Chi va piano va lontano

Sabato scorso, 20 gennaio, ho avuto la fortuna di assistere all’appuntamento dedicato dal festival Presente Prossimo a Paolo Rumiz, con la prestigiosa conduzione di Davide Sapienza.
Nell’occasione Rumiz – il quale credo non abbisogno di presentazioni – ha narrato un aneddoto che ho trovato assai significativo, per come mi abbia rimembrato una lettura altrettanto emblematica e per il senso generale di quanto raccontato, che vi riporto sperando di mantenerne il più possibile la fedeltà (e chiedendo perdono in anticipo per eventuali imprecisioni di scrittura).

Durante uno dei suoi viaggi a piedi, nell’Istria, Rumiz transita attraverso un campo agricolo nel quale un trattore sta lavorando. Quando chi guida il mezzo – probabilmente il proprietario del campo – lo vede avvicinarsi, spegne il motore e si “gode” il transito del camminatore, finché questi lo raggiunge. Senza ordinari convenevoli il fattore croato gli si rivolge in perfetto idioma friulano-veneto, dicendogli: «Ti ta vé lontan.»
Rumiz, per cortesia linguistica, gli risponde in croato: «Kako ste ga dobili?», ovvero: “Come l’hai capito?”
Il fattore gli risponde: «Perché ti ta vé lento.»

Ecco: questo aneddoto di Rumiz mi ha ricordato un passaggio del fondamentale libro Il Tramonto delle identità tradizionali del grande antropologo Annibale Salsa, sul quale già disquisii qui e che ugualmente vi riporto:

È difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Questo ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. (…) La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della nostra «esperienza vissuta» (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli.

Attenzione: qui non si sta proponendo un qualche atto d’accusa alla velocità in senso lato, tanto meno al “progresso” e alla sua più o meno accentuata rapidità, nè tanto meno un qualche elogio alla lentezza, cosa in sé banale e superficiale. No, qui in questione è la frenesia imposta artificiosamente attraverso modus vivendi distorti e funzionali a fini sovente biechi, per i quali la velocità – come sostiene Salsa – è condizione negante il pensiero e la riflessione, che invece abbisognano di pacatezza per essere formulati al meglio. Lo stesso esplorare il mondo andando a piedi esplicato da Rumiz non disconosce affatto la possibilità di spostamenti veloci, quando necessario e comodo: non è in discussione il viaggio in sé ma la capacità di viaggiare veramente, cioè di connettersi realmente con il territorio e il paesaggio attraversati nonché con le genti che li abitano e con la loro cultura identitaria e peculiare. Ove ci sia il bisogno o la volontà di conseguire ciò, non ci può e ci deve essere alcuna fretta, velocità eccessiva, frenesia, perché in tal caso non si formerà mai alcun rapporto, alcun legame con il luogo visitato o attraversato. Non solo: non si saprà nemmeno percepire un “luogo”, ma sostanzialmente si occuperà uno spazio “sterile” che finirà per essere riempito da cose ad esso avulso dacché ignorato nella sua reale identità. Si farà insomma di qualsiasi spazio un non luogo, anche dove invece il Genius Loci sia dei più potenti.

Insomma: per poter andare virtuosamente veloci senza rischiare prima o poi di schiantarsi, bisogna imparare (o riscoprire) la possibilità di andare lenti, ogni qualvolta sia possibile, sfruttando gli innumerevoli benefici fisici, intellettuali e spirituali che tale condizione dona. Fermarsi, rendersi conto del luogo in cui ci si trova, capire come si è arrivati fino lì e dove da lì si può continuare, referenziarsi geograficamente e antropologicamente, osservare e non solo vedere, ascoltare e non solo sentire, parlare, chiedere spesso, imparare e capire, se possibile, godere delle cose belle del luogo (e ogni luogo, persino il più brutto, ha cose belle che sovente non si sa vedere ovvero le ha nascoste), riappropriarsi del controllo del proprio tempo senza lasciarlo nelle mani e in balia delle volontà altrui, tornare a essere per sé stessi il punto nodale e d’incrocio dello spazio e del tempo in cui ci si trova. Tutte cose che, in fondo, si possono riassumere in quel solo termine, in quel verbo dal doppio significato che palesa il nostro legame antropologico col mondo: essere, dunque “io sono” e “io sto” – in modo per entrambi profondamente consapevole. Uno stare che presuppone una condizione di lentezza propedeutica alla sosta, all’osservazione, alla percezione, certamente ben più che una condizione di velocità, di fretta, di frenesia, la quale fa perdere non solo la percezione del luogo, dello spazio e del tempo ma, appunto, la cognizione di sé stessi cioè dell’essere in quanto “sono”.

In fondo la saggezza popolare, in tutta la sua apparente semplicità, lo dice da secoli: chi va piano va sano e va lontano. Arriverà dopo rispetto a chi va forte, ma certamente non correrà il rischio di smarrirsi per aver perso la giusta direzione per colpa della fretta o, peggio, di schiantarsi, e potrà dire di aver veramente viaggiato e visitato il mondo: perché, più che ogni altra cosa, il viaggio è il viaggiatore, e il “mondo” è quello che egli si porta dentro. Senza limiti di capienza, statene certi.

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2 pensieri su “Chi va piano va lontano”

  1. Mi hai rubato le parole di bocca! Ahahaha!😊
    Vero. Vero. La percezione è la parola chiave.
    “Le porte della percezione”. Da leggere . Ma l’avrai già fatto. Sempre bravo. Ciao.

    1. Mi stai dando del ladro?
      Comunque no, non l’ho letto quel pamphlet di Huxley… temo di non aver bisogno della mescalina per vaneggiare. 😮 😀 😉
      Grazie, Milady, sempre brava anche tu! 🙂

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