatto.