Un quindici o venti anni fa, suppergiù, Chuck Palahniuk è stato certamente tra gli scrittori che più mi hanno affascinato. Lessi alcuni suoi romanzi che mi suscitarono sempre ottime sensazioni, poi, nella mia costante esplorazione dell’universo letterario umano, sono andato oltre e una recente ri-visione di Fight Club, film tratto dal suo omonimo romanzo, mi hanno fatto tornare la voglia di leggere qualcosa di suo. Così, tra i libri da leggere stipati sugli scaffali di casa ho trovato Survivor, (Mondadori, 1999, traduzione di Michele Monina e Giovanna Capogrossi), (ri)trovando pure il tipico stile dello scrittore americano, capace come pochi altri di intessere trame articolate che si sviluppano da spole di realtà, irrealtà, surrealtà, fili narrativi dai colori forti che s’intrecciano di continuo a volte in modi lineari, altre volte più ingarbugliati generando un disegno letterario certamente originale e tutt’oggi unico o quasi, altrettanto certamente molto americano ma pure capace di non restare troppo prossimo a spettacolarizzazioni narrative di matrice hollywoodiana che spesso caratterizzano la produzione letteraria USA.
Survivor, della cui trama potete leggere qui, è un romanzo che forse con maggior humor (nero) di altri nella produzione di Palahniuk costruisce la propria storia intorno alla critica della società contemporanea americana, della quale amplifica e irride molti degli elementi grotteschi in essa presenti – in primis il culto dell’immagine mediatica e dell’inutilità resa necessità da un sistema consumistico che rende ogni cosa un bene potenzialmente vendibile e consumabile, inclusi gli individui e le loro vicende umane […]




Capisco di essere nella fase della vita in cui la visione del mondo è mediata – o forse è mescolata – tra quella del retaggio giovanile e quella dell’evoluzione senile, quando vedo in giro gente che sta facendo una certa cosa e sempre metà della mia mente formula l’osservazione «Ma che fa quello? Risponde a una telefonata tenendo in quel modo stupido il cellulare?» mentre l’altra intuisce che il tizio sta inviando un “vocale” con Whatsapp – ma solo qualche istante dopo che la prima metà formuli quella considerazione.